L’italia non è un Paese per donne, nemmeno se Ministre

Ancora sul Ministero delle Parii Opportunità: questa volta per chiedere a gran voce che pretendiamo le dimissioni di tutti coloro che nel Governo, Ministri o Sottosegretari risultano inquisiti.

da Il Paese delle donne on line

Dopo le dimissioni di Josefa Idem, Enrico Letta ha distribuito le deleghe alle Pari Opportunità al sottosegretario al Lavoro Cecilia Guerra demolendo di fatto il Ministero delle Pari Opportunità e l’importante lavoro fin qui fatto in breve tempo da Josefa Idem, alla svelta e nella quasi totale indifferenza di una classe politica che ha ben altre irregolarità di cui rendere conto Leggi il resto »

Violenza di genere: la task force della ministra Idem

di Cinzia Romano (Donne e informazione)

Chissà se negli immensi corridoi e poi nel salone d’onore della Guardia di Finanzia a Roma si erano mai viste tante donne tutte insieme. E chissà che ne avrebbero pensato tutti quei generali,naturalmente maschi, i cui ritratti tappezzano le pareti e “scortano” con sguardi seriosi,tutte nella sala dove la ministra per le pari opportunità, i giovani e lo sport, Josepa Idem ha incontrato, dialogato e soprattutto ascoltato tante donne e anche uomini che con le loro associazioni, e servizi si occupano in molti modi e con tante specificità di contrastare la violenza di genere e le discriminazione fondate sul genere e sull’orientamento sessuale.

Perché la task force che la ministra Idem ha in mente non sarà composta solo dai ministeri più direttamente coinvolti ed invitati a collaborare e dal Parlamento(era presente la ministra della salute Beatrice Lorenzin, la presidente della Camera Laura Boldrini, del Senato Pietro Grasso e la vice presidente del Senato Valeria Fedeli). Ma dalle tante associazioni, gruppi, professioniste, operatorie operatrici di servizi pubblici e privati, impegnate-i a combattere la violenza e ogni forma di discriminazione e stereotipi di genere.

La ministra ha le idee chiare: annuncia che la convenzione di Instanbul sarà ratificata la prossima settimana anche dall’Italia, che occorrerà reperire risorse per contrastare violenza e discriminazione. Ha in mente di multare le aziende che continuano a proporre stereotipi sessuali nella pubblicità e di chiedere alle aziende private “così attente alle donne quando si tratta di vendere prodotti e servizi” di fornire contributi per i centri anti violenza.

Si intrecciano nelle decine di interventi racconti di esperienze virtuose e indispensabili, proposte, nuove idee. Le parole, il sapere, la partecipazione di ognuna e ognuno getta raggi di luce su una realtà cupa come puo’ essere il bilancio di 158 donne uccise nel 2012 da partner o ex, da familiari maschi.

La ministra non si prende un secondo di pausa, non lascia mai la sala, nessuna telefonata o sms la distrae. E’ un ascolto attento, vero che la porta a concludere, in modo sintetico ed efficace.Immagina interventi in tre fasi. Quella immediata, per proteggere le vittime in modo efficace (dai ministero della Giustizia e dell’Interno la proposta di rendere la querela di parte non più ritrattabile, come avviene nei casi di violenza sessuale; l’allontanamento coatto del violento dal domicilio della coppia, per permettere alla sopravvissuta e ai figli di non dover peregrinare in centri che magari neanche ci sono; istituzioni di nuclei di forze dell’ordine e magistrati specializzati). A medio termine, attraverso la formazione, l’informazione e la sensibilizzazione, anche per contrastare il potere manipolativo che avviene attraverso le immagini e le parole. A lungo termine, per rimuovere le cause di violenza e discriminazioni.

Un programma non da poco. Con buona pace di Grillo, tutto lascia pensare che laministra “canoista” fa sul serio.

Saluto della Ministra Josefa Idem a POTERE ALLA PAROLA!

Pubblichiamo il saluto che la Ministra Josefa Idem ha inviato a tutte e tutti i partecipanti dell’iniziativa del Comitato di Torino al Salone Internazionale del Libro : POTERE ALLA PAROLA!

E’ con grande piacere che faccio arrivare, con queste righe, il mio saluto alle organizzatrici, agli ospiti e alle ospiti e, in particolare, ai tanti ragazzi e ragazze che sono certa sono con voi in questo momento.

So che da tempo tante donne, tra cui Se non ora quando Torino, si dedicano con immensa passione al tema del pieno raggiungimento dei diritti delle donne e al tema annoso della violenza di genere. Il cambio di passo di questi ultimi anni nella consapevolezza (anche in un numero di uomini sempre maggiore) che un diritto negato alle donne sia un diritto negato alla società’ tutta, è dovuto a un lavoro faticoso, quotidiano, coraggioso.

E la strada da percorrere sappiamo che è ancora lunga.

Oggi discuterete dell’importanza della “parola” e di quello che può e deve dare in termini di ricchezza delle nostre relazioni, del nostro vivere. E sono certa parlerete del prezioso potere che le parole hanno di incidere nelle anime e nelle vite di ciascuno di noi. Il potere della parola di costruire o annientare. Un punto questo su cui non si riflette ancora abbastanza.

Come poco si parla di un linguaggio fintamente neutro e che invece cancella la bellezza e il valore della differenza.

Quello che oggi ci costringe, nel nostro Paese, a una corsa contro il tempo per fermare l’ascesa dei femminicidi e della violenze di genere, arriva da lontano.

E sappiamo tutte che non può bastare la repressione per affrontarlo. Ogni donna sa, anche semplicemente guardando alla propria storia, che parole e linguaggi sono stati, e sono ancora, imbrigliati da stereotipi. Stereotipi di cui le donne pagano il prezzo ogni giorno. Stereotipi che continuano a produrre modelli che sono terreno fertile per discriminazione, prevaricazione, violenza.

Abbiamo un solo faro per costruire politiche efficaci ed e’ la Cultura: è da li che dobbiamo partire.

Le ospiti di grande rilievo della vostra iniziativa sapranno senz’altro dare riflessioni e spunti di grande valore.

Io, nell’esercizio del mio mandato con deleghe senza portafoglio ma con immenso valore, come le Pari Opportunità, lo Sport e le Politiche giovanili, ho voluto impostare i miei primi passi dal valore dell'”ascolto”. Ed e’ proprio ascoltando che ho rafforzato la mia convinzione che nessuno può vincere la battaglia dei diritti senza recuperare il ruolo di guida che un vero cambiamento culturale deve avere, in particolare per il contrasto alla violenza sulle donne.

Io lavorerò, con voi, perché questo possa accadere.

Buon lavoro e buon evento!

Josefa Idem

Ministra per le Pari Opportunità, lo Sport e le Politiche Giovanili

Sefi Idem, la mamma di tutti i Giochi

4 Agosto 2012

La Repubblica

Concita De Gregorio

La famiglia Guerrini di Ravenna occupa un tavolo intero del ristorante a buffet dell’albergo a due passi dalla Legoland inglese, tavoli e famiglie allineati a pranzo, navetta per il parco giochi, pacchetto tutto compreso con gita al castello di Windsor facoltativa.
I Guerrini sono in sette. Padre madre due figli, amica con figlio piccolo, zia. Jonas, che ha nove anni, ha comprato sette nuovi personaggi Lego. «Mamma ci torniamo domani?». «No, domani no. Ci sei stato ieri». «Dai, mamma». «Poi ne parliamo, Jonas. Ora perché non vai ai gonfiabili?». Janek, che ne ha 17, traffica con l’iPad. Il padre fa la spola al buffet. Oggi è una giornata di “scarico”, la mamma si riposa. Da domani ricomincia a lavorare che martedì ha le batterie e le semifinali della sua ottava olimpiade. Ottava. La prima è stata a Los Angeles 28 anni fa. «Ho detto no, Jonas. Non insistere». Sorriso.
Una preparazione alla gara come quella di Sefi Idem non l’avete mai vista. «La squadra portoghese ha mandato gli atleti in Polonia per concentrarsi. Io mi concentro con le persone che amo, la mia squadra sono loro. Vinciamo o perdiamo tutti insieme e va sempre bene. Lo sport non è tutto nella vita. È una passione e un lavoro. Non sono una canoista: faccio la canoista, è diverso. Averli accanto me lo ricorda ogni minuto».
Fuori la campagna inglese di Old Windsor, spettacolare. Vento forte, freddo estivo. Sefi in maglietta. Guglielmo Guerrini, che se ne è innamorato una sera a Praga ed è diventato il suo allenatore, non smette di guardarla come quel giorno. Quarantotto anni, una bellezza. «Il corpo cambia e la testa lo governa. Bisogna assecondare la vita come le condizioni sul campo di gara, non opporsi: a Pechino fa caldo? Fa caldo. A Londra c’è vento laterale? Vediamo a cosa può servire. Ci ho messo trent’anni a imparare che la fortuna te la costruisci con le tue mani, ma la buona e la cattiva sorte ti toccano e basta, ci devi stare dentro. Ai mondiali del 2010 avevo 50 chili di erba agganciata al timone: cosa ci potevo fare? Niente. Una lezione: ci sono volte in cui avvilirsi è inutile». Mamma, ho fame. Ma se abbiamo appena pranzato, Jonas. «Un giorno ai mondiali del 2005 mi si è avvicinata la campionessa in carica, mi ha chiesto se poteva sedersi accanto a me a tavola e mi ha detto: le porto i saluti di mia madre. Avevo gareggiato contro la sua mamma vent’anni prima. Federica dice: sono otto anni che tiro. Beh, io sono 28. Ma con le nipoti no, smetto prima. Ci siamo quasi, questa è l’ultima». Los Angeles, Seoul, Barcellona, Atlanta, Sydney, Atene, Pechino, Londra. Un oro, due argenti, due bronzi. I migliori risultati a cavallo dei 40 anni. A Pechino, a 44 con le adolescenti in gara, argento per cinque millesimi di secondo. In mezzo i due figli. Janek è nato fra Barcellona e Atlanta. Jonas Sydney e Atene. Janek ha 17 anni e ha fatto cinque Olimpiadi. Jonas ne ha 9 e ne ha fatte 3. Ti ricordi Pechino, Jonas? «Sì, facevo collezione di pins». E tu Janek, ti ricordi Atene? «Certo, ero con papà sul camion che seguiva la gara a bordo fiume. Ai 400 ho cominciato a piangere. È normale no? D’altra parte si chiama così la zona riservata ai familiari nelle tribune di gara: kiss and cry zone. Ci siamo cresciuti». Ci sono cresciuti. Guglielmo, il padre: «Quando Janek era piccolo lo portavo con me a seguire le gare nel marsupio, in bicicletta. Sefi alle Olimpiadi di Atlanta lo allattava. Non l’abbiamo mai lasciato. Jonas neppure, i figli stanno coi noi». Janek oggi è un adolescente con la media del nove al liceo classico, ha la ragazza, vuole studiare a Berlino. Jonas ascolta e gioca al Lego. Occhiali rossi, capelli biondi. La madre non lo perde mai di vista. «Una volta ho gareggiato ai mondiali 3 mesi e 24 giorni dopo il parto. La mattina delle semifinali eravamo al pronto soccorso perché Jonas aveva la febbre. Sono arrivata quinta. Alla preparazione di queste Olimpiadi è venuto in Spagna con noi: ci mandavano i compiti per e-mail nel fine settimana». Con noi, con lei e Guglielmo. «L’ho conosciuto a Nimburg, vicino a Praga. Era in ritiro con la sua squadra di pallavolo, io con la nazionale tedesca. Ha fatto l’italiano. Del resto da ragazzo era bagnino a Riccione. Pensavo che puntasse Andrea, la mia compagna: tutti puntavano Andrea. Invece una sera ha cucinato degli spaghetti piccantissimi poi è venuto da me a chiedermi di ballare. Dici a me? Ho domandato. Nonostante gli spaghetti, sono andata». Era l’87. Le olimpiadi di Seoul non sono andate bene. «Lui mi ha detto: se vuoi ti alleno io. Un anno e tre mesi dopo la sera degli spaghetti mi sono trasferita da lui. Ci siamo presi la cinese, siamo stati 15 giorni a letto a giocare a battaglia navale. Nel ‘90 ho gareggiato con l’Italia per la prima volta. L’8 settembre ci siamo sposati».
Lui: «Io non so andare in canoa. L’atleta è sempre più bravo dell’allenatore, se no gareggerebbe l’allenatore. Bisogna solo ascoltarlo. Sefi ha sempre avuto il dono di far scorrere la barca ma non sapeva perché. Io vedo i problemi nella teoria, insieme li risolviamo nella pratica». Fatto sta che in Italia Josefa ha ricominciato a vincere. Oro a Sydney, argento ad Atene. I figli neonati come doping. «Mi dispiace, ma noi non riusciamo a stare al villaggio olimpico. È una tale distrazione. Una confusione che mangia i pensieri. Noi stiamo qui da soli in famiglia, come durante l’anno non riusciamo a stare quasi mai. Una volta un allenatore tedesco ci ha visti e mi ha detto: sei venuta in vacanza, hai portato la famiglia? Gli ho risposto: noi gareggiamo tutti». Silvia Capone, la fisioterapista di Forlì che le ha rimesso a posto la spalla, annuisce: è venuta col figlio dodicenne amico di Jonas. «Questo è un lavoro. La gente pensa che lo sport sia un passatempo, tutti ti chiedono sempre cosa farai quando smetti. Ma smetti cosa? È il mio mestiere. Se ci sono la passione, il risultato, un minimo di rientro economico: voi smettereste di fare il vostro lavoro a queste tre condizioni? Io capisco la Vezzali. Valentina fa bene a continuare. Il bronzo individuale di Londra aggiunge valore alla sua carriera, non lo toglie. Si cambia, non siamo robot: il sorriso sul podio al terzo posto l’ha resa migliore. E poi guardavo ammirata la giovane Arianna: uno spettacolo la sua scherma, non ha mai un dubbio. Però se sei la più brava e alla fine non vinci è perché la vita ti sta mettendo sotto il naso una lezione che devi ancora imparare. È una fortuna: c’è qualcosa che devi ancora scoprire di te». Mamma dai andiamo? Sono due ore che sei lì… «Ora andiamo Jonas. Anche Federica, mi dispiace che la attacchino così. Se vuol fare la tv ed è brava a farla che la faccia. Sulle donne si accaniscono, quando facevo l’assessore a Ravenna mi dicevano come fa a lavorare se fa anche l’atleta e non dicevano mai la stessa cosa a un assessore uomo che faceva l’avvocato. Ho imparato tanto anche dalla politica. Preferisco lo sport, alla fine. In allenamento la pagaia e la barca possono essere i tuoi avversari ma in gara devono diventare i tuoi alleati». Mamma, uffa. Andiamo Jonas, vai a chiamare Janek. No, Legoland ho detto no. Magari andiamo al castello. «Rio no, direi di no. Questa è l’ultima. Poi vedremo, a 52 anni… ma ho altri progetti, vorrei scrivere storie di grandi atleti che hanno lasciato, ho già parlato con Ulrike Meyfarth e Heine Drechsler, vorrei essere capace di descrivere le persone al di là di quello che fanno: cosa le spinge, cosa le frena. Magari chiedo una mano a Janek, che è così saggio. Il mio grande uomo, il mio figlio».

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