Perché le donne si ammalano meno di Coronavirus

UnitoNews – 1 aprile 2020

Ne abbiamo parlato con la ricercatrice Silvia De Francia del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, esperta di farmacologia di genere

Silvia De Francia è ricercatrice in Farmacologia al Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università di Torino, all’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano. Si occupa, tra l’altro, di farmacologia di genere. Con lei abbiamo analizzato gli attuali dati sull’epidemia di Coronavirus in base alle differenze biologiche e di genere e abbiamo cercato di capire perché l’incidenza della malattia sia maggiore nella popolazione maschile. E quali siano le diverse risposte al trattamento farmacologico. Da un punto di vista più “sociale” abbiamo affrontato il tema del peso dell’emergenza sanitaria e perché si scarichi maggiormente sulle donne.

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PILLOLA DEI 5 GIORNI DOPO, TROPPE RESISTENZE DEI FARMACISTI SULLA RICETTA?

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04 febbraio 2016 ore 16:35, Americo Mascarucci

L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha abolito l’obbligo della prescrizione medica per l’acquisto della pillola dei 5 giornidopo.
Con un’apposita delibera l’Aifa ha stabilito che la pillola può essere venduta a tutte le donne maggiorenni direttamente in farmacia, senza bisogno della prescrizione medica o del test di gravidanza, adeguando perciò l’Italia alle direttive emanate a livello europeo dall’Ema.
Eppure nonostante ciò non sarebbero poche in Italia le farmacie che ancora oggi richiedono la ricetta alle ragazze che desiderano acquistare la pillola per non incorrere nel rischio di una maternità non desiderata.
Come è possibile questo? Lo spiega un’indagine nazionale l’istituto di ricerca SWG di Trieste (in collaborazione con Edizioni Health Communication) condotta su un campione di donne e farmacisti.
Se il 14% dei farmacisti dichiara di non essere a conoscenza della determina Aifa, il 46% manifesta una sorta di “obiezione di coscienza” dichiarandosi contrario alla scelta dell’Agenzia del Farmaco: fra i contrari il 77% ha motivato questa sua posizione sostenendo che senza prescrizione medica le ragazze sarebbero spinte a fare un uso eccessivo della pillola, ad abusarne oltre misura. Leggi il resto »

Tumori: a 1500 donne l’anno negato accesso farmaci fertilità Costo totale carico pazienti;con terapie 50% chances gravidanza

ANSA 16 dicembre 2014
La possibilità di diventare madri dopo il cancro è un diritto ancora negato in Italia. Ogni anno circa 1.500 donne con tumore chiedono ai medici di preservare la fertilità ma i farmaci anti-sterilità sono a totale carico delle pazienti, perché non rientrano tra quelli prescrivibili, nonostante numerosi studi scientifici abbiano dimostrato la loro efficacia. È necessario un intervento normativo urgente, come evidenziato dalle associazioni dei pazienti (FAVO, ANDO, AIMaC, Salute Donna). L’appello è contenuto nel documento inviato al Ministero della Salute e alla Conferenza Stato-Regioni e presentato al Convegno “Prevenire la sterilità e conservare la fertilità nelle donne malate di cancro”, oggi al Senato. Leggi il resto »

Troppi farmaci a misura d’uomo, «quote rosa» negli studi clinici

di Adriana Bazzi da Corriere della Sera, 7 novembre 2012

Una pastiglia per il mal di testa, un diuretico per curare l’ipertensione, un antistaminico per tenere a bada un’allergia: farmaci comunissimi che possono rivelarsi pericolosi per le donne. Molto di più che per gli uomini.
I diuretici antipertensivi, per esempio: secondo uno studio olandese dell’Università di Rotterdam provocano quattro volte più effetti collaterali nel sesso femminile che in quello maschile, a partire da nausea e confusione mentale fino al coma. E lo stesso vale per il warfarin: un anticoagulante, usato per prevenire trombosi e ictus, colpevole di determinare un maggior numero di emorragie nelle donne che nell’uomo. Anche gli antipsicotici, prescritti per curare depressioni gravi, disturbi bipolari (dove si alternano episodi maniacali con crisi depressive profonde) e stati di ansia, provocano molti disturbi collaterali nelle donne. Per finire con gli antistaminici che, su queste ultime, hanno un effetto soporifero particolarmente accentuato.

Il motivo? Sono tutti farmaci sperimentati per lo più nei maschi che biologicamente sono molto diversi dalle femmine. E quando vengono prescritti alle donne possono rivelare effetti inaspettati e pericolosi.
È la discriminazione di genere negli studi clinici, quegli studi che dovrebbero verificare efficacia e sicurezza di una cura. Le donne non sono amate da certi ricercatori, quando vogliono sperimentare rapidamente gli effetti di una medicina sull’organismo umano: le donne hanno fluttuazioni ormonali mensili che interferiscono con il metabolismo dei farmaci, possono rimanere incinte e non è etico esporre il feto ai potenziali danni di un composto chimico in sperimentazione e, in menopausa, cambiano completamente la loro biologia.

Meglio l’uomo. Soprattutto quando un’azienda farmaceutica vuole mettere in commercio in tempi rapidi un prodotto e non spendere troppi soldi nelle verifiche cliniche.
Ora la situazione sta cambiando e molte associazioni, come ha appena ribadito il quotidiano inglese Daily Mail, stanno promuovendo l’ingresso delle donne negli studi clinici. L’obiettivo è sperimentare i farmaci tenendo conto delle peculiarità del sesso femminile: il peso corporeo per esempio (come si fa a somministrare una medicina ai dosaggi standard sperimentati sull’uomo quando una donna pesa molto meno?), i recettori che mediano l’effetto delle medicine (che dipendono dagli ormoni femminili), il tessuto adiposo più abbondante (molte molecole si legano ai grassi e hanno un effetto più duraturo), un rene che elimina più lentamente i farmaci (che quindi viaggiano più a lungo nell’organismo e aumentano le probabilità di effetti collaterali, nelle donne, appunto).

Ma rimangono altri problemi da risolvere. Per esempio: come valutare gli effetti collaterali di farmaci, come gli antidepressivi, sulle donne incinte? Questi farmaci possono provocare aborti, parti prematuri, problemi di crescita per i neonati, secondo quanto hanno evidenziato i cosiddetti studi retrospettivi, condotti dopo che i farmaci sono entrati in commercio. Ma non basta, la ricerca va ripensata. A favore delle donne.