Ultima chiamata per la parità di genere

La Stampa – 10 marzo 2014 – Francesca Schianchi

In un’Aula di Montecitorio che si prevede in buona parte vestita di bianco, riprenderà stamattina alle undici la discussione sulla legge elettorale. Bianco, perché «è l’unico non colore che li contiene tutti», come spiega la deputata forzista Laura Ravetto che ha proposto alle colleghe (e ai colleghi: si pensava di indossare un indumento rosso, ma avrebbe escluso i maschi) di seguirla: tutte in abiti bianchi a ricordare la battaglia in corso per introdurre nell’Italicum una norma che garantisca la parità di genere. Battaglia che entra nella sua giornata decisiva: entro poche ore si saprà chi ha vinto e chi ha perso, dato che oggi «o al massimo domani mattina», annuncia il premier Renzi, si chiude la partita alla Camera. Leggi il resto »

IN DIFESA DELLA CIVILTÀ di Michela Marzano

La Repubblica 9 marzo 2014

QUELLO di ieri sarà ricordato come un 8 marzo tragico. Tre donne, Assunta, Ofelia e Silvana, sono morte: uccise dal compagno o dal marito.
TRE femminicidi da aggiungere alla lista nera di questi ultimi anni, nonostante le leggi e i decreti. E allora la giornata internazionale della donna che spesso viviamo con obbligo e stanchezza (nonostante le lotte e le conquiste femminili) diventa quello che era: una difesa della civiltà, un modo per attirare lo sguardo sulle reali condizioni di vita delle donne in Italia. Leggi il resto »

LA FINZIONE DELLA PARITÀ di Concita De Gregorio

La Repubblica 7 marzo 2014

Sempre lì s’inceppa il meccanismo della propaganda. Una piccola cosa: che volete che sia al cospetto della soglia di sbarramento, del modello strutturale di riferimento, del ruolo del Senato e dei vincoli costituzionali, per esempio. Eppure, ogni volta daccapo, è lì che alzano le mani i professionisti di meccanica elettorale: quando davvero, ma davvero, bisogna garantire che uomini e donne abbiano la stessa possibilità sostanziale di essere eletti. Sostanziale oltreché formale.
Dunque succede che, di fronte ad un emendamento sulla parità di genere firmato da parlamentari di molti gruppi e partiti politici, il relatore esprima parere negativo, il governo taccia un momento di troppo e l’agognata riforma, il cosiddetto Italicum, interrompa la sua marcia trionfale e vada in stallo per mezza giornata. Allarme nel pannello di comando, pericolo di caduta, i calcoli di aula fanno temere il peggio, meglio riprendere quota e aspettare. Il voto slitta a lunedì.
Combinazione vuole, è proprio un caso ma si sa che il caso è un mistero trasparente e luminoso, che la tre giorni di sosta attraversi l’8 marzo. Una festa, la Festa della Donna, che molti — persino molte donne — hanno ormai in uggia, la giudicano più o meno sottovoce stantia e retorica: a cosa serve un giorno all’anno, la vita è tutti i giorni, il merito prescinde dal sesso eccetera. Benissimo, ammettiamo che. Andiamo a vedere però le ragioni reali per cui una richiesta semplice e sensata come quella della parità fra uomini e donne nelle liste elettorali (cinquanta per cento di capolista, alternanza uno a uno e non a blocchi perché è chiaro, e noto per esperienza, e reso manifesto dal buon senso che se in una circoscrizione elettorale un partito ha la forza di eleggere due parlamentari mettere una donna al terzo posto è un esercizio di stile, salvo sorprese) dunque vediamo perché no. La voce del Transatlantico è molto chiara, tutti sanno perché: perché chi fa le liste — i Denis Verdini, gli uomini neppure tanto ombra dei partiti — vogliono avere le mani libere. Vogliono essere loro a decidere, ancora una volta, chi sarà eletto e chi no. Certo, con un margine di rischio perché l’elettorato può essere imprevedibile. Ma con un margine minimo, diciamo. Vogliono garantire chi deve essere garantito: i fedeli, i devoti, quelli che poi saranno grati e obbedienti. Anche le donne possono essere fedeli e non leali, certamente. Tutto attorno abbiamo fior di esempi. A maggior ragione quindi — anche nell’antica ottica della concessione dall’alto — non dovrebbero esserci problemi. Invece ci sono.
È una vecchia storia. Renzi ha fatto un governo 50 e 50 (ci sarebbero anche i sottosegretari, ma quelli sono meno vistosi dunque si contano meno) e ha abolito il ministero delle Pari Opportunità, che per un momento alla vigilia aveva pensato per Ivan Scalfarotto, gay e paladino dei diritti delle minoranze. Poi Giovanardi in pubblico e Alfano in privato hanno avuto da ridire. È pur sempre un governo di larghe intese, questo, per quanto — rispetto al precedente — di più aggressive e meno miti pretese. Perciò il gruppo di parlamentari Pd, Ndc, Sel, Scelta civica e vari altri minori — le firmatarie dell’emendamento che ha provocato lo stallo, non sono fra loro Forza Italia e Cinque Stelle — non possono contare sul sostegno istituzionale di un ministro. Ci fosse stata, per dire, Iosefa Idem, la volta scorsa si sarebbero rivolte a lei. Ma la volta scorsa la legge elettorale non era all’ordine del giorno. La palla non si trova mai col piede. Ora che tutto marcia, manca il referente. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha ricevuto le deputate facendo presente che ben due articoli della Costituzione, il 3 (uguaglianza) e il 51 (pari opportunità) sono dalla loro. I senatori del Pd hanno sottoscritto un appello. Sel chiede il voto palese, non si vede perché sull’uguaglianza di genere ci debba essere libertà di coscienza da tutelare. Eppure non basta. È il governo che deve parlare. È Renzi che deve mettere dentro i fatti l’abilità che manifesta a parole.
Si dice spesso che la vera parità sarà raggiunta quando ci saranno nei posti di comando tante donne incapaci quanti uomini inetti solitamente ci sono. È una ben triste battuta. È purtroppo già spesso vero che anche gli uomini ricoprono incarichi di prestigio in quanto “uomini di” — di corrente, di riferimento, di un leader — quanto accada alle donne che di rado, anche a questo giro di governo, possono essere identificate non solo in base ai loro meriti ma per essere piuttosto “donne di”. Indicate da. Volute da. In confidenza con. Negli stessi giorni in cui si discute la legge elettorale si chiude a Roma un magnifico incontro di Women in diplomacy, convegno di giovani diplomatiche del Mediterraneo voluto da Emma Bonino, ottimo ministro degli Esteri non sponsorizzato da alcuna frazione di corrente per la conferma. Nei medesimi giorni in cui si osserva la pausa di riflessione, 8 marzo compreso, la Lego manda in produzione tre figurine che rappresentano una chimica, un’astrofisica e una paleontologa. Le affianca alle tradizionali signora col gattino, alla cuoca e alla giardiniera col grembiule. Anche in questo caso c’è voluta una potente raccolta di firme, in azienda non gli era venuto in mente. Strano. Perché le scienziate (anche quelle italiane, buongiorno Fabiola Gianotti) sono parecchie, cucinano anche e a volte hanno un gatto. Magari a Renzi questa cosa della Lego interessa. Magari, domani sabato 8, pensando al pupazzetto dell’astrofisica (ne ha avuta una eccelsa Firenze, un saluto Margherita Hack) butta un occhio all’emendamento sulla parità. Aspettando Godot, lunedì.

