Donne, lavoro, maternità: le discontinuità necessarie

Femministerie 10 ottobre 2019 . di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

In Italia una donna su due non lavora. E il lavoro è spesso così precario e intermittente da costringere a ritardare indefinitamente le scelte di maternità.

Quando poi in Italia le donne fanno un figlio, in 4 casi su 10 restano escluse dal mercato del lavoro. Non solo sono licenziate o discriminate in quanto madri, ma si trovano a sobbarcarsi la gran parte del lavoro domestico e di cura: nel loro monte ore di lavoro quotidiano, il 75% è in attività non retribuite. Questo è uno dei più gravi ostacoli alla loro effettiva realizzazione lavorativa.

In Italia, fare figli è il privilegio di chi ha un reddito e vive in città o aree geografiche dove è migliore la qualità della vita grazie a un sistema economico vitale e a un buon sistema dei servizi. Questo significa che anche nelle scelte di maternità si evidenziano le gravi diseguaglianze sociali che affliggono il nostro paese.

Poter scegliere se e quando diventare madre è diventata una questione di classe, ma di segno opposto rispetto al passato, quando i tassi più elevati di fecondità caratterizzavano le fasce meno abbienti. Perché nel frattempo le donne sono cambiate, e non sono più disposte a sacrificare interamente il proprio benessere, la propria salute, per adempiere al proprio destino di riproduttrici. Ciò però non significa che la rinuncia non comporti sofferenza: se il numero medio di figli per donna è tra i più bassi di Europa, quello dei figli desiderati è invece tra i più elevati.

È allora più che evidente che la politica ha una responsabilità grande. Serve una politica ambiziosa e lungimirante se si vogliono sostenere le donne e le coppie nella realizzazione dei loro desideri riproduttivi.

Ben venga quindi la discussione e la proposta dell’assegno unico per figlio. Soprattutto, ben venga che siano semplificate e unificate le diverse forme di aiuto alla genitorialità. Ben venga che si superi la logica dei bonus nella prospettiva di un investimento strutturale nel sostegno di genitori e figli, e che si renda l’assegno universale, disgiunto dalla condizione occupazionale.

Ma, c’è un ma. Se queste politiche non si accompagnano a interventi che mettano in discussione la divisione sessuale del lavoro e che prendano di petto il problema scarsa occupazione femminile, il rischio è quello di fotografare e cristallizzare l’ingiustizia dell’oggi, pur attenuata da un importante sostegno economico.

Come segnalato a suo tempo dall’economiste di In.genere bisogna uscire dal labirinto di voucher e bonus bebé, ma in direzione di una prestazione che incentivi l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Alle donne serve cambiamento, non ripiegamento nelle storture del presente.

Non ci sorprende che l’idea di un assegno mensile per ogni figlio susciti entusiasmo tra le donne che oggi sono madri. Perché la loro fatica quotidiana le ha troppo spesso condannate alla solitudine e a un senso profondo di precarietà. Ma dobbiamo essere consapevoli che se non interveniamo parallelamente sulle diseguaglianze di sistema, sia in termini di occupazione sia di servizi, nessun assegno garantirà alle donne la piena realizzazione della propria persona.

Agire sulle diseguaglianze significa anche incentivare una piena condivisione dei carichi di cura tra donne e uomini. Il congedo di paternità obbligatorio esteso a 10 giorni, come viene ora proposto, è certo un passo avanti rispetto ai precedenti 5, e segnala un adeguamento alla recente direttiva del Parlamento Europeo sul work-life balance. Ma l’Italia resta tra i paesi europei con il congedo più breve. La direttiva prevede anche due mesi di congedo parentale (facoltativo) non trasferibile e retribuito per il padre o il secondo genitore: una misura che ci sembrerebbe importante includere da subito in un pacchetto di misure per la distribuzione più equilibrata delle responsabilità. Ma dovremmo essere anche più ambiziose di così. In Parlamento sono già depositate proposte in questo senso, anche per un congedo di paternità (o per il secondo genitore) di durata pari a quello delle madri, da applicare anche alle unioni civili.

Ci vuole coraggio insomma, visione, attenzione alla complessità. Soprattutto, se parliamo di incentivare la natalità, serve fiducia nel futuro. È il momento che chi decide si dimostri all’altezza delle promesse di cambiamento che rivolge al paese, in particolare alle cittadine di questo paese, che alla politica credono sempre meno, che si sentono ad essa sempre più estranee.

