SNOQ Torino: il convegno dal titolo “Mai più complici” – 13 e 14 ottobre 2012 Le mie impressioni

Venerdì 19 ottobre 2012

Roberta Trucco

SNOQ Genova

 

Vogliamo condividere le impressioni relative all’iniziativa “Mai più complici”, che Roberta Trucco di SNOQ Genova ci ha inviato.

 

13 ottobre partenza per Torino, destinazione OGR (Officine Grandi Riparazioni) convegno SNOQ Torino, sulla violenza contro le donne dal titolo “Mai più complici”.

Parto con mio marito. Siamo convinti che il fenomeno della violenza contro le donne sia un fenomeno che riguarda uomini e donne all’interno di una relazione stretta. I numeri parlano chiaro spesso la violenza è agita all’interno della sfera privata, nella relazione tra due fidanzati o nel nucleo familiare.

Siamo interessati ad ascoltare gli interventi in qualità di coppia e in qualità di padre e madre di 4 figli, un maschio e tre femmine.

Il convegno si apre con uno spettacolo teatrale che vede la prima nazionale dell’atto unico di Cristina Comencini “L’amavo più della sua vita”, un intervento della scrittrice Silvia Avallone, videointerviste di Stefanella Campana ed Elisabetta Gatto e l’intermezzo danzante di Simona Bertozzi.

La cornice nella quale si svolge lo spettacolo sono le OGR, grandi capannoni dove un tempo venivano costruiti i vagoni dei treni e che oggi Torino torna a far rivivere come scenario per promuovere cultura, arte, pensiero. È un edificio che trasuda storia, la nostra storia, lavoro, sudore. La sua essenzialità sembra abbinarsi perfettamente con la forza catartica che il teatro porta con sé. Eravamo ignari che l’invito aperto a tutte/i  avrebbe attirato così tanta gente e ci siamo ritrovati in coda insieme a 800/1000 persone. L’organizzazione ha così dovuto prevedere una seconda replica alle 23.

L’atto unico della Comencini davvero toccante! Due giovani , il migliore amico dell’assassino e la migliore amica dell’uccisa, cercano di parlarsi  per capire e per capirsi. Restituiscono alla parola, con i loro interrogativi, il suo senso profondo, lo fanno attraverso i loro i corpi che si incontrano e un po’ si scontrano. Il testo è aperto e lascia aperta la complessità dell’essere uomini e donne, non giudica, perché non analizza in modo pedante le differenze biologiche e culturali dell’essere ragazza o ragazzo, fidanzato o fidanzata, madre o padre ma restituisce alla parola la possibilità di liberare desideri, di esprimere sentimenti e pensieri che se non tradotti in azioni non sono né buoni né cattivi ma possono sondare il mistero dell’essere.

Seguono le videointerviste su cosa sia per i giovani la violenza. Una straordinaria testimonianza di quanto questa giovane generazione stia lavorando e crescendo. Non mi dilungo sulla bella lettera di presentazione del CP che coglie intelligentemente negli intrecci tra mala politica, informazione fuorviante e cultura maschilista il nodo del degrado di questo paese. Ogni piccolo intervento, dalla danza alla lettura del pezzo della scrittrice, è stato prezioso.

14 ottobre: mattino presto, giornata grigia. I capannoni sempre affascinanti ma freddi. Le organizzatrici ci accolgono con copertine di pile per riscaldarsi (segno di grande cura anche dei corpi – particolare non irrilevante).

Il convegno si apre con il saluto del Sindaco di Torino che nel suo intervento riconosce la grande portata politica del movimento di “Se non ora quando” e la capacità di promuovere, con la sue campagne, grande partecipazione democratica. Il saluto è stato un commiato perché finito se ne va, doveri istituzionali! Segue l’intervento della Ministra Fornero, Ministra del Lavoro con delega Pari Opportunità, subito contestata da un gruppo di 5/6 donne appartenenti alla rete Altereva e alla Fiom. La contestazione attira subito i giornalisti anche se nasce su un terreno che non ha niente a che vedere con il tema del convegno, l’articolo 18, danneggiando così chi ha fatto km per venire a sentire gli interventi e chi ha lavorato alla costruzione dell’evento. La Ministra mantiene la calma e invita le contestatrici sul palco a esprimere le loro idee, quando però si accorge che le loro istanze non riguardano il tema della violenza contro le donne le invita ad attendere la fine del suo intervento e promette loro alcuni minuti di confronto. Personalmente ho trovato deprecabile il modo con il quale queste donne si sono inserite “parassitando” (come dice una mia amica) il duro lavoro di altre/i.

Dell’intervento della Ministra non ricordo molto, forse a causa della contestazione o forse perché non era particolarmente brillante. La sostanza però è, che finito, se ne è andata, come Fassino, senza comunicare se lasciava qualcuno in sua rappresentanza per raccogliere relazione sugli esiti del convegno. Peccato.

È seguita la lettura del bel monologo “A te non è mai piaciuto” della scrittrice Lidia Ravera. (Si può leggere sul sito www.senonoraquando-torino.it/2012/10/18/a-te-non-e-mai-piaciuto-lidia-ravera/). Una madre parla alla figlia in coma a causa delle botte del suo fidanzato. È un monologo che alterna alla tenerezza la rabbia, una rabbia misurata, la rabbia di chi non poteva aprire gli occhi alla figlia perché si sa mai criticare le scelte d’amore dei figli. Molto interessante e profondo.

Poi è salita sul palco, al posto della segretaria  generale della camera del lavoro di Torino, una donna di cui non ricordo il nome e, scusatemi, di cui non ricordo neanche la qualifica, che  ha parlato del fatto che nella formazione medica non esiste una formazione di genere, questo sì che mi è rimasto impresso! La maggior parte delle terapie e dei farmaci ad esempio sono costruite sul modello del corpo maschile. Gli uomini e le donne in medicina sono considerati ginecologicamente differenti ma non biologicamente!!

Quindi ha preso la parola Cristina Obber, giornalista che da anni studia il fenomeno della violenza nel linguaggio di tutti i giorni. Imparare a riconoscerla è anche imparare a chiamare le cose con il loro nome. Chi la compie e chi la subisce spesso è inconsapevole di quello che sta succedendo. (Il suo intervento lo trovate già sul sito di SNOQ Torino.)

L’economista Maria Laura Di Tommaso, Professoressa associata Università di Torino, ha dato una lettura di alcuni numeri ricavati da una ricerca dell’Istat del 2006. Impressionante, una donna su tre ha subito violenza, non ci sono classi sociali nelle quali il fenomeno è più frequente, dove però la donna ha un reddito più elevato il rischio di subire violenza è minore. E questo sì che mi ha allarmato. Le nostre giovani che saranno precarie a vita se non cambia il modo di rapportarci con il lavoro e con il denaro sono sempre più a rischio.

E così con questi pensieri in testa ci siamo presi la doverosa pausa caffè.

Il convegno è ripreso con l’intervento di tre giovani giuriste, Giulia Locati, Francesca Guarnieri e Alice Ravinale, che ci hanno illustrato alcuni limiti delle legislazioni regionali sul tema della violenza contro le donne. Il grande problema è che i fondi vengono erogati con scadenza annuale, il che vuole dire che alla fine dell’anno non si riesce mai a capire se i centri anti violenza avranno ancora fondi per sopravvivere, e peggio ancora in queste condizioni non è possibile costruire un progetto a lungo termine che preveda anche la prevenzione e  lo studio di forme di educazione al rispetto di genere nelle scuole, nelle università, nell’informazione e nella pubblicità.

Antonella Anselmo, Avvocata del Foro di Roma e membro del Comitato Promotore ha poi parlato degli strumenti legali europei per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne. Anche lei ha parlato della mancanza di formazione di genere nel mondo dell’avvocatura. Il resto era un po’ complicato, o forse io ero stanca, per chi interessato legga gli atti del convegno.

Poi c’è stata una toccante e forse anche un po’ rabbiosa testimonianza di una donna che lavora nei centri anti violenza, una donna che sulle barricate ci sta da molto tempo e che ogni anno lotta per la sopravvivenza del centro.

La mattinata si è chiusa con Marina Calloni, Professoressa Ordinaria di Filosofia politica e sociale, Università degli Studi Milano Bicocca. La professoressa ha illustrato il progetto proposto e attuato della Baronessa Scotland a Londra. È un progetto molto interessante, un progetto olistico che prevede interconnessioni e trasversalità su diversi ambiti. Sarebbe da studiare a fondo! Presto verrà presentato anche in Italia.

Il convegno poi è proseguito nel pomeriggio con i tavoli di lavoro, ma noi già sfrecciavamo a casa per  ricompattare la famiglia.

Un grazie di cuore alle organizzatrici, il convegno è stato di altissimo livello.

Le mie impressioni sono appesantite dall’ennesimo assassinio di una ragazza di 17 anni a Palermo, oggi 19-10-2012.

Spero che il lavoro importante che tante donne continuano a fare non si arresti e spezzi questa catena di violenza.

Donne che salvano donne

23 Giugno 2012

La Repubblica

Simonetta Agnello Hornby

Marina Calloni

Sulla terrazza affacciata sul Tamigi, la Baroness Scotland – ex Guardasigilli del governo laburista, fondatrice e presidente della Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (Edv), creata meno di un anno fa – parla con noi a ruota libera. «L’89% delle donne nelle carceri britanniche ha subìto violenza. Il 25% dei reati contro le persone è costituito da casi di violenza domestica e ha prodotto 120 vittime l’anno. Due terzi dei minori negli istituti penali ha avuto esperienza di violenza domestica. 750.000 minori sono stati coinvolti come testimoni o vittime. 9.500 di loro sono stati dati in affido: un costo enorme per lo Stato, e fonte di immensa infelicità». Uno studio sul Regno Unito, commissionato da Scotland nel 2003 all’Università di Lancaster, ha rivelato che il costo economico “minimo” della violenza domestica per la società ammontava a 23 miliardi di sterline all’anno. «Bisognava fare qualcosa, e io ci ho provato», dice adesso Scotland con semplicità. Nei suoi nove mesi di vita, Edv è stata accreditata presso le Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Consiglio d’Europa; ha inoltre fondato organizzazioni in quattro nazioni – India, Turchia, Spagna e Nigeria -, dove sono attualmente in corso degli studi. In Italia, Edv sta definendo accordi con l’Università di Milano-Bicocca. Patricia Scotland, afro-caraibica, è stata la prima donna nera, e la più giovane, nominata Queen’s Counsel (i cassazionisti, i principi del foro tra i quali la Corona inglese sceglie i propri legali) e giudice part-time dell’Alta Corte; la prima donna, e il primo nero, a rivestire la carica di Guardasigilli; la prima donna nera nominata alla Camera dei Lord, e poi nel Consiglio dei ministri. Una carriera folgorante per lei, nata nella Repubblica Dominicana cinquant’anni fa ed emigrata all’età di tre anni a Londra con la famiglia, terzultima di dodici figli. Profondamente cattolica, Scotland riunisce in sé lungimiranza e larghezza di vedute. È stata inoltre il miglior avvocato cassazionista dei clienti dello studio Hornby & Levy all’Alta Corte: ai grossi guadagni preferiva quanto pagato dallo Stato per tutelare i diritti dei minori maltrattati e delle loro famiglie. Per ridurre gli omicidi, la sofferenza delle famiglie e il costo per lo Stato, tutte le istituzioni coinvolte devono condividere i compiti seguendo procedure efficaci per attuare un piano ad hoc, approvato da un tribunale specializzato: è questo il sistema olistico di cui Scotland parla da anni con passione. A Trinidad e in Spagna le hanno creduto. Dal 1990, il governo di Trinidad e Tobago – il primo ad adottare le misure da lei proposte – ha registrato una diminuzione dei casi di violenza domestica del 64%. Nel 2006, i risultati ottenuti in ottanta tribunali spagnoli indicano che i casi di violenza domestica sono diminuiti del 25%. Il sistema creato da Scotland è imperniato su due elementi. Il primo, chiamato multi-agency risk assessment approach, consiste in una valutazione multidisciplinare della potenzialità di rischio, operata da un nucleo ristretto di attori sociali e istituzioni. È un approccio flessibile, di effetto immediato. Il secondo è l’introduzione di un operatore indipendente, l’Independent domestic violence advisor (Idva), che per tre mesi ha il ruolo di coordinatore tra gli enti e di supporto della vittima. Inoltre, il procedimento legale è stato snellito e reso trasparente; alcuni tribunali hanno creato apposite sezioni specializzate. «Bisogna cooperare con i datori di lavoro, sensibilizzarli, educarli: per la donna vittima di violenza, mantenere il lavoro è fondamentale», dice Scotland. In Inghilterra le donne costituiscono poco meno della metà dei lavoratori: il costo sociale della violenza domestica è notevole. Nel 2005 Scotland ha costituito la Corporate Alliance Against Domestic Violence, ovvero l’unione dei datori di lavoro contro la violenza domestica. Ne fanno parte le maggiori società britanniche, alcune multinazionali e anche piccole aziende: il suo scopo è sostenere la vittima insieme ad altri enti e ha avuto un ruolo fondamentale nella protezione della lavoratrice e nella diminuzione degli omicidi. «Penso anche agli altri Paesi», spiega Scotland. I suoi funzionari ed esperti hanno creato un paradigma flessibile all’interno del procedimento legale, che si può applicare ad altri ambiti socioculturali. «L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci conferma che la violenza domestica è una realtà diffusa in ogni paese; ognuno di loro può adattare il nostro sistema alla propria realtà. In questo modo potremo salvare vite e famiglie, e ridurre enormemente la spesa pubblica. Non dimentichiamo che da noi una donna su quattro e un uomo su sei sono stati vittime di violenza domestica da adulti». Il successo delle innovazioni introdotte da Scotland è straordinario: nel 2003 a Londra sono stati registrati 49 omicidi di donne vittime di violenza domestica. Nel 2010 se ne sono registrati 5; nel 2003 il costo nazionale del mancato lavoro delle donne era di 2 miliardi e settecentomila sterline. Nel 2010 è sceso a 1 miliardo e novecentomila sterline. «Se avvenisse lo stesso nel resto d’Europa, il Pil potrebbe aumentare del 21%. Vedo l’eliminazione della violenza domestica in termini non soltanto di difesa della dignità umana, ma anche di rilancio economico», osserva Scotland. Vorremmo concludere con un’esortazione rivolta al governo italiano. È necessario produrre conoscenza e produrre fatti. L’azione è legata alle esperienze che sono già diventate esemplari, e dunque imitabili, sia pure attraverso le ovvie “traduzioni”, all’interno di contesti diversi. Siamo convinte che il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, la Confindustria e i singoli datori di lavoro, i servizi sociali, le scuole stesse, debbano prendere atto delle iniziative adottate in Inghilterra; che debbano studiarne premesse, effetti e modalità per adattarli alla realtà italiana. Per quanto possa suonare allarmante, dovrà essere impegno di tutti quello di riconoscere il problema dove è meno evidente perché più vicino: la violenza all’interno delle famiglie è un problema, ed è un problema grave perché spesso ci riguarda da vicino e non lo chiamiamo con quel nome. Il luogo in cui dove bisogna cominciare a debellarlo sono le nostre famiglie. Quelle che conosciamo. Basta guardarsi attorno.

(Simonetta Agnello Hornby è scrittrice e avvocato dei minori; Marina Calloni insegna filosofia politica e sociale all’ università Milano-Bicocca, può essere contattata a questa mail: EDVItaly@gmail.com)