Fedeli: incentivare l’occupazione femminile è un bene per le donne e per gli uomini

Corriere della sera La 27 ora 13 maggio 2020

Ieri in Senato è iniziata la discussione sulla mozione presentata da 16 senatrici della maggioranza per un piano straordinario per l’occupazione femminile. Pubblichiamo il testo depositato dalla senatrice Valeria Fedeli

Gentile Presidente
gentili senatrici e senatori,
«Andrà tutto bene, ma niente sarà come prima«: questa sembra essere oggi la configurazione prevalente del senso comune rispetto alle prospettive di convivenza e superamento della pandemia, di rilancio dell’economia, del contrasto al non morire di fame, di ripartenza e ricostruzione. Tra ottimismo della volontà e della ragione, però, si annidano rischi che è bene rendere evidenti per poter evitare che condizionino gli scenari possibili e neghino le nostre attuali speranze su come funzioneranno le nostre società, le nostre economie, le nostre città in futuro. In una parola: la nostra vita personale, di relazione, di lavoro, la nostra società.

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Ripensare il welfare: una necessità immediata, non un lusso che viene dopo

Il Manifesto 26 aprile 2020 Cecilia D’Elia, MaddalenaVianello

#donne&lavoro/ 7. Non sappiamo cosa sia cambiato nelle famiglie in queste settimane, pensiamo però che se i mutamenti privati non sono sostenuti da politiche pubbliche, la ripartenza rischia di aggravare un’ingiustizia più che risolverla

Viviamo chiuse a casa dalla pandemia, per tutela di noi stesse e degli altri. Mai distanziamento fu più sociale di questo. La compressione nello spazio delle nostre attività ha reso più acuta la consapevolezza della cura necessaria a mandare avanti la vita. Sperimentiamo ancor più oggi, una alle prese con un figlio nato da pochi mesi, l’altra con due più che adolescenti e con i rispettivi padri, quanto possa essere grande anche per noi l’affaticamento da lavoro domestico e di cura. Noi che ci siamo sottratte a una divisione dei compiti tra i generi.

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Per realizzare nuove politiche occorre dare voce alle donne e strumenti alla Pubblica amministrazione

Corriere della sera – La 27 ora 30 aprile 2020 Daniela Carlà

È un’occasione per cambiare, per tagliare le cose che da tempo non vanno. Parole del Presidente del Consiglio nella conferenza stampa del 26 aprile. Parole di Presidente e parole sagge, anche perché di cose che non vanno nel nostro Paese ve ne sono. A partire dalla insoddisfacente presenza delle donne nei luoghi in cui si decide , con tutto ciò che ne deriva in termini di impoverimento nelle scelte e nella realizzazione delle medesime. Con la campagna Dateci Voce abbiamo con forza contestato la carenza, se non in qualche caso l’ assenza, di donne nella composizione delle taske force e dei comitati scientifici di supporto al governo nell’ emergenza, con la conseguente sottrazione di competenze invece necessarie per le nostre politiche pubbliche. Un dato non è, invece, emerso con altrettanta evidenza e che è prioritario nell’ indicare ciò che non va: le varie taske force di esperti, quando sono di nomina politica, risultano anche carenti o prive di professionalità interne alla pubblica amministrazione, di manager in grado di orientarsi, effettuare scelte, realizzarle, in quel mondo complicato costituito dalle pa.

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La sentenza del tribunale di Firenze: “Conciliare vita familiare e lavoro è un diritto”

La Repubblica – Firenze 24 ottobre 2019

I giudici hanno condannato l’Ispettorato del lavoro per le discriminazioni a danno di 83 dipendenti

Conciliare vita familiare e lavorativa è un diritto e il datore di lavoro ha il dovere di garantirlo. Per la sua violazione l’Ispettorato del lavoro di Firenze è stato condannato con una sentenza da considerarsi un unicum nella materia delle pari opportunità, perchè riconosce la conciliazione vita-lavoro un vero e proprio diritto soggettivo. Una sentenza che è anche antesignana rispetto all’obbligo imposto dalla recentissima Direttiva europea che introduce l’equilibrio fra attività professionale e vita familiare, imponendo a tutti gli Stati membri di adeguarvisi entro il 2020.

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Donne, lavoro, maternità: le discontinuità necessarie

Femministerie 10 ottobre 2019 . di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

In Italia una donna su due non lavora. E il lavoro è spesso così precario e intermittente da costringere a ritardare indefinitamente le scelte di maternità.

