Cosmopolitan: in copertina la storia di Shafilea, soffocata per aver detto “no”

Il Fatto Quotidiano 16 gennaio 2015 – Elisa Murgese

Aveva rifiutato l’uomo che i genitori volevano farle sposare e per questo è stata uccisa, proprio da sua madre e suo padre, davanti agli occhi dei suoi stessi fratelli. La cover del popolare magazine inglese parla di lei e mostra una donna “in trappola”

Il nome che compare sulla copertina di febbraio dell’edizione inglese di Cosmopolitan è quello di Shafilea Ahmed, accanto alla foto di una ragazza che cerca di liberarsi da una trappola. Per aprile la rivista e “liberare” l’immagine della giovane, il lettore sarà costretto a rompere la spessa pellicola di plastica che ricopre tutto il giornale. La stessa con cui Shafilea Ahmed è stata uccisa a 17 anni dai suoi genitori, soffocata con un sacchetto perché aveva rifiutato di sposare l’uomo che avevano scelto per lei. Nella camera di Shafilea, ragazza di origini pakistane ma nata e cresciuta nello Yorkshire, la polizia ha trovato diverse poesie. Tra queste “I feel trapped” (“Mi sento in trappola”) in cui l’adolescente raccontava la sua vita senza speranza e i tentativi di scappare di casa per fuggire alle pressioni della sua famiglia. Un femminicido accaduto nel 2003, pochi mesi dopo un tentativo di suicidio da parte della ragazza. Leggi il resto »

Il salone di bellezza per le donne sfregiate con l’acido

The Post Internazionale – 18 dicembre 2014 – Caterina Michelotti

I centri Depilex assumono le vittime di attacchi con l’acido e offrono trattamenti a chi ha bisogno di ritrovare l’autostima

Musarrat Misbah è un’imprenditrice pakistana di 55 anni nata a Karachi, nel sud del Paese.
Nel 2005 ha creato la Depilex Smileagain Foundation, attraverso la quale mette a disposizione 25 saloni di bellezza per le donne che sono state vittime di attacchi con l’acido.

I negozi della catena gestita da Musarrat Misbah assumono donne vittime di violenza e offrono trattamenti di bellezza a quelle che, rese irriconoscibili dalle sostanze corrosive, hanno bisogno di ritrovare l’autostima.
Musarrat Misbah ha raccontato in un’intervista alla Bbc che ricorda perfettamente il momento in cui ha capito di voler aiutare le donne a sentirsi meglio. È successo una sera, poco prima della chiusura, quando una donna coperta da un velo è entrata nel suo negozio e le ha chiesto aiuto. Leggi il resto »

Lettera a Malala di un ragazzo pachistano “Scuola negata alle donne? Non ha senso”

Corrieredellasera.it – La 27 ora – 10 dicembre 2014 – Vivviana Mazza

Pubblichiamo la lettera di Babar Khan Yousafzai, un ragazzo pachistano di 24 anni che studia Lingue presso l’Università di Cassino. Alcuni nel suo Paese non ammirano Malala, ma lui sì la considera un modello per i musulmani (nella foto: Malala rilegge il suo discorso prima di ricevere il Nobel oggi a Oslo).

Malala Yousafzai, attivista pachistana per il diritto all’istruzione, insieme all’attivista indiano per i diritti dei bambini Kailash Satyarthi, ha vinto il Nobel per la Pace. A 17 anni, Yousafzai è oggi la più giovane vincitrice. Nell’ottobre del 2012 i talebani le spararono per aver parlato a favore dell’istruzione delle donne. Nonostante questo, non si è arresa ma ha riaffermato l’importanza della sua causa. Leggi il resto »

La cristiana Asia Bibi salirà sul patibolo Confermata la pena di morte in Pakistan

Corriere della sera blog 16 OTTOBRE 2014 – di Monica Ricci Sargentini

Asia Bibi deve morire. L’ha deciso il 16 ottobre l’Alta Corte di Lahore che ha confermato la sentenza di primo grado del 2010. La donna è una contadina cristiana del Pakistan arrestata nel giugno 2009 e accusