LE NORME DELLA CONCILIAZIONE E I DIRITTI DI DONNE E UOMINI

LE NORME DELLA CONCILIAZIONE E  I DIRITTI DI DONNE E UOMINI

Mercoledì 7 marzo dalle ore 14,30 alle ore 16,30

CASA MATERNITA’ PRIMA LUCE  – via San Massimo 17 Torino

Incontro con:

Francesca Romana Guarnieri, avvocata giuslavorista, iscritta nell’elenco degli avvocati specializzati in diritto antidiscriminatorio

Michela Quagliano, avvocata Consigliera di Parità della Città metropolitana di Torino

Un incontro per approfondire i propri diritti in tema di lavoro, maternità e paternità e per conoscere le istituzioni che possono aiutare nei percorsi di rientro accidentati.

Per partecipare è necessario iscriversi: info@casaprimaluce.it; 3429869124. INCONTRO GRATUITO

Madri lavoratrici: preoccupante sentenza della Corte di Giustizia dell’UE

Laura Onofri

La Corte di Giustizia dell’UE ha stabilito, con una  recente sentenza  (qui la sentenza), che nell’ ambito di un licenziamento collettivo, una legge che consente di licenziare una lavoratrice in stato di gravidanza non è contraria al diritto comunitario anche se ciascuno Stato membro resta libero di includere forme di tutele più garantiste per le lavoratrici gestanti.

La controversia è nata a seguito del licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza nel corso di una procedura di riduzione collettiva del personale avviata da una banca. Tale recesso è stato intimato nel rispetto delle norme spagnole, che vietano il licenziamento delle lavoratrici gestanti salvo il caso in cui il recesso sia dovuto a motivi non riguardanti la gravidanza o l’esercizio del diritto ai permessi e all’aspettativa conseguenti alla maternità.

Diciamo subito che la sentenza non avrà alcun impatto immediato sulle norme vigenti in Italia, che impediscono, anche in caso di procedura collettiva, il licenziamento della lavoratrice madre, a meno che non ci sia una chiusura dell’intera azienda. Leggi il resto »

“Cosa vuol dire desiderare un figlio nell’epoca della sterilità” di Dacia Maraini

Corriere della sera 16 dicembre 2015 – Dacia Maraini

Ho firmato l’appello per una legge restrittiva con troppa fretta. Voglio ancora sentire le voci di altre donne

Da anni non si assisteva a una discussione così radicale e impetuosa fra donne che sono abituate a ragionare in termini storici ed etici sul destino del proprio corpo. Ecco la parola chiave, DESTINO: si diventa madri per destino o per scelta? È la stessa domanda chiave su cui si è ragionato e discusso, ma civilmente, al tempo della legalizzazione dell’aborto. C’è chi crede e rivendica l’idea che la maternità sia un fatto prima di tutto mistico, una sorte spettante per fatalità naturale al corpo femminile, ma (spesso paradossalmente) guidata e sancita da leggi decise in maggioranza da uomini. C’è invece chi sostiene che la maternità, come la paternità, sono creazioni prima di tutto culturali, modi di costruire la vita che mutano secondo i grandi mutamenti della storia. Leggi il resto »

Se migliora la vita delle donne migliora la vita del paese

Se migliora la vita delle donne migliora la vita del paese – Torniamo a ripeterlo oggi al nuovo governo.
Abbiamo considerato un primo passo verso una democrazia migliore la nomina di otto ministre , ma ci chiediamo che fine abbia fatto la parità di genere nella scelta dei sottosegretari. E’ tempo di passare dai numeri alle politiche, che non sono neutre. Il verso va cambiato in profondità .
La battaglia per la parità di genere non deve essere affidata alla “buona volontà” o alle convenienze contingenti; si sostanzia di politiche nuove. Leggi il resto »

I diritti negati alle atlete

Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne non hanno accesso alla legge che regola il professionismo sportivo.