Quando poi in Italia le donne fanno un figlio, in 4 casi su 10 restano escluse dal mercato del lavoro. Non solo sono licenziate o discriminate in quanto madri, ma si trovano a sobbarcarsi la gran parte del lavoro domestico e di cura: nel loro monte ore di lavoro quotidiano, il 75% è in attività non retribuite. Questo è uno dei più gravi ostacoli alla loro effettiva realizzazione lavorativa.

In Italia, fare figli è il privilegio di chi ha un reddito e vive in città o aree geografiche dove è migliore la qualità della vita grazie a un sistema economico vitale e a un buon sistema dei servizi. Questo significa che anche nelle scelte di maternità si evidenziano le gravi diseguaglianze sociali che affliggono il nostro paese.

Poter scegliere se e quando diventare madre è diventata una questione di classe, ma di segno opposto rispetto al passato, quando i tassi più elevati di fecondità caratterizzavano le fasce meno abbienti. Perché nel frattempo le donne sono cambiate, e non sono più disposte a sacrificare interamente il proprio benessere, la propria salute, per adempiere al proprio destino di riproduttrici. Ciò però non significa che la rinuncia non comporti sofferenza: se il numero medio di figli per donna è tra i più bassi di Europa, quello dei figli desiderati è invece tra i più elevati.

È allora più che evidente che la politica ha una responsabilità grande. Serve una politica ambiziosa e lungimirante se si vogliono sostenere le donne e le coppie nella realizzazione dei loro desideri riproduttivi.

Ben venga quindi la discussione e la proposta dell’assegno unico per figlio. Soprattutto, ben venga che siano semplificate e unificate le diverse forme di aiuto alla genitorialità. Ben venga che si superi la logica dei bonus nella prospettiva di un investimento strutturale nel sostegno di genitori e figli, e che si renda l’assegno universale, disgiunto dalla condizione occupazionale.

Ma, c’è un ma. Se queste politiche non si accompagnano a interventi che mettano in discussione la divisione sessuale del lavoro e che prendano di petto il problema scarsa occupazione femminile, il rischio è quello di fotografare e cristallizzare l’ingiustizia dell’oggi, pur attenuata da un importante sostegno economico.

Come segnalato a suo tempo dall’economiste di In.genere bisogna uscire dal labirinto di voucher e bonus bebé, ma in direzione di una prestazione che incentivi l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Alle donne serve cambiamento, non ripiegamento nelle storture del presente.

Non ci sorprende che l’idea di un assegno mensile per ogni figlio susciti entusiasmo tra le donne che oggi sono madri. Perché la loro fatica quotidiana le ha troppo spesso condannate alla solitudine e a un senso profondo di precarietà. Ma dobbiamo essere consapevoli che se non interveniamo parallelamente sulle diseguaglianze di sistema, sia in termini di occupazione sia di servizi, nessun assegno garantirà alle donne la piena realizzazione della propria persona.

Agire sulle diseguaglianze significa anche incentivare una piena condivisione dei carichi di cura tra donne e uomini. Il congedo di paternità obbligatorio esteso a 10 giorni, come viene ora proposto, è certo un passo avanti rispetto ai precedenti 5, e segnala un adeguamento alla recente direttiva del Parlamento Europeo sul work-life balance. Ma l’Italia resta tra i paesi europei con il congedo più breve. La direttiva prevede anche due mesi di congedo parentale (facoltativo) non trasferibile e retribuito per il padre o il secondo genitore: una misura che ci sembrerebbe importante includere da subito in un pacchetto di misure per la distribuzione più equilibrata delle responsabilità. Ma dovremmo essere anche più ambiziose di così. In Parlamento sono già depositate proposte in questo senso, anche per un congedo di paternità (o per il secondo genitore) di durata pari a quello delle madri, da applicare anche alle unioni civili.

Ci vuole coraggio insomma, visione, attenzione alla complessità. Soprattutto, se parliamo di incentivare la natalità, serve fiducia nel futuro. È il momento che chi decide si dimostri all’altezza delle promesse di cambiamento che rivolge al paese, in particolare alle cittadine di questo paese, che alla politica credono sempre meno, che si sentono ad essa sempre più estranee.

Discontinuità reali, politiche adeguate alle disuguaglianze sociali e di genere che mordono e creano insicurezza. Questo è ciò che serve alle donne nel presente e alle generazioni future.