“Metà donne nel cda Per noi è l’imperativo” intervista a Francesca Izzo

di Andrea Carugati da l’Unità, 19 giugno 2012

«Noi di Se non ora quando? non abbiamo partecipato insieme alle altre associazioni all’indicazione dei nomi al Pd per il cda di Rai», si affretta a precisare Francesca Izzo, docente di Storie delle dottrine politiche all’Università di Napoli e una delle voci autorevoli del movimento femminile nato nelle piazze italiane il 13 febbraio 2011. E tuttavia il movimento ha scritto una lettera al leader Pd, ringraziandolo «per il riconoscimento e la fiducia» e per aver rotto «unilaterlamente il rito della lottizzazione».
Ci spieghi le ragioni di questa scelta.. «Abbiamo scelto un altro percorso, e cioè una lettera al presidente della Vigilanza Rai Sergio Zavoli, inviata anche al Quirinale, per chiedere una composizione paritaria tra uomini e donne nel nuovo cda, e abbiamo indicato sei nomi: Dacia Maraini, Chiara Saraceno, Lorella Zanardo, Flavia Nardelli, Benedetta Tobagi ed Evelina Christillin. Si tratta di sei personalità di indiscusso valore ed esperienza, tutte molto impegnate sul tema della piene cittadinanza delle donne, ma con orientamenti e sensibilità diverse».
E tuttavia la riunione di ieri era stata convocata su impulso del Pd, con voi e altre tre associazioni, per indicare due nomi della società civile che i democratici avrebbero fatto propri.
«L’onorevole Bersani ha fatto una scelta coraggiosa a coinvolgere le associazioni, un atto di rottura che rende possibile una procedura inedita e una vera innovazione, pur a legislazione inalterata, e per questo gli siamo grate. E abbiamo ritenuto che non spettasse a un’associazione come la nostra designare nomi. Quello che è un compito che spetta, appunto, alla Vigilanza».
Dunquevi siete chiamate fuori… «Il nostro è un movimento trasversale, che ha l’ambizione di parlare e lanciare la sfida della parità di genere a tutte le forze politiche, non a un solo partito. Rispondere alla richiesta di Bersani ci avrebbe tolto la possibilità di rivolgerci a tutti gli altri partiti».
Ma le altre forze politiche non hanno chiesto alcunché alle associazioni. Crede che accoglieranno i vostri suggerimenti? «Noi abbiamo offerto a tutta la commissione di Vigilanza una possibilità per una trasformazione seria e forte nel massimo organo di governo del servizio pubblico. In questi mesi abbiamo fatto un lavoro di “bombardamento” su tutte le forze politiche sul tema della parità di genere, e abbiamo riscontrato una forte attenzione, e condivisione dell’idea che la scarsa presenza femminile è uno degli elementi che rendono asfittiche e poco dinamiche le istituzioni. Tutti ci hanno detto che abbiamo ragione. Bene, questa è una occasione per passare dalle parole ai fatti. Del resto i nomi che proponiamo non hanno connotazioni politiche, e questo potrebbe indurre anche gli altri partiti a rivedere le loro posizioni».
Eppure uno dei nomi indicati dalle altre associazioni ieri a Bersani, quello di Benedetta Tobagi, rientra anche nella vostra “rosa”. «Si tratta di una convergenza di vedute tra noi e le altre associazioni, ma ci tengo a precisare ancora che noi non abbiamo partecipato alla designazione».
La presidente designata della Rai, Anna Maria Tarantola, è una donna. Questo non è di per sé, a suo avviso, un segnale significativo? «Abbiamo apprezzato molto questa designazione, ma per avere un cda paritario è necessario che la Vigilanza indichi altri nomi di donne. Noi riteniamo che sia possibile, e abbiamo proposto sei nomi. Ora la parola passa alla Commissione ».

Donne al centro del Paese per fermare le violenze

di Francesca Izzo, L’Unità 3 maggio 2012
L’accoglienza ampia e corale che sta ricevendo l’appello Mai più complici è di grande conforto.
Migliaia di persone da tutta Italia e tante figure illustri della vita pubblica italiana hanno aderito.
Particolarmente importante è la risposta che arriva dagli uomini che numerosi sottoscrivono un appello
lanciato da donne ma essenzialmente rivolto a loro.
Un appello che li chiama in causa perché la violenza che si esercita contro le donne, sino alle incredibili
cifre dei femminicidi, è cosa che li riguarda, che li interroga sulla difficoltà, se non rifiuto, che tanti, troppi giovani uomini mostrano ad accettare la libertà delle donne.
Una incapacità, una inadeguatezza di misurarsi, di comprendere, anche di scontrarsi bandendo la violenza, con una donna che si sente e si pone come un soggetto consapevole di sé, desiderosa di essere signora del proprio destino.
Nello scarto tra una realtà femminile mutata e la permanenza di una mentalità che si aggrappa a fantasmi del passato, per trarre un surrogato di potere, si sprigiona la violenza, il ricorso all’arcaismo della forza bruta. È il segno di una fragilità che viene illusa e rafforzata da tante, troppe narrazioni che mostrano le donne come oggetti a disposizione del desiderio maschile.
Cambiare questo stato di cose richiede un lavoro di lunga lena e l’intervento di tutti, non sono sufficienti solo nuove leggi o inasprimenti delle pene. Bisogna agire su tanti fronti: dal governo al parlamento, dai media alla
magistratura, alla polizia, alle agenzie educative laiche e religiose, al mondo dello sport per arrivare a colmare quello scarto tra una libertà femminile che si vuole affermare nel mondo e un mondo che resiste. Per vincere anche la vergogna e la paura che tanto spesso paralizzano la volontà delle donne vittime di violenza.
Noi di Se non ora quando? che abbiamo con altre promosso l’appello vogliamo, dalla nostra prospettiva di movimento organizzato di donne, contribuire a colmare quello iato. Vogliamo combattere la violenza che si scatena contro le donne non solo chiamando alla responsabilità civile l’opinione pubblica ma mettendo al centro della vita nazionale le donne. Mettere al centro dell’agenda di governo, per consentire alla società italiana di uscire dal cono d’ombra in cui si trova, le questioni che riguardano la loro drammatica mancanza di lavoro, la altrettanto drammatica difficoltà, per mancanza di servizi, di tenere assieme il lavoro, quando c’è, con la cura di bambini, anziani. Siamo consapevoli che è un’impresa gigantesca modificare l’asse su cui sinora si sono stabilite le compatibilità economiche, sociali e politiche e imporre come priorità il lavoro
delle donne e un welfare post patriarcale. Solo le donne possono assumersi il carico e la responsabilità di spingere in questa direzione. Ma devono essere in condizioni di poterlo fare. Per questa ragione abbiamo detto, in ultimo in piazza l’11 dicembre dello scorso anno, che a governare e a fare le leggi siano donne e uomini alla pari.