La sentenza del tribunale di Firenze: “Conciliare vita familiare e lavoro è un diritto”

La Repubblica – Firenze 24 ottobre 2019

I giudici hanno condannato l’Ispettorato del lavoro per le discriminazioni a danno di 83 dipendenti

Conciliare vita familiare e lavorativa è un diritto e il datore di lavoro ha il dovere di garantirlo. Per la sua violazione l’Ispettorato del lavoro di Firenze è stato condannato con una sentenza da considerarsi un unicum nella materia delle pari opportunità, perchè riconosce la conciliazione vita-lavoro un vero e proprio diritto soggettivo. Una sentenza che è anche antesignana rispetto all’obbligo imposto dalla recentissima Direttiva europea che introduce l’equilibrio fra attività professionale e vita familiare, imponendo a tutti gli Stati membri di adeguarvisi entro il 2020.

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Donne, lavoro, maternità: le discontinuità necessarie

Femministerie 10 ottobre 2019 . di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

In Italia una donna su due non lavora. E il lavoro è spesso così precario e intermittente da costringere a ritardare indefinitamente le scelte di maternità.

Quando poi in Italia le donne fanno un figlio, in 4 casi su 10 restano escluse dal mercato del lavoro. Non solo sono licenziate o discriminate in quanto madri, ma si trovano a sobbarcarsi la gran parte del lavoro domestico e di cura: nel loro monte ore di lavoro quotidiano, il 75% è in attività non retribuite. Questo è uno dei più gravi ostacoli alla loro effettiva realizzazione lavorativa.

In Italia, fare figli è il privilegio di chi ha un reddito e vive in città o aree geografiche dove è migliore la qualità della vita grazie a un sistema economico vitale e a un buon sistema dei servizi. Questo significa che anche nelle scelte di maternità si evidenziano le gravi diseguaglianze sociali che affliggono il nostro paese.

Poter scegliere se e quando diventare madre è diventata una questione di classe, ma di segno opposto rispetto al passato, quando i tassi più elevati di fecondità caratterizzavano le fasce meno abbienti. Perché nel frattempo le donne sono cambiate, e non sono più disposte a sacrificare interamente il proprio benessere, la propria salute, per adempiere al proprio destino di riproduttrici. Ciò però non significa che la rinuncia non comporti sofferenza: se il numero medio di figli per donna è tra i più bassi di Europa, quello dei figli desiderati è invece tra i più elevati.

È allora più che evidente che la politica ha una responsabilità grande. Serve una politica ambiziosa e lungimirante se si vogliono sostenere le donne e le coppie nella realizzazione dei loro desideri riproduttivi.

Ben venga quindi la discussione e la proposta dell’assegno unico per figlio. Soprattutto, ben venga che siano semplificate e unificate le diverse forme di aiuto alla genitorialità. Ben venga che si superi la logica dei bonus nella prospettiva di un investimento strutturale nel sostegno di genitori e figli, e che si renda l’assegno universale, disgiunto dalla condizione occupazionale.

Ma, c’è un ma. Se queste politiche non si accompagnano a interventi che mettano in discussione la divisione sessuale del lavoro e che prendano di petto il problema scarsa occupazione femminile, il rischio è quello di fotografare e cristallizzare l’ingiustizia dell’oggi, pur attenuata da un importante sostegno economico.

Come segnalato a suo tempo dall’economiste di In.genere bisogna uscire dal labirinto di voucher e bonus bebé, ma in direzione di una prestazione che incentivi l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Alle donne serve cambiamento, non ripiegamento nelle storture del presente.

Non ci sorprende che l’idea di un assegno mensile per ogni figlio susciti entusiasmo tra le donne che oggi sono madri. Perché la loro fatica quotidiana le ha troppo spesso condannate alla solitudine e a un senso profondo di precarietà. Ma dobbiamo essere consapevoli che se non interveniamo parallelamente sulle diseguaglianze di sistema, sia in termini di occupazione sia di servizi, nessun assegno garantirà alle donne la piena realizzazione della propria persona.

Agire sulle diseguaglianze significa anche incentivare una piena condivisione dei carichi di cura tra donne e uomini. Il congedo di paternità obbligatorio esteso a 10 giorni, come viene ora proposto, è certo un passo avanti rispetto ai precedenti 5, e segnala un adeguamento alla recente direttiva del Parlamento Europeo sul work-life balance. Ma l’Italia resta tra i paesi europei con il congedo più breve. La direttiva prevede anche due mesi di congedo parentale (facoltativo) non trasferibile e retribuito per il padre o il secondo genitore: una misura che ci sembrerebbe importante includere da subito in un pacchetto di misure per la distribuzione più equilibrata delle responsabilità. Ma dovremmo essere anche più ambiziose di così. In Parlamento sono già depositate proposte in questo senso, anche per un congedo di paternità (o per il secondo genitore) di durata pari a quello delle madri, da applicare anche alle unioni civili.

Ci vuole coraggio insomma, visione, attenzione alla complessità. Soprattutto, se parliamo di incentivare la natalità, serve fiducia nel futuro. È il momento che chi decide si dimostri all’altezza delle promesse di cambiamento che rivolge al paese, in particolare alle cittadine di questo paese, che alla politica credono sempre meno, che si sentono ad essa sempre più estranee.

Discontinuità reali, politiche adeguate alle disuguaglianze sociali e di genere che mordono e creano insicurezza. Questo è ciò che serve alle donne nel presente e alle generazioni future.

L’economia mondiale perde 140 trilioni di euro perché le donne non partecipano al mercato del lavoro

La 27 ora – Corriere della sera 27 giugno 2019

Perfino nella civile e ricca Islanda, che nel 2018 il World Economic Forum ha classificato al primo posto nel suo Indice internazionale dell’uguaglianza di genere, c’è ancora un 15% di differenza media fra i salari dei maschi e quelli delle donne. A parità di mansioni, e a vantaggio degli uomini, naturalmente (a sorpresa, invece, Paesi africani come il Ruanda o la Namibia si classificano rispettivamente al sesto e al decimo posto). Nel resto del globo, nonostante i progressi fatti in tante aree negli ultimi decenni, la disuaglianza è quasi sempre pesante, marcata, a volte scandalosa: «in tutto il mondo –sottolinea il Fondo monetario internazionale- donne e uomini non hanno le stesse opportunità di partecipare all’attività economica, e le donne non ricevono gli stessi riconoscimenti, salari, o benefici rispetto agli uomini…al tasso corrente di progresso ci vorranno 217 anni per chiudere il divario globale di genere per le uguali opportunità e la partecipazione della forza lavoro femminile»

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È UN LAVORO PER DONNE

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, i Comitati Unici di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni (CUG) dell’Università degli Studi di Torino e del Politecnico di Torino, con la collaborazione del CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere), organizzano il prossimo 9 marzo dalle ore 9.00 alle 13.00, nell’Aula Magna del Campus Luigi Einaudi, il convegno:
È un lavoro per donne”.
Il Convegno affronta il tema degli stereotipi di genere nella formazione e nel lavoro con una riflessione critica su queste tematiche. Gli interventi guarderanno al tema da una prospettiva economica, delle storie di vita, e narrativa, al fine di fornire dati e stimoli per accompagnare la formazione di una sensibilità attenta che possa tradursi in comportamenti e scelte “oltre gli stereotipi”.
Per registrarsi al Convegno occorre compilare il form: