DONNE, GRAMMATICA E MEDIA: L’ITALIANO RISPETTA IL GENERE?

DONNE, GRAMMATICA E MEDIA: L’ITALIANO RISPETTA IL GENERE?

Incontro alla Libreria Natalia Ginzburg – Sala Mario Molinari – via Lombroso 16, Torino

10 Dicembre 2014 – ore 18.30

Si dice la ministra, l’assessora? Per secoli le cariche sono state ricoperte dagli uomini e ora che diventano appannaggio anche degli uomini, ancora si definiscono al maschile. Anche questo è discriminazione. Per superare dubbi e perplessità sull’adozione del genere femminile c’è ora il manuale “Donne, grammatica e media – Suggerimenti per l’uso dell’Italiano”, nato da GiULiA, associazione di giornaliste, progettato e curato da Maria Teresa Manuelli, con la voce autorevole di Cecilia Robustelli, docente di linguistica italiana all’Università di Modena e collaboratrice dell’Accademia della Crusca. Il manuale, basandosi sulle regole grammaticali, aiuta chi fa informazione, e non solo, a rispettare le differenze, nel rispetto dell’evoluzione della società e della realtà delle donne. Il manuale è stato presentato alla Camera, presente la presidente Laura Boldrini, come lei stessa si definisce: “Se io attribuissi ad un uomo una connotazione femminile quell’uomo si ribellerebbe. Allora il rispetto passa anche attraverso la restituzione del genere”. Eppure è diffuso anche tra le donne una sottovalutazione dell’uso sessista della lingua italiana, legata a una mancata consapevolezza di genere e quindi di sé. “Quello che non si cita non esiste”, dice Cecilia Robustelli.

Ne discutono:

Milena Boccadoro, giornalista Rai, di SNOQ-Torino

Stefanella Campana, giornalista, Babelmed, di SNOQ-Torino

Marina Cosi, giornalista, vice presidente dell’associazione Giulia

Introduce Laura Onofri, Consigliera comunale, portavoce di Snoq-Comitato di Torino

“Concilia? Tra lavoro, cura e tempo per sé”

L’Italia cambia se accettano di cambiare gli italiani. E anche le italiane. Assieme. E’ infatti la conciliazione il tema declinato quest’anno dalle concorrenti (molte) e dai concorrenti (meno) al premio fotografico 2014 de Lo Sguardo di Giulia. La conferenza stampa si terrà il 6 novembre a Milano, Palazzo Marino, mentre la mostra debutterà il 18 novembre a Sesto, Villa Visconti d’Aragona. “Concilia? Tra lavoro, cura e tempo per sé” il titolo di questa seconda edizione del premio fotografico, lanciata in marzo scorso e conclusa a fine settem- bre. La giuria ha valutato le opere in base a originalità interpretativa, creatività estetica e, ultima ma non ulti- ma, qualità informativa. Leggi il resto »

CHIAMALA VIOLENZA, NON AMORE

venerdì 2 maggio ore 15,30-17,00
Circolo dei Lettori di Torino, Via Bogino, 9


CHIAMALA VIOLENZA, NON AMORE
Dibattito sulla Mostra fotografica “Lo sguardo di Gi.ULi.A”
evento del festival articolotr3 promosso dal Comune di Torino

partecipano:
Marina Cosi Vicepresidente dell’Associazione Giulia e curatrice della Mostra
Stefanella Campana e Laura Onofri di SNOQ-Torino
Elena Rosa direttrice festival articolotre, presenta “l’oggettivazione del
corpo femminile e la violenza contro le donne in pubblicità”.

Il dibattito sarà accompagnato dalla proiezione del Video sulla Mostra

L’associazione «Se Non Ora, Quando?» di Torino propone la mostra fotografica
«Chiamala violenza non amore» dell’associazione di giornaliste Gi.U.Li.A. (Giornaliste Unite, Libere, Autonome), allestita presso la Galleria Subalpina dal 2 al 13 maggio. L’esposizione raccoglie gli scatti realizzati per l’omonimo concorso che aveva l’obiettivo di riflettere sulla violenza sulle donne attraverso un punto di vista differente, in grado di modificare l’immaginario vecchio e maschilista, spesso alimentato dai media con fotografie tra sensazionalismo e vittimizzazione.

Lo stupro visto da Shakespeare

Succede a Milano al Teatro i. Uno spettacolo dedicato alla figura di Lucrezia, suicida dopo la violenza. Segue dibattito (e c’è anche GiULiA).