Scontro sulla parità uomo-donna Forza Italia al maschile dice no e nel Pd la tensione torna alta

La Repubblica – 7 marzo 2014 – GOFFREDO DE MARCHIS

Il voto slitta a lunedì. Napolitano: non devo intervenire ora – La legge elettorale

Non si chiude oggi, come aveva auspicato Renzi. Il voto finale sull’Italicum slitta a lunedì, perchè Fratelli d’Italia deve celebrare la sua assemblea nazionale. Ma questo appuntamento di partito consente alle forze che sostengono la legge elettorale di trattare per tre giorni intorno all’ultimo scoglio rimasto, il più delicato: la parità di genere nelle liste bloccate. Per avere una presenza femminile pari (o quasi pari) in Parlamento. Leggi il resto »

#VOTOPALESE DEMOCRAZIA PARITARIA‏

Laura Onofri

“Non possiamo accettare che gli emendamenti sulla parità di genere vengano ritirati per non disturbare chi vuole portare a casa una nuova legge elettorale a qualsiasi prezzo. Siamo molto preoccupate per l’accantonamento dei nostri emendamenti che temiamo preluda a un accordo a due come quello che ha portato a questa legge elettorale che ha molte pecche.
Moltissime parlamentari, in maniera trasversale, hanno firmato modifiche che prevedano l’alternanza di genere tra singole candidature nelle liste elettorali e che i capilista dei collegi elettorali siano 50/50 nell’ambito delle circoscrizione.
Non vorremmo che la necesità di raggiungere subito un risultato per dimostrare il “cambio di verso”, comprometta il principio della democrazia paritaria: lo ripetiamo ancora una volta: se nella democrazia paritaria si crede, e non è solo uno specchietto per le allodole da far brillare per una eventuale futura campagna elettorale, bisogna praticarla sempre!”