L’intervento di Fabrizia Giuliani a MAIPIUCOMPLICI

L’intervento di Fabrizia Giuliani, del Comitato promotore nazionale di “SeNonOraQuando?”, che ha aperto la serata del 13 ottobre MAI PIÙ COMPLICI.

 

Buonasera a tutte e a tutti.

Quando, a maggio, abbiamo lanciato il nostro appello “Mai più complici” abbiamo detto: “E’ ora di cominciare a scrivere insieme una storia nuova, di coraggio e di libertà”.

Ma le storie non si scrivono – certo non si riscrivono – da sole. Per combattere la violenza, farla uscire dalla normalità e dalla solitudine occorre per prima cosa riconoscerla, darle un nome, il suo nome.

La violenza esce dalla vita delle donne se donne e uomini insieme, trovano la forza di vederla e stanarla; dentro e fuori di sé.

I ragazzi del video dicono “la violenza contro le donne è nell’aria che respiriamo”, è così, è parte del nostro senso comune.

Sappiamo quanto è stato ed è difficile portare il diritto a rispettare fino in fondo l’integrità, le dignità e la volontà delle donne. È la storia di conquiste recenti: il diritto di famiglia, la legge violenza sessuale, il riconoscimento della violenza domestica, il femminicidio.

Ma resta ancora difficile oggi, riconoscere la violenza quando si presenta nell’esperienza quotidiana di ogni donna – e di ogni uomo che usa violenza contro quella donna.

Per alcune relazioni è una forma di vita. È normale, è una volta sola, passa.

E invece no, non passa, se non si rompe la rete di complicità che la sostiene: il titolo che abbiamo scelto per la nostra campagna è partito da qui. Ma questo vuol dire aprire un ventaglio ampio che chiama per primi gli uomini a rompere il silenzio complice che arriva fino a noi.

Dobbiamo chiedere istituzioni che ascoltino le donne, una giustizia che non parli dei loro indumenti, che non invochi passioni difficili da controllare, dobbiamo chiedere ai media racconti e immagini diverse che definiscano con chiarezza le responsabilità e non annullino il rispetto.

Lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo, ma non basta. Se vogliamo davvero rompere il muro dell’indifferenza che sostiene l’abuso, dobbiamo chiedere a noi, alla storia che ha dato alla nostra vita, e alle nostre relazioni, la forma che hanno, quali sono i fili della complicità.

Non ci sono il raptus e la follia – dietro questi gesti, come insisteva lo slogan di una campagna promossa dallo scorso governo. Come ha confermato il rapporto dell’ONU, la violenza si presenta in queste forme e con questi numeri quando un sistema, e una cultura la tollerano. Come possiamo parlare di eventi eccezionali?

La cultura disegna le relazioni tra gli uomini e le donne, stabilisce i valori che hanno i fatti e le esperienze, indica percorsi educativi, disegna l’immaginario con il quale ci si figura il futuro.

Chiediamoci cosa ha voluto dire, quanto ha pesato il racconto di una disponibilità femminile continua, senza riserve, che ha segnato le brutte immagini degli ultimi anni. Quelle immagini, lo abbiamo detto a Siena un anno fa – non sono staccate dai gesti violenti, non sono un’altra cosa. Sono la rappresentazione di un mondo immobile, fermo a un tempo estraneo alla libertà femminile – di quella libertà offrono anzi una parodia, si è libere perché si è libere di costruire un’immagine e un corpo quanto più possibile corrispondenti a un supposto desiderio maschile – .

Sono la descrizione di una sessualità coatta, concepita in termini di controllo, sottomissione o dominio. E la libertà che aveva consentito al femminismo di combattere alla radice quel modello, ricostruendo un contesto vitale entro cui riportare la sessualità – fantasia, memoria, creatività –, in quelle immagini è azzerato.

Ma quel racconto è entrato in rotta di collisione con la realtà, dove invece il tempo per le donne è trascorso veloce, le vite sono cambiate in modo imparagonabile, di generazione e generazione. Le donne hanno conquistato lo spazio della scelta: nella propria vita affettiva, nelle sessualità, nel lavoro, nella maternità. Scelgono e continueranno a scegliere. Continueremo a scegliere.

E se i numeri della violenza sembrano dire che il mondo non è pronto ad accogliere lo spazio di questa libertà, qui come altrove sappiano che è arrivato il tempo, c’è lo spazio, per un incontro e un dialogo diverso tra donne e uomini.

Dobbiamo ripartire anche da noi: dalla tentazione alla complicità verso le tante forme di sottomissione e dominio che attraversano le relazioni, anche le più “normali”, dagli abbracci troppo stretti che annullano le distanze e il rispetto. Dalla paura della solitudine. Dal modo in cui cresciamo i figli, consentendogli di diventare adulti, uomini capaci di accettare la vulnerabilità che segna, in tutti i rapporti d’amore, l’esposizione all’altro.

Per provare a scrivere un racconto nuovo servono linguaggi diversi, noi crediamo che le parole, come le altre forme espressive protagoniste di questa serata, possano aprire varchi impensati, possano aiutare a creare lo spazio per questa ricerca che è di donne e uomini. Sappiamo che si può cambiare, nessun ordine è immutabile: le adesioni al nostro appello “Mai più complici”, rappresentano un segno e un desiderio nuovo.

Dobbiamo raccogliere questo desiderio e dobbiamo provare a restituire alle parole peso e senso.

L’amore si nutre di dignità, coraggio, rispetto: non vogliamo più vederlo invocato per coprire la sopraffazione l’abuso, l’annientamento.

Dobbiamo raccogliere questo desiderio, tradurlo in idee e parole che abbiano la forza di cambiare un senso comune ostile. E questo, la nostra storia ce lo ha insegnato, è, è già, politica.

Donne uccise un dramma della modernità

di Mariella Gramaglia

da La Stampa 20 ottobre 2012

 

Carmela Petrucci, liceale, diciassette anni, palermitana, si frappone fra la sorella e il suo omicida di 22 anni. Cerca di salvarla dal furore dell’ex fidanzato respinto. Le hanno trovate una accanto all’altra, le ragazze, riverse nell’androne di casa al ritorno da scuola.

È la centounesima vittima di femminicidio nell’Italia del 2012. Femminicidio, parola una volta lontana, usata per le feroci esecuzioni di donne da parte dei trafficanti di droga messicani di Ciudad Juarez, è oggi entrata nel nostro lessico di europei sempre più incerti di noi stessi e della forza dei nostri valori.

Non è accaduto per bizzarria ed esotismo, ma per dolore, per sdegno, per sottolineare che viene un momento in cui ciò che non si voleva guardare diventa un’ossessione della coscienza, che ciò che ad alcuni pareva sopportabile – uno dei tanti dolorosi dettagli della cronaca – prende il corpo di un’emergenza democratica, di una ferita al patto sociale che ci unisce.

Infatti, molto spesso, non è di arretratezza che si tratta. La storia delle due sorelle palermitane somiglia da vicino, non solo geograficamente, a quella della catanese Stefania Noce morta il 27 dicembre 2011.

Ventiquattro anni, brillante studentessa di Psicologia, femminista militante, battagliera nel movimento degli studenti. Il ragazzo che la uccise, dopo un amore finito, non seppe dire altro che una frase pesante come un macigno: «L’amavo più della sua vita». È la contiguità, l’ossessione del possesso, la perversione blasfema dell’amore a fare di un uomo un assassino. Raramente si uccide una sconosciuta. Su una donna un uomo, un particolare uomo, proietta ciò che ha deciso di non essere: è da lei che pretende e si aspetta l’assoluta dedizione. Che può andare oltre la vita dell’altra, come racconta il dialogo teatrale di Cristina Comencini, che prende le mosse proprio dal grande vuoto che buca l’anima di molti ragazzi e che a Torino di recente, alle Officine Grandi Riparazioni, ha commosso tanti spettatori .  

I dati, le statistiche sono arnesi difficili da maneggiare. Tuttavia non credo ci sia un caso italiano, una ferita che riguarda solo noi, o principalmente noi. E’ un dramma della modernità, però, non dell’arretratezza, o meglio non solo dell’arretratezza. Su questo non possiamo darci consolazioni facili. Una zona buia dell’anima convive con l’epoca delle Cancelliere e delle Segretarie di Stato donna: sembra ignorarle e affondare nella preistoria. Nel 2009 in Finlandia, Danimarca e Norvegia ci sono state in media sette donne uccise ogni milione di cittadine. Un po’ di più che in Italia: da noi 6,57. Forse alcolismo e solitudine sono più potenti dell’emancipazione.

Negli anni fulgenti del primo Zapatero in Spagna (2004-2005) ci fu, invece, un calo significativo della violenza contro le donne: lui ci aveva creduto, aveva speso denari ed energie per la prevenzione, l’educazione, la promozione brillante di quel tipo di autorevolezza femminile che crede nel sostegno alle altre e che sola può far da argine al peggio.

Dunque la politica non è impotente. Se vuole. Le volontarie del «Telefono rosa», esaminando un campione di mille e cinquecento telefonate, hanno scoperto che il novanta per cento delle donne che le chiamano perché già colpite, picchiate, a rischio di vita, non denunciano il loro persecutore. I tempi del procedimento sono troppo lunghi, durano in media cinque anni, e nel frattempo la protezione per loro e per i loro bambini non è tale da rassicurarle. Qualcosa potrebbe essere cambiato. I centri di sostegno contro la violenza potrebbero essere rafforzati e infittiti.

È quello su cui preme anche la comunità internazionale, con la Convenzione di Istanbul che impone agli Stati più protezione per le vittime, sanzioni penali per i matrimoni forzati, robuste strategie di prevenzione.

La nostra ministra delle Pari opportunità Elsa Fornero l’ha firmata il 27 settembre scorso. Peccato che nella seduta del 20 settembre, in cui il Senato avrebbe dovuto dare solennità al suo mandato, la discussione fu sospesa alla maniera di una riunione di condominio: il vicepresidente Domenico Nania era sparito, Rosi Mauro non poteva perdere un aereo e il presidente Schifani tardava a farsi vivo in aula. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica.

Brutto segno di un brutto Parlamento. Fornero è decisa a tornare alla carica il venticinque novembre prossimo, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Intende chiedere la ratifica della Convenzione e presentare il suo programma in materia di violenza sulle donne. Non disperiamo. La politica qualche volta può anche essere una cosa seria.

A te non è mai piaciuto

Torino, Domenica 14 Ottobre 2012

OGR (Officine Grandi Riparazioni)

MAI PIÙ COMPLICI – Leggi e realtà a confronto

 

Lidia Ravera

Scrittrice

 

Lidia Ravera ci ha regalato questo forte e commovente monologo, letto dall’autrice domenica 14 ottobre all’iniziativa MAI PIÙ COMPLICI. Grazie Lidia!

 

Ciao bimba bella. Ciao. Ciao ciao ciao. Non li puoi aprire gli occhi, eh…? Non importa… No, guarda che non mi offendo… È come quando ti leggevo uno dei miei articoli e tu sbadigliavi. Lì per lì sembrava che ero offesa… Ma non era mica vero, sai?. Tu sbadigliavi: che incubo la mamma femminista, sempre lì a farti due palle sul maschio com’è e come non è, e la donna invece qua e là su e giù… sbadigliavi, tu, e io smettevo di leggere… me ne andavo in cucina, “tanto ci sono abituata che le mie figlie mi scavalcano a destra”. Mi venivi dietro in cucina perché lo sapevi che mi sarei messa a tagliuzzare carote. Ti ricordi le mie insalate? Le chiamavi Sana Reazione Materna Vegetale all’insulto delle Giovani Carnivore Disimpegnate. Mi arrivavi alle spalle, in cucina, dopo un po’, con il mio articolo bello stampato (che la stampante con te e con tua sorella funzionava sempre e con me mai). Lo leggevi tu, con sentimento… lo declamavi… E a me sembrava quasi troppo bello. Ti ricordi? Niente. Non ti ricordi. Non mi senti. Non senti. Questa è ufficialmente la più disperata delle nostre famose chiacchiere fra donne. Tanto che, di mio, guarda, per una volta, starei pure zitta. Zitta e piangi, madre di merda. Perché è questo che mi sento con te stesa in quel letto. Con quei cazzo di tubi nel naso e il sacchetto del sangue e il monitor che non riesco a staccare gli occhi di lì anche se i segni non li capisco. Me l’ha detto il meno scemo dei medici: parli signora, parli… stia seduta vicino a sua figlia e parli. Le faccia sentire il suono della sua voce. Ciao bimba bella. Ciao ciao ciao. Ecco qua il suono della mia voce. Com’è? Come mi è venuto… Quello di sempre? Quello di quando ti leggevo i miei articoli o quello di quando parlavamo di lui? Con che tono ti sto parlando? Il Didattico Polemico della mamma femminista? O quello scocciato e severo di quando ti dicevo Mollalo? Nè uno nè l’altro, direi… bimba bella. Questo è il tono disperato della madre che non è servita a niente. Mai sentito, vero, Bimbabella? Beh, c’è sempre una prima volta. La prima volta che ho provato a parlarti di lui, hai detto “A te Stefano non è mai piaciuto”. Infatti purtroppo no. Stefano è uno stronzo… per dirla in poesia… E non mi sono mai bevuta le tue balle, bimbabella. So distinguere un pugno da un colpo di freddo. So distinguere i lividi a grappolo di una scarica di colpi dal singolo livido giallo di una ragazzina distratta che ha sbattuto contro un tavolino. So che due incisivi non ti cadono mordendo il guscio di una noce, non a 29 anni. Perché ho fatto finta di crederci? Lo vuoi proprio sapere? Per non perdere il contatto. Perché avevo paura di perderti… siamo così noi… Le allegre streghe degli anni settanta… lo sappiamo che da 40 anni cercano di liquidarci con una scarica ininterrotta di caricature. E voi magari ci credete… Voi, le nostre figlie… tu, le altre… E allora ci difendiamo… vi facciamo la corte… fingiamo di credere alle vostre palle… Perché sì, certo, noi siamo Quelle che si erano ficcate in testa di insegnare alle donne a sentirsi forti come i maschi. Forti libere importanti. Ma non siamo soltanto quello. Noi siamo quelle che hanno incominciato ad alzare la testa, a cambiare il dentro, il dentro sì… Dentro casa dentro il letto dentro il cuore… Ti sto annoiando, spero! Ti sto annoiando?… Dimmi di sì… Sbadiglia bimba bella, sbadiglia, ridi… mandami al diavolo… bimba… non rimanere lì… non così ferma, ti prego… Ho… ho di nuovo sbagliato tono… mi hanno detto di parlare allegra e invece… Invece io sono un disastro… io sono proprio un disastro… e mi son messa d’impegno per diventare un disastro… è che… volevo una vita da persona… giocare da sola piuttosto che giocare comunque, anche se non sei d’accordo sulle regole… ho pagato. Io. Io ho pagato ma non volevo che pagassi anche tu. Nella mia testa tu dovevi giocare un gioco nuovo. Un gioco che… anche le ragazze possono distribuire le carte, vincere una mano, o magari far saltare il banco… Non è andata così. Quando mi hai presentato Stefano me ne sono accorta subito che le cose non stavano andando come avevo sperato. È un uomo vecchio, Stefano. Non importa che ha 30 anni… Ti guardava con occhi da  padrone. Non mi piaceva come ti guardava. Ti spostava una ciocca di capelli dalla fronte e io mi sentivo come se te l’avesse strappata. Gli piaceva umiliarti, ti ricordi, quando ancora si cenava certe volte tutti insieme e c’erano anche amici miei, quegli stessi amici che ti hanno vista crescere e hanno sempre apprezzato la tua intelligenza… tu parlavi come hai sempre fatto e poi, all’improvviso, ti giravi verso di di lui con uno sguardo timido, come cercassi la sua approvazione… quello sguardo non era il tuo e lui… ah per lui era come un segnale, iniziava a sfotterti con cattiveria, ti ridicolizzava… I miei amici si imbarazzavano. Poi un giorno Roberta, te la ricordi Roberta, adesso non c’è più, è una che non ce l’ha fatta a invecchiare, all’epoca era ancora la più tosta di noi, la più aggressiva, beh una volta Roberta ha provato a rispondergli e lui ti ha fatta alzare da tavola e ti ha detto andiamo via. Ha detto andiamo via e tu l’hai seguito, bimbabella. No, no no no… non ti sto accusando. Non ti accuso di niente.

Non siete più tornati a cena da noi. Ci vedevamo io e te da sole. E… ci vedevamo sempre meno. Certe volte ti invitavo a pranzo, sapendo che lui a pranzo non tornava a casa. Dicevi di sì. All’ultimo secondo mi chiamavi per dirmi che non potevi. Un impegno improvviso. Scusa tanto, mamy. Scusa tanto. Figurati se non ti scuso. Hai un sacco da studiare. Stai preparando la tesi di dottorato. E naturalmente io sono orgogliosa di te. Sono tronfia come un tacchino, trasudo ammirazione e rispetto e gioia… Com’era il titolo? “Disuguaglianze digitali. Le nuove forme di esclusione nella società dell’informazione”. Dio, quanto è brava mia figlia. Brava e bella e capace. Una che sa raccontare il suo tempo, analizzare, cose che io non capirò mai… Oh Dio, adoravo sentirmi inferiore, superata, mi piaceva, da morire, l’idea di passare il testimone, di vederti andare avanti, di vedervi, tutte, aggiungere al puzzle incompleto della mia idea di mondo tutte le tessere del nuovo anche a costo di veder spazzate via come vecchie e decadute le mie più intime convinzioni… Tu lo sai che detesto l’idea di invecchiare, ma la tua giovinezza trionfante, il trionfo delle vostre giovinezze, è l’unica vera consolazione, l’unica libidine del nostro inquieto tramontare… Sì, si lo sai. E io lo so che lo sai. Lo sapevi anche ieri vero? Ieri quando mi hai telefonato con la voce dei tuoi giorni migliori e mi hai detto che il tuo professore farà pubblicare la tua tesi e ti ha chiesto di lavorare con lui e ti ha detto che avrai un posto all’università… ricercatrice e poi… tutto il resto… quattro soldi ma non importa… e io ho detto tesoro mio, che bellezza e ti ho detto voglio fare festa, voglio fare festa, perché in questo Paese di merda, senza spinte e senza mercatino delle carni fresche tu, mia figlia, hai ottenuto quello che meritavi… Ieri… mi sembra passato un mese, un anno, una vita, da ieri a oggi… 26 ore… Ho cucinato per te tutto il pomeriggio, tutti i tuoi piatti preferiti da quando avevi due anni in avanti… dalla cervella fritta alla pasta con le sarde senza dimenticare la mousse di cioccolato e le patatine al vapore… ho invitato tua sorella e tuo padre… così, il fatto di non invitare lui, anche se non ce lo siamo detto, sembrava più naturale… una festa in famiglia… noi quattro… anche se io non ci sono riuscita a tenere insieme la nostra famiglia… però tuo padre su di me, non ha mai alzato neanche la voce… Sono arrivati puntuali tutti e due… Irene… tuo padre… Tua sorella e tuo padre. Ti avevano comperato un regalo tutti e due… ti abbiamo aspettata parlando delle tue glorie scolastiche… alle nove e mezza io sono diventata nervosa. Ne avevo già presi di bidoni dell’ultimo minuto da te… Irene mi ha detto: tranquilla, verrà. Era contenta di venire. Ci ho parlato io.

Io lo so che tu e Irene vi parlate. Lei… lei è una tosta. La piccola di casa. Gli uomini li usa e li scarta. Ogni tanto ho l’impressione che non sia felice. Ma chi di noi lo è? È di questo mondo la felicità? …Non mi rispondi. Sei così bianca. Immobile. Se tu vivi, se tu… apri gli occhi, non chiederò più niente. Ecco faccio questo patto… Anche davanti a Dio se è necessario… anche se non ci credo… anche se… Oh, Irene… ciao. Niente, mi hanno detto di parlarle. Me l’ha detto il dottor comesichiama… Non le sto dicendo le cose giuste? E che cosa dovrei dirle? Non ho mai avuto un buon rapporto con le favole. E poi conta il suono della voce ….non il senso, il suono… Però questo no, questo non diciamoglielo. Oppure sì, diciamoglielo, ma con una voce dolce. Come se non fosse terribile.