Luisa Rizzitelli per Redazione di GiULiA Giornaliste
 
Lunedì 30 Luglio 2012 16:04
 
Ogni volta che, durante una grande competizione, parlo dei diritti che lo sport italiano nega alle atlete, combatto con l’istinto di vedere invece il bicchiere mezzo pieno e non rovinare la festa. Poi, però, mi dico che se non ne parlo soprattutto ora, mentre le Azzurre vincono tantissimo e ci riempiono di orgoglio, non mi perdonerò d’aver sprecato un’occasione. Un’occasione per dire quello che lo sport non dice, quello che le stesse atlete troppo spesso non dicono (e a volte non possonodire).Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne, dalla prima all’ultima, non hanno accesso ad una legge dello stato, la L. 91 del 1981 che regola il professionismo sportivo. Perché in quella legge, che offre giuste tutele e regole a chi fa dello sport il proprio reddito prevalente e la propria vita, dice che a decidere quali siano le discipline professioniste in Italia siano le Federazioni Sportive Nazionali. E le Federazioni, a oggi, hanno deciso che ci sono sei discipline professionistiche: calcio (campionati fino alla Lega Pro), basket (fino alla serie A2), ciclismo (gare su strada e su pista approvate dalla Lega ciclismo), motociclismo (velocità e motocross), boxe (I, II, III, serie nelle 15 categorie di peso) e golf. Con un piccolo dettaglio, sono TUTTE maschili. Quindi le donne sono dilettanti: tutte, dalla prima all’ultima. Poco importa se si chiamano Idem, Pellegrini, Vezzali, Kostner, Forciniti. Loro, per lo Stato italiano, lo fanno per diletto. E se ci si tranquillizza immaginando gli sponsor che le aiutano, basterà ricordare che dietro di loro c’è un esercito di sportive sconosciute e senza diritti.Io l’ho vissuto sulla mia pelle perché ho giocato a pallavolo 12 anni vivendo di quello: 6 ore di allenamento, divisa obbligatoria, niente sabati e domeniche, regole alimentari e persino l’orario di ritirata la sera. Niente male per un diletto pagato con un finto rimborso spese, che sostituiva il compenso per un’attività che aveva tutte le caratteristiche di un lavoro subordinato. È una discriminazione apparentemente incomprensibilein un movimento, quello dello sport, che coinvolge 7 milioni di tesserate e tesserati e rappresenta il terzo aggregato industriale di questo Paese. Una realtà produttiva che costituisce il 3 per cento del Pil.Eppure, a dispetto di questa rilevanza, la giungla degli accordi e dell’economia sommersa impera: le donne (tutte) e gran parte degli atleti nelle loro relazioni con il datore di lavoro (l’associazione sportiva) si possono barcamenare solo con scritture private che, per dirne una, contengono spesso cose assurde. Come la frequente clausola anti-mamme che prevede il licenziamento in tronco nel caso l’atleta rimanga incinta. In pratica, a meno che tu non sia una atleta Azzurra (il CONI solo da qualche anno e dopo le nostre battaglie ha imposto la tutela della maternità alle Federazioni, ndr), se vuoi fare lo sport come lavoro devi rinunciare a essere madre. Per assenza di regole, sia uomini che donne dilettanti non hanno diritto ad alcuna pensione, non hanno contratti collettivi, non hanno tfr e tutte le forme di tutela doverose per una lavoratrice o un lavoratore.Ma per le donne ci sono ancora altre cattive pratiche. I montepremi e borse di studio per le donne sono spesso inferiori a quelli maschili. La campionessa di ciclismo su pista Vera Carraro raccontava qualche mese fa: “L’oro dei mondiali vale 20 mila euro contro gli 80 mila della gara maschile”. Un quarto. La causa di tutto sono proprio le regole antiche e a volte totalmente assenti. Non lo dico solo io, lo dice anche una delle stelle che stiamo per ammirare a Londra: Josefa Idem, straordinaria canoista da 30 anni nell’olimpo dello sport. Diceva in alcune interviste: “Per lo Stato italiano noi semplicemente non esistiamo. Quando guardate le Olimpiadi e tifate per la medaglia d’oro all’Italia sappiate che, spente le telecamere, torniamo a essere precarie a cui vengono stracciati i contratti se rimaniamo incinte.”

Lo sport è una straordinaria esperienza umana ma ha bisogno di regole nuove e di tutele vere per chi (non solo atlete e atleti) opera in questo mondo dedicandogli la vita. L’assenza di una legge quadro nazionale e di un capitolo di spesa della nostra finanziaria destinato allo sport, dimostrano una sottovalutazione inaccettabile. Sottovalutazione che stride con dati a dir poco allarmanti: il 10% della popolazione italiana soffre di obesità, mentre almeno il 42,4% degli uomini e il 26,6% delle donne è sovrappeso. E questo non è un fatto secondario per la spesa pubblica se è vero che in spese mediche per malattie cardiovascolari e diabete se ne va il 6,7% della spesa pubblica, per un costo sociale di 8,3 miliardi l’anno. Altro che spending review…

Chiudo con una chicca: dalla nascita dello sport organizzato in Italia non c’è stata mai una presidente del CONI e MAI una presidente di una delle 45 Federazioni Sportive Nazionali. Sono certa che se ci fossero più donne al Governo del Paese molte cose cambierebbero e se ci fossero più donne nel governo sportivo, forse questo articolo non sarebbe servito. Invece, oggi ci troviamo a parlare di discriminazioni e di uno sport che non vuole crescere in buon senso e regole. E senza le regole, come al solito, le donne sono le prime a rimetterci.