Giovedì 13 dicembre 2012 23:06
 
GiULiA Giornaliste
 
Camilla Gaiaschi
 
La violenza di genere raccontata da William Shakespeare. La troviamo in questi giorni a Milano, al Teatro i, dove il regista Valter Malosti porta in scena, fino a lunedì, “Lo stupro di Lucrezia”, interpretato da Alice Spisa, Jacopo Squizzato e dallo stesso Malosti. Non un’opera teatrale, ma uno dei due poemetti – poco noti al grande pubblico – che il drammaturgo e poeta inglese dedicò a Henry Wriothesley, III conte di Southampton (l’altro è “Venere e Adone”, già adattato da Malosti che lo ripresenterà domenica dopo “Lo stupro” sotto forma di concerto).
 
Il testo, dedicato alla figura di Lucrezia che stuprata da Tarquinio si toglie la vita per la vergogna, colpisce per la sensibilità con la quale Shakespeare affronta il tema della violenza di genere attraverso l’uso di un io narrante femminile. La voce della donna, il suo lamento dopo lo stupro, è al centro della sua scrittura che diventa ora una meditazione filosofica sul senso del dolore ora un flusso di coscienza disperato: “L’indagine che Shakespeare conduce nell’animo di una donna che ha subito violenza non trova eguali in nessuna opera letteraria dell’epoca fino, forse, a tutto il 900”, spiega Malosti. Dopotutto, Shakespeare è sempre stato attento a quelle che oggi chiameremmo le questioni di genere: “basti pensare ai numerosi riferimenti nella sua opera, più o meno espliciti, al tema dell’identità sessuale, da cui emerge un tentativo di superare gli stereotipi di genere e mettere al centro la persona, che è poi quello che più apprezzo in questo autore”.
 
Lontano da qualsiasi forma di teatro sociale o civile, la regia di Malosti si concentra sui corpi e sulla voce dei due attori provenienti dalla scuola del teatro stabile che Malosti stesso dirige. E a cui insegna, da buon amante dell’ecclettismo, a navigare tra tradizione e ricerca, da Grotowski così come da Ronconi, per fare qualche esempio, nella certezza che sia “necessario superare il settarismo in cui spesso cade il teatro italiano”. “Con gli attori abbiamo fatto questo lavoro molto duro dal punto di vista fisico e dei contenuti – continua Malosti – la difficoltà forse più grande per loro nel portare questo testo in scena è stata quella di coniugare corpo e voce, concentrandosi cioè da una parte sul linguaggio della corporeità e dall’altra su un testo cinquecentesco al quale, salvo qualche taglio che ho fatto per ragioni drammaturgiche, mi sono mantenuto fedelmente”. Il risultato è una pièce che va dritta allo stomaco, cruda e commovente per la sua attualità e che proprio per questa ragione sarà seguita, nella serata di venerdì 14 dicembre, da un dibattito sulla violenza di genere a cui parteciperanno, oltre a Gi.U.Li.A (Camilla Gaiaschi), le associazioni Sportello Donna (con la presenza della psicoterapeuta Roberta Manfredini), Fondazione Ca’ Granda del Policlinico di Milano (Donatella Galloni e Elena Calabrò) e Telefono Donna (Dott.ssa Bartoccetti). Modererà l’incontro Ira Rubini di Radio Popolare.
 
L’incontro è stato proposto da Teatro di Dioniso, la compagnia di Valter Malosti, e Teatro i dopo il buon successo dell’analoga iniziativa che si è svolta a Torino il 25 novembre in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne svolta in collaborazione con il comitato torinese Se Non Ora Quando. L’appuntamento milanese è per venerdì 14 dicembre alle ore 21.00 presso il “Teatro i”, via Gaudenzio Ferrari, 11, Milano.
 
Si ringrazia per la fotografia © Giulia Caira.
 
 

Parlare di femminicidio a babbo morto

Lunedì 29 ottobre 2012

Donne di Fatto de Il Fatto Quotidiano

Eva Macali

Ieri mattina mentre sfogliavo i giornali mangiando la nutella con le dita mi è caduto l’occhio su un elzeviro di Saverio Raimondo in apertura del Misfatto, l’irrinunciabile supplemento di satira de Il Fatto Quotidiano. Il tema era il femminicidio e per lo stupore sono riuscita addirittura a separarmi dal venerato barattolo. Ma la lettura del pezzo mi ha fatto cadere la mascella: si trattava un attacco frontale al movimento Se Non Ora Quando, accusato di svariate ignobili nefandezze.

Ma com’è possibile? Tu quoque Saverio! Mi sono ripresa il barattolo di nutella e tenendolo bello stretto ho letto che le femministe di Snoq sarebbero nientepopodimeno che delle renziane ante litteram.

Questo è troppo, caro Saverio, prendo l’accusa sul personale. Quindi eccomi qui, da misfattista ante literam, a pulirmi le dita di cioccolato per spiegarti non una, ma forse anche due o tre cose, affinché nel brulicare delle tue sinapsi cerebrali s’insinui il sano dubbio di aver scritto delle sonore cazzate. Vorrei cominciare dal fondo del tuo pezzo, quando dici che Snoq ha “sfruttato il corpo delle donne per ragioni politiche” ma già la noia comincia a travolgermi.

Preferisco annotare che non si capisce dove sia la satira nel tuo ragionamento spiegato. Da satirica a satirico te lo dico tenendo il cuore nella mano con cui prendo la nutella, perché mi aspetterei qualcosa di più di “La madre dei maschilisti è sempre incinta”, che ha quel sapore da Maurizio Costanzo Show che mi rovina la foderatura del palato al gusto gianduia.

Non te lo devo spiegare io che se me lo spieghi non serve a niente. Non chiedo neanche che mi strappi una risata, guarda. Ma a leggere la nota di biasimo per la fantomatica raccolta di “donazioni e sostegni economici” di Se Non Ora Quando mi ritrovo catapultata in un pezzo di Camillo Langone sul Foglio, o nel solito trafiletto senza capo né coda de Gli Altri.

Questa questione dei “fondi rosa”, penso che ti piacerebbe chiamarli così, mi è particolarmente cara. Sono di Genova, un posto dove hanno inventato le banche e il seme delle carte da gioco non lo chiamano “quadri” ma “denari”. Quindi ecco la cruda realtà, che posso raccontare con cognizione di causa facendo parte del comitato promotore nazionale di Se Non Ora Quando. Snoq vive di volontariato e anime buone. Ha un bilancio che definire modesto significa fare alta diplomazia. Per finanziarci siamo diventate talmente esperte nella vendita di magliette, spille e shopper di tela che Wanna Marchi ogni mese ci manda i complimenti vergati a mano. Io stessa ho l’armadio pieno di magliette Snoq di tutte le taglie e colori. Non sono ai livelli della moglie di Fantozzi con i filoncini di pane ma poco ci manca. Le donazioni le vediamo giusto con il microscopio elettronico e non si sa se la nostra tesoriera è della scuola Lusi o cosa, ma spariscono subito per pagare qualche creditore.

Veniamo alla parte più seria di questo post. È la realtà dei fatti e tutto fa tranne ridere. Se oggi si parla tanto di femminicidio è perché il 27 aprile di quest’anno Snoq ha scritto e lanciato un appello chiamato Mai Piu Complici, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne. L’appello, come forse ti è sfuggito, è rimbalzato ben oltre le pagine rosa antico del sito Se Non Ora Quando: in tv, su quotidiani e periodici. Insieme a Giulia, Snoq esercita pressione sul mondo giornalistico affinché la lettura dei fatti avvenga in maniera appropriata. Numerosissimi sono i contributi dai lavoratori della conoscenza su questo tema, eccone qui uno, e un altro, soltanto a titolo di esempio. L’appello, che ha 50mila firmatari e più, ha generato alcune irruzioni surreali nella grigia realtà, quando la Figc ha aderito dichiarando ufficialmente che “La violenza sulle donne è un problema degli uomini” e offrendosi di farsi carico del tema del femminicidio in ambito calcistico (c’è anche l’endorsement di Totti, se ti fa piacere). Numerose altre iniziative da parte di uomini amici delle donne si sono susseguite, l’ultima in ordine temporale è questa. Sono stati organizzati due eventi nazionali dedicati al tema della violenza sulle donne, con interventi e punti di vista multiformi e plurali, a Merano e a Torino. Senza contare le numerose iniziative dei comitati territoriali, da Catania, a Verona, a Genova.

Ci sarebbe tanto altro da raccontare, perché il femminicidio è un tema complesso, di natura sostanzialmente culturale e psicologica. Mentre la dignità e l’indignazione innescano nelle persone una call-to-action istintiva, per usare un termine pubblicitario, la violenza subìta o agìta viene spesso rimossa perché appartiene alla sfera intima e familiare. Per intenderci, non è facile denunciare il padre dei tuoi figli con cui condividi il tetto di casa. In Italia, la legge non lo obbliga neanche ad andarsene.

Caro Saverio, la questione è articolata e non si può trattare un tanto al chilo, anche e soprattutto sul piano mediatico e della comunicazione. La differenza, per fartela veramente molto facile, è quella che passa tra farsi un giretto su YouPorn e accettare la complessità dell’erotismo, con tutta la parte sommersa dell’iceberg che si porta dietro. Quando scendi a vedere sott’acqua rischi quasi di spaventarti, ma è quello il lavoro da fare.

Link articolo: www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/29/parlare-di-femminicidio-a-babbo-morto/396810/?fb_action_ids=10151245648182240&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582