O meno terribile di com’è. Terribile, ma poco. Rimediabile. Aspetta… faccio io… glielo dico io… Io so come devo fare…

…Ehi, bimbabella, il tuo Stefano… l’hanno arrestato. Se gli vuoi ancora bene, cerca di svegliarti, se tu ti svegli gli riducono la pena… Se tu continui a sostenere che è stato un colpo di vento, la gamba di un tavolo, la buccia di banana su una scala, se tu continui a mentire …se l’ematoma si assorbe, se le costole si aggiustano, se apri gli occhi, se impari a tacere, se chiudi gli occhi, se impari a non guardarlo, se ti riprendi e ti riperdi subito dopo, se ti consegni alle sue fantasie di dominio, se gli è bastato ucciderti una volta per sentirti vulnerabile, come una bambina di vetro fra le sue mani …se gli è bastato fare scempio della tua bellezza per sentirsi padrone… se l’enormità del mio dolore ha placato la sua paura… forse …puoi goderti un supplemento d’inferno, bimbabella, bimbamia… Io ti prometto solennemente di sparire. Gli sputerò sulla faccia una volta sola. L’avrei fatto questa notte, quando siamo arrivati a casa tua e abbiamo buttato giù la porta perché nessuno aveva le chiavi e nessuno aveva le chiavi perché lui non voleva che qualcuno avesse le chiavi del vostro nido… Gli avrei sputato in faccia. L’avrei preso a calci. L’avrei massacrato di schiaffi… ma lui non c’era. Lui, ti ha lasciata per terra, sola, sdraiata nel tuo sangue e …oddio, non sto più parlando con la voce soave… sto …facendo un comizio?… scusa, Irene, mi sono fatta trasportare. Avevo promesso. Lo so. Ma devi capire che, per una come me, è difficile frequentare con profitto la tradizione del dolore passivo. Noi… io… no, non io, noi… è ora che ricominciamo a dire noi… e peggio per chi è rimasta imbrigliata nella sua solitudine singolare… Non è il momento di fare comizi? Va bene, non ne faccio. O li faccio con un tono soave… E mi sono stufata di censurare la rabbia, l’odio se è necessario… c’è mia figlia in quel letto, potrebbe esserci la figlia di chiunque… la mia rabbia non sarebbe minore… non…

Oddio, davvero? sei sicura? …no, è un riflesso della luce… non ha aperto un occhio, Irene… oh sì, sì l’ha aperto… ha aperto anche l’altro… le labbra, bimbabella… aspetta, mi avvicino… che cosa… che cosa dici… Sì, sì, bimbabella, lo confesso… è vero… a me Stefano, non mi è mai piaciuto… Mai… Irene va a chiamare qualcuno… Devo continuare a parlare? D’accordo, continuo… A me non è mai piaciuto, Stefano… Mai nemmeno quando stava zitto. Mai. Nemmeno quando diceva di amarti… mai, neanche per un minuto. E… cosa? Cosa stai dicendo? Non capisco… dici che avevo ragione …Sì, avevo ragione. E… no, non piango Irene, è il sollievo… tipo quando una folata di scirocco scioglie il ghiaccio in cima alla montagna… no, io non sto in cima alla montagna… sto in trincea… da tanti di quegli anni… sto da decine e decine di anni in mezzo ai pidocchi… in trincea… occupata ad avere pressoché ininterrottamente ragione. E …niente… vorrei che qualcosa cambiasse. Non avere più… ragione da sola. È troppo faticoso. Non essere più, forti in poche… Si rischia troppo. E poi non serve a niente… Vorrei …Essere forti in tante. Tutte. Forse…

Il riconoscimento della violenza

Torino, Domenica 14 Ottobre 2012

OGR (Officine Grandi Riparazioni)

MAI PIÙ COMPLICI – Leggi e realtà a confronto

 

Cristina Obber

Giornalista

 

Il lavoro che ho svolto negli ultimi due anni mi ha sconvolto non tanto per gli accadimenti che mi sono stati raccontati, dei quali mi aspettavo la drammaticità, ma per l’inconsapevolezza che questi avvenimenti portano con sé. E questa inconsapevolezza riguarda gli autori ma anche le vittime della violenza.

Nella maggioranza dei casi gli autori sono persone conosciute dalla vittima. 

La violenza da un amico, da un compagno, è più complessa da superare poiché viene meno la fiducia nel prossimo, ci si sente tradite e si soffre perché quel tradimento diventa un proprio fallimento sentimentale.

Veronica, la ragazza che mi ha dato la sua testimonianza per il libro, a distanza di dieci anni dalla violenza di gruppo subita dai suoi amici dell’università, dice oggi: “Non mi sconvolge quello che hanno fatto gli altri, mi sconvolge quello che ho fatto e non ho fatto io. Non ho denunciato. Perché un po’ me lo meritavo. Questo sentivo, colpevoli loro, colpevoli io. Eppure sarebbe bastato farmi visitare prima di lavarmi, farmi fare un prelievo vaginale, lo sperma era ancora tutto lì. Non l’ho fatto, non sono stata consapevole di me”.

In una scuola due settimane fa una ragazza mi ha chiesto come si fa a denunciare un fidanzato che ti ha fatto violenza sessuale, come si fa a mandarlo in prigione se ne sei innamorata.

Quando sei coinvolta è difficile definire il confine tra amore e violenza.

Chi subisce violenza innalza barriere, si difende con i sensi di colpa, ma manifesta anche disturbi post traumatici che se non vengono gestiti diventano duraturi. L’aggettivo duraturi fa la differenza.

Depressione, problemi relazionali, autolesionismo, disturbi dell’alimentazione.

Questi disturbi ci richiamano anche alla necessità che il riconoscimento della violenza avvenga anche da parte di chi vive intorno alla vittima. Nella famiglia, a scuola, tra i colleghi sul lavoro.

Perché una donna che viene stuprata e non denuncia, che non parla con nessuno della violenza subita è una donna che improvvisamente cambia; che manifesta quei disturbi che, nel caso di minorenni ad esempio, spesso vengono considerati dai genitori solamente delle esasperazioni di comportamenti che fanno normalmente parte dell’adolescenza. Se della violenza non si parla, l’attenzione va altrove.

C’è bisogno di un riconoscimento sociale chiaro della violenza. Di una definizione più precisa. Oggi nell’immaginario collettivo la violenza sessuale si riferisce ad una violenza ad opera di uno o più sconosciuti che ti aggrediscono per strada o in un parcheggio.

Quando la violenza riguarda amici, conoscenti, o familiari, quando un femminicidio coinvolge due giovani fidanzati, allora le si vuol dare un altro nome.

I nostri bravi ragazzi “hanno esagerato”  e le nostre ragazze un po’ “se la sono cercata”. E ragazzi dolci e affettuosi hanno “perso la testa”.

E quante donne adulte sono in prima linea a difendere i maschi violenti? A giustificarli, a puntare il dito per prime contro altre donne?

Queste sono manifestazioni di inconsapevolezza collettiva, sono menomazioni della coscienza sociale che si riflettono sul pensare e sul sentire dei giovani.

Le ragazze si sentono davvero complici di ciò che potrebbe loro accadere ancor prima che accada, i ragazzi si sentono già protetti da una famiglia e da una comunità territoriale e nazionale pronta a comprenderli e perdonarli.

Dopo la violenza ai danni di una loro amica, i due diciannovenni abruzzesi, ad agosto, il giorno dopo l’accaduto, hanno confidato ad un amico di aver fatto “una fesseria”.

Una fesseria è un giro in moto senza casco, una fesseria è esagerare con l’alcool e vomitare tutta la notte.

Mi violenti di nuovo se parli di “fesseria”.

Chiediamoci perché un ragazzo di 25 anni può associare allo stupro il sostantivo “fesseria”. Come si costruisce questo linguaggio?

La stampa, la tivù, hanno una grande responsabilità, nel gergo, nell’uso delle parole, nella costruzione degli articoli.

Ma dobbiamo smetterla di giustificare, di minimizzare, tutti.

Tanti femminicidi sono l’epilogo di violenze perpetuate per lungo tempo, a volte anni, con i parenti che cercano di riappacificare, con i vicini che non si vogliono impicciare, con le forze dell’ordine che non sono preparate nelle valutazioni dei rischi.

Ma la violenza sulla donna non è soltanto quella efferata che finisce sui giornali, c’è un problema di relazione quotidiana distorta che ci riguarda tutti, di cui si parla poco proprio perché è più facile guardare altrove che dentro le nostre relazioni.

La violenza molte volte si costruisce insieme, accettando ruoli e gesti, giorno dopo giorno, tra compagni di scuola, tra fidanzati, all’interno della famiglia.

Perché la politica riconosca la violenza – e la deve riconoscere, mettendola tra le priorità dell’agenda, perché se non si è nel calendario delle urgenze anche il miglior progetto di legge non troverà mai il tempo per essere discusso, non troverà risorse – ma per chiedere alla politica di riconoscere la violenza come un problema sociale dobbiamo prima riconoscerla noi, nelle nostre vite.

Anche il nostro linguaggio, quello di noi donne, un linguaggio familiare spesso fatto di silenzi-assensi deve rinnovarsi, senza paura di riconoscere anche dentro le nostre mura sintomi ed espressioni di violenza, di quella violenza psicologica appena percettibile a volte e che proprio per questo ci si abitua a trascurare.

Nella maggior parte dei casi le donne aspettano, portano pazienza, come deve fare una buona madre di famiglia, in nome della sacralità della famiglia.

Le donne portano pazienza perché si comincia con piccole umiliazioni, su cui si può sorvolare, oppressioni che ingrossano le spalle anziché far alzare la voce, velate intimidazioni che si fanno sempre più fitte.

Mentre i figli ascoltano, respirano, fanno loro quelle modalità di relazione.

A volte si va avanti così per anni, senza che nessuno alzi le mani.

Poi un giorno la donna rompe il meccanismo, rompe quel silenzio-assenso che in fondo la lascia vivere tranquilla, rassegnata ma tranquilla, quel silenzio che non turba apparentemente il quieto vivere della famiglia. Ecco che arriva il primo schiaffo, e qui di nuovo una scelta:  Testa bassa o testa alta; violenza fisica o psicologica, le modalità sono le stesse. Le difficoltà a dirci cosa ci sta accadendo anche. Ci nascondiamo dietro l’alibi del bene dei figli, sapendo di mentire.

Perché è il linguaggio di padri e di madri ciò che i nostri figli, crescendo, porteranno nel profondo, dentro di sé.

Cerchiamo di parlarne con i nostri compagni, che vivono in un mondo di uomini zitti.

È il silenzio che fa sì che sulla violenza il mondo maschile abbia davvero orizzonti ristretti.

Riconoscere la violenza per uno sguardo maschile è ancora difficile.

Gli uomini non solo non parlano, purtroppo non ascoltano.

Non ascoltano il No con cui li supplichiamo di non farci male.

“Quel No mi è rimbalzato” mi ha raccontato Marco, ricordando una violenza su una ragazzina. Rimbalzato. Non ti ascolto.

Quello che mi ha sconvolto in carcere, parlando con gli uomini, è  il loro individualismo, la disabitudine ad ascoltarci. L’indifferenza. 

Sono entrata in carcere grazie al CIPM, il centro italiano per la mediazione che ha sede a Milano ed opera un trattamento intensificato sugli autori delle violenze sessuali. Durante il trattamento questi uomini vivono in una parte del carcere dedicata, in celle singole perché la solitudine risulta essere un elemento essenziale per l’elaborazione, altro che domiciliari! Nel primo incontro ho soltanto ascoltato. Stupratori, pedofili, maltrattanti.

Erano una ventina, tutti insieme, parlavano di sé, facevano una sorta di bilancio dei nove mesi di trattamento. Facce normali, uomini della porta accanto.

Ho sentito tanti Se. Se avessi saputo, se avessi potuto, se avessi capito. Se avessi chiesto aiuto. In una scuola un ragazzo mi ha chiesto con chi si può parlare senza essere giudicati.

In carcere ho respirato Incertezze e speranze per quello che sarà il dopo, il fuori di qui, tra buoni propositi, fragilità e paure.

Sono in molti a pronunciare la parola rabbia, rabbia che cresce dentro, rabbia che non sai dire, rabbia come unico mezzo per reagire a qualcosa che non va a modo tuo. Rabbia che molti ammettono di imparare a riconoscere, prima ancora che a gestire, grazie al trattamento. Mi ha sconvolto rendermi conto che quasi per tutti la consapevolezza del dolore causato è emersa piano piano, durante quei nove mesi, settimana dopo settimana,  portando con sé una sofferenza che non c’era. Questo è il dramma. Non c’era.

C’era solo rancore per essere in galera. Come se le botte, lo stupro si potessero paragonare ad un incidente in auto,  aggiusti le ossa e aggiusti tutto. Come è possibile – mi sono chiesta –  che il dolore non sia immaginabile, scontato, ovvio, che ci sia bisogno di farselo spiegare?

Per non parlare della pedofilia, dove si respira la malattia:

Dopo aver abusato della nipote di tredici anni per un anno intero, tutte le domeniche una decina di minuti, un uomo è riuscito a dirmi, durante un colloquio individuale, è riuscito a dire che anche a lei piaceva, altrimenti avrebbe denunciato prima. Lui 45, lei 13.

E sto parlando di un padre di tre figli adolescenti.

Siccome prega spesso, non si da’ pace di non essere stato perdonato dai suoi familiari. Si sente in pratica vittima, incompreso da un mondo ingiusto.

Chiediamoci con quale rancore verso il mondo ingiusto e verso le donne uscirà quest’uomo dal carcere dopo altri sei anni degli otto che definisce Troppi. Troppo pochi, gli ho detto, ma lui insisteva che erano troppi perché concentrato su di sé, in preda ad un egocentrismo spaventoso.

Ovviamente questo signore non si era sottoposto ad alcun trattamento riabilitativo; aveva provato ma mi ha detto che era troppo faticoso, ha detto Mi scoppiava la testa.

Chiediamoci perché il trattamento intensificato non è obbligatorio per tutti gli uomini violenti. Perché questi sono progetti che riguardano poche realtà e con risorse limitate. Perché è solo apparentemente un problema di soldi. Il carcere costa, e se uno non ci ritorna risparmiamo anche in termini economici.

Se diminuisce la violenza diminuiscono le persone in carico ai servizi sociali per superare il dolore, per sopravvivere.

Se diminuisce la violenza ci si ammala di meno di patologie post trauma, si usano meno psicofarmaci eccetera eccetera.

In carcere c’era anche un tale che era al 29esimo anno di carcere, ma non tutti di fila, dentro e fuori. E in quel dentro e fuori ha stuprato 27 donne.

Non ci si crede, ma queste sono le realtà del nostro sistema giudiziario.

Ha detto ho paura di quando uscirò, qui mi sento protetto ma sono malato di alcool e di sesso. Finalmente un uomo consapevole! Un altro, che picchiava la moglie, ex moglie, l’ha definita EX vittima. Il dott. Giulini, del CIPM, lo ha subito interrotto: vittima era e vittima resta, gli ha detto. Forse  quell’uomo ha usato EX perché non intende più sfogare su di lei la propria frustrazione ma certo la colpa, per quanto espiata, rimane. E quello che è accaduto, non si cancella.

Lorenzo, in carcere per stupro, ha detto che prima del trattamento pensava che i pedofili fossero molto peggio di lui, e che soltanto ora sa che sono pari, che la violenza è violenza e basta; la consapevolezza gli ha portato il rimorso e la vergogna con cui è giusto che faccia i conti.

Ecco dunque che le istituzioni devono intervenire sugli autori di violenza con dei trattamenti mirati, devono attuare il percorso di elaborazione e recupero dell’individuo di cui parla la Costituzione.

Noi non vogliamo più che gli uomini escano dal carcere come da un freezer, intatti, senza il riconoscimento di ciò che hanno compiuto, del lutto arrecato, del male che hanno fatto.

Si torna sempre ad una parola magica: CONSAPEVOLEZZA.

Che significa anche PREVENZIONE. Che significa uscire dalla SOLITUDINE, non pensare che quello che stai vivendo non è successo a nessuno prima di te. Significa non sentirti perduto se lei non ti vuole più, se non ti ama più.

Significa sapere che c’è un altro modo, che un altro futuro è possibile.

Ma soltanto se io so cos’ è la violenza posso riconoscerla.

E soltanto se la riconosco posso, se mi ritrovo coinvolto in un sentire violento, contestualizzarmi all’interno di quello che mi sta accadendo, e dire NO.

Se sono maschio e non riconosco quello che mi sta accadendo, perché non ho indizi, non ho elementi di paragone da associare a ciò che mi passa per la testa, alle mie fantasie, a ciò che mi da’ pace, pensate  al sollievo che l’autore di un femminicidio prova nell’architettare il suo omicidio, se non so come si chiama quello che mi sta accadendo allora sarò vittima io stesso della mia inconsapevolezza e della violenza, della paura, della rabbia che mi pervade in quel momento. E farò del male.

Ecco perché con l’associazione Donne in rete stiamo portando avanti il progetto Non lo faccio più nelle scuole, perché con la discussione i ragazzi potranno dare non solo un nome alle cose che ascoltano dai media, ma potranno anche dare un nome a ciò che incontrano nei loro pensieri, dare un nome alle loro emozioni e alle loro paure. E dirsi queste cose tra loro, ragazzi e ragazze INSIEME.

A Milano collaboreranno anche l’associazione Maschile Plurale, fatta di uomini che si interrogano sulla violenza, e l’associazione Amiche di Abcd, ma su ogni territorio sarà importante entrare nelle scuole insieme ad associazioni che vivono in quel territorio, affinché ai ragazzi rimangano poi delle persone a cui far riferimento da lì in avanti per non sentirsi soli ma anche per collaborare e portare il loro contributo.

Perché nonostante i giovani convivano con gli stereotipi di genere, sono così svegli che fanno presto a liberarsene.  Hanno energia, hanno la rete, possono fare grandi cose.

Quando io avevo 18 anni, vivevo serena in una scuola di maschi, unica femmina in classe, dove ho sempre respirato rispetto per la mia diversità, dove mai mi sono sentita oggetto.

Allora tutte le conquiste che dobbiamo al femminismo mi parevano la normalità, il mio presente e il mio futuro.

Mi sono chiesta come mai oggi vado nelle scuole a parlare ai 18enni di femminicidio e di stupro?

Se non lotti per qualcosa non ti rendi conto di quanto sia prezioso, e non ti impegni abbastanza per difenderlo.

Ci siamo rilassate, dando per scontato che il futuro sarebbe stato un cammino fatto di altri riconoscimenti e conquiste, senza bisogno di lottare, per la naturale inerzia dovuta alla spinta degli anni ‘70. Abbiamo portato avanti la nostra dignità e la nostra parità negli ambiti privati, senza curarci troppo di quanto accadeva fuori.

Credo tutte noi saremo eternamente grate alle fondatrici di snoq per aver ritrovato quel coraggio collettivo che sembrava perduto e anche questa giornata dimostra che ci riconosciamo nel bisogno di condividere, di puntare non ognuna  su sé stessa ma su tutte noi insieme.

Concludo con la frase di uno storico, Leo Valliani, che parla del Novecento, in un libro scritto alla fine del Novecento.

-Il nostro secolo prova dunque che la vittoria degli ideali di giustizia e di uguaglianza è sempre effimera, ma se si riesce a salvaguardare la libertà, si può, tuttavia, ricominciare da capo. Non bisogna disperare, neppure nelle situazioni più disperate.-

Ecco, credo che se oggi siamo qui in tante è per rafforzare e condividere unite la necessità di ricominciare da capo. La possibilità di ricominciare da capo.

E di affidare alle giovani donne e ai giovani uomini nuovi strumenti di verità e di scelta.

Mai più complici 13 e 14 Ottobre a Torino: Locandina e programma dell’incontro nazionale

Il 13 e 14 ottobre si svolge l’incontro nazionale MAI + COMPLICI!

Qui sopra la locandina e qui di seguito il programma completo:

 

 

 

 

 

 

 

 

Le contromarche per l’ingresso allo spettacolo del 13 ottobre saranno in distribuzione dalla ore 20.00 presso le OGR, Corso Castelfidardo 22 fino ad esaurimento.

ATTENZIONE! Importante!
Data la grande richiesta per la serata di oggi, sabato 13 ottobre, Se Non Ora Quando? Mai Più Complici alle OGR, al fine di evitare disagi ed inutili code agli ingressi, lo spettacolo verrà replicato alle ore 23.
Pertanto chi non riuscisse a trovare posto alle ore 21, potrà entrare alla replica delle ore 23.
Grazie a tutti per la gentile collaborazione.

INGRESSO A  – per il pubblico

INGRESSO B  – per gli iscritti dei Comitati territoriali e delle Associazioni accreditati alla Giornata di studio di domenica 14 ottobre.

Ecco alcuni link utili per capire DOVE si svolge l’incontro per chi arriva da fuori:

Si terrà a Torino www.comune.torino.it/musei/elenco/ogr.shtml

presso le OGR www.officinegrandiriparazioni.it

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