Discontinuità reali, politiche adeguate alle disuguaglianze sociali e di genere che mordono e creano insicurezza. Questo è ciò che serve alle donne nel presente e alle generazioni future.

Così le aziende scoprono che la maternità è un punto di forza

Corriere della sera La 27 ora     –   26 ottobre 2016      Rita Querzè

 

“Che fortuna, ho appena avuto un figlio. E grazie alla maternità adesso farò passi avanti anche sul lavoro”. In un mondo perfetto – secondo Riccarda Zezza, amministratore delegato di Maam U, è proprio così che dovrebbe andare. Per questo l’imprenditrice – già promotrice della non profit Piano C ¬ coworking a Milano per le donne che vogliono lavorare avendo i figli nella stanza accanto – si è inventata un pacchetto di welfare per le aziende che non vogliono rinunciare al coinvolgimento delle dipendenti, anche quando diventano mamme. Iniziativa meno temeraria di quanto potrebbe sembrare.

Corso online anche per i papà

Perché in realtà le aziende interessate ci sono, eccome. Prendiamo un caso concreto: la multinazionale Unilever. Nell’ambito del cinquantesimo anniversario di presenza di Unilever in Italia, l’azienda sta spingendo ancora di più sulla sostenibilità, intesa anche come misure per andare incontro al benessere delle persone. In particolare, attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro e facilitazioni come la sala allattamento. Da ottobre, poi, in Unilever è partito Maam U. Il programma consiste in un corso online che l’azienda può acquistare per licenza. Sottoposto alle proprie collaboratrici in congedo (ma è disponibile anche per i neopapà) Maam U trasforma l’assenza in un master che mette a fuoco e rafforza le competenze di relazione, cura, empatia e gestione della complessità.

L’aumento della natalità in azienda

“In Unilever Italia sono donne il 40% dei dipendenti e il 52% dei nuovi assunti. L’ufficio del personale dell’azienda snocciola con orgoglio i numeri del coinvolgimento femminile: “In media da noi le dipendenti sfruttano sette mesi di congedo per maternità (compreso quello obbligatorio) contro una media nazionale di 11 mesi. Inoltre l’abbandono del lavoro dopo la nascita del primo figlio è limitato all’1% delle dipendenti contro. Il 22% dei dipendenti è donna”. “Unilever dà la possibilità di lavorare fuori ufficio e la piena flessibilità di orario nell’arco della giornata – racconta Angelo Trocchia, presidente e ad di Unilever Italia -. Gli effetti immediati sono un aumento della natalità in azienda (1,5 figli delle dipendenti Unilever contro l’1,3 della media italiana) e una più breve fruizione del periodo di maternità facoltativa rispetto a quello previsto in Italia. Riscontriamo che anche semplici iniziative come il nostro welcome mom’s pack o la sala allattamento in azienda possono essere un buon supporto per le mamme e con maam U vogliamo offrire un’ulteriore possibilità di crescita per valorizzare le loro nuove competenze acquisite durante il congedo”.

Sempre meno mamme, sempre meno bambini

inGenere 18 dicembre 2014 – Letizia Mencarini – Daniele Vignoli

In Italia le nascite sono in costante diminuzione, non solo per il calo della fecondità ma anche perché si riduce il numero delle potenziali mamme. In calo anche i nati da genitori di origine straniera, mentre aumenta per tutte l’età media alla nascita dei figli. E sempre più bambini nascono da genitori non sposati. In altri paesi i nuovi modi di fare famiglia hanno aiutato la fecondità. Da noi si teme che non succederà

Lo scorso anno in Italia sono nati 514.308 bambini. Un dato, quello delle nascite, in costante diminuzione dal 2008, associato a un tasso di fecondità totale (cioè il numero medio di figli per donna) è di 1,39, in lieve calo. Sono gli ultimi resi disponibili dall’Istat in un report da poco pubblicato sulla natalità in Italia. L’analisi più approfondita su chi fa figli (coppie italiane, miste e straniere; sposate o non) e in quali regioni arricchisce il quadro e ci racconta la storia di una fecondità ormai assestata su livelli bassissimi (sotto un figlio e mezzo in media dai primi anni ’80), ma all’interno di un sistema di “fare famiglia” in grande mutamento. Leggi il resto »