Battaglia sul salario, tra uomini e donne la corsa non è alla pari

La Repubblica 20 gennaio 2020 – Luisa Grion

Analisi Eurostat che tiene conto del numero di ore lavorate sulla retribuzione mensile lorda (Gender gap adjusted), in Italia la differenza in busta paga fra uomo e donna è del 23,7% contro una media europea del 29,6%. Ma Francesca Bettio – professoressa di Economia e Politica del lavoro dell’Università di Siena – fra le fondatrici di ‘In Genere’, sottolinea: “Il fatto che in Italia il tasso di occupazione femminile sia più basso rispetto alla media europea fa sì che nel loro complesso le donne italiane godano di una minore autonomia finanziaria”

Le donne guadagnano meno degli uomini. Decisamente meno: la legge è uguale per tutti, i contratti pure, ma nel corso della loro vita lavorativa le carriere, le interruzioni, le scelte fatte o subite fanno sì che questa parità sia solo apparente. Un rapporto diseguale con il reddito e con l’indipendenza economica accompagna le donne dall’infanzia alla pensione, da quando percepiscono la paghetta – nemmeno quella ahimè uguale ai ragazzi – a quando smettono di lavorare. Se lavorano. Si chiama gender pay gap: è la differenza che corre, a parità di mansione, fra lo stipendio di un uomo e quello di una donna. Riguarda non solo l’Italia, ma tutti i paesi del mondo e si misura sostanzialmente in tre modi. Da qualsiasi punto si parta, il risultato finale non cambia: la busta paga delle donne è sempre la più leggera.

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Settimana del Lavoro – Venerdì 25 maggio, giornata dedicata alle disuguaglianze di genere

Tra le molte disuguaglianze che caratterizzano il mondo del lavoro quella di genere è una delle più consolidate e riottose al miglioramento. Il genere continua a determinare differenti condizioni di accesso alle risorse, alle ricompense, alle chances sociali. La divisione sessuale del lavoro in famiglia e nei ruoli lavorativi è una delle variabili più incidenti sulla disuguaglianza tra donne e uomini cui si assommano i diversi profili di tutela socio-istituzionale e consolidate tradizioni di potere. Quanto è profonda questa disuguaglianza? Quali forme prende? Quali sono le maggiori difficoltà per realizzare una maggiore parità tra uomini e donne? La tecnologia informatica, dematerializzando il lavoro e rendendo virtuale il nesso tra lavoro e posto fisico di lavoro, può favorire l’uguaglianza tra uomini e donne?

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Sole, cuore, amore di Daniele Vicari al Polo del 900

Martedì 29 maggio ore 19:30           Sala ‘900 – Polo del ‘900 via del Carmine 14 Torino

La Fondazione Vera Nocentini e l’associazione SeNonOraQuando?Torino sono liete di invitarvi alla proiezione del film:

Sole, cuore, amore

di Daniele Vicari

(113′, Italia 2016)

Intervengono:

Marcella Filippa Fondazione Vera Nocentini

Stefania Graziani e Laura Onofri associazione SeNonOraQuando?Torino

Ingresso libero sino ad esaurimento posti (è consigliata la prenotazione scrivendo a senonoraquando.torino@hotmail.it)

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7 MINUTI

 

Vi invitiamo   Venerdì 5 MAGGIO alle ore 20.15

alla CASA DEL QUARTIERE SAN DONATO-PIÙ SPAZIO 4 VIA SACCARELLI 18, TORINO

alla proiezione di     “7 MINUTI”  un film di Michele Placido, con Ottavia Piccolo, Ambra Angiolini, Fiorella Mannoia, Cristiana Capotondi, Violante Placido

L’INGRESSO È GRATUITO

LA PROIEZIONE SARÀ PRECEDUTA DA UNA BREVE PRESENTAZIONE:

IL LAVORO DELLE DONNE FRA INCERTEZZA DEL FUTURO E PRECARIETÀ

CONTINUEREMO A PARLARNE AL TERMINE DEL FILM CON:

ALESSANDRA GALLO, sociologa

STEFANIA GRAZIANI, sociologa

FRANCESCA ROMANA GUARNIERI, avvocata

Modera: ENRICA GUGLIELMOTTI, presidente Senonoraquando?-Torino

Decreto asili. Meglio che nulla, ma lontano dal necessario

In.genere   3 febbraio 2017   – Emmanuele Pavolini  Chiara Saraceno

L’analisi  dello schema di decreto sugli asili in discussione spiega perché i nidi non sono ancora uno strumento di pari opportunità per mamme e bambini

Lo Schema di decreto legislativo recante istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni (380) (articolo 1, commi 180, 181, lettera e), e 182, della legge 13 luglio 2015, n. 107 – trasmesso alla Presidenza il 16 gennaio 2017 – definisce chiaramente i nidi d’infanzia come servizi educativi a tutti gli effetti integrati alla scuola per l’infanzia, con l’obiettivo  di “garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali”. Si conferma così, e sperabilmente si consolida, un processo già ampiamente avviato, almeno nella maggioranza dei comuni delle regioni centro-settentrionali.

Perché l’obiettivo si realizzi occorre che si realizzino almeno due condizioni. La prima è il superamento della enorme disparità territoriale nei livelli di copertura –  dal 26% circa dell’Emilia-Romagna a meno del 2% della Calabria –  non compensati neppure dalla offerta privata, come mostra una recente indagine Istat[1]. Questa stessa indagine, inoltre, mostra che se si considerano i posti in strutture pubbliche, convenzionate e private si arriva ad un tasso di copertura pari a circa il 20%: un dato molto lontano dal (modesto) obiettivo del 33% che l’Unione Europea si è data all’interno della Strategia Europa 2020. La seconda condizione è l’accessibilità economica del servizio, non sempre agevole per le famiglie di ceto medio a doppio lavoratore che non rientrano tra coloro che hanno una retta scontata – e non possono permettersi le rette dei nidi privati nel caso frequente di mancanza di posti nel settore pubblico o convenzionato. A differenza delle scuole per l’infanzia, i nidi sono definiti servizi a domanda individuali, per i quali è richiesta la compartecipazione ai costi da parte dell’utente.

La scarsità dell’offerta, le differenze territoriali e i costi non sempre sopportabili contribuiscono sia a rafforzare le disuguaglianze nelle pari opportunità tra bambini e bambine sul territorio nazionale – fra Nord e Sud – e per classe sociale – sono soprattutto i figli delle classi medio-alte più che di quelle popolari ad accedere -, sia a far considerare il nido e servizi simili un servizio a bassa legittimità culturale, da utilizzarsi solo in caso di estremo bisogno o di mancanza di alternative famigliari. Tutto ciò rende difficile ai genitori, in particolare alle madri, conciliare la ricerca e il mantenimento di una occupazione in presenza di un bambino molto piccolo, con effetti negativi sia sulle decisioni di fecondità sia sulla permanenza delle donne nel mercato del lavoro e sul loro reddito a medio e lungo termine.  Leggi il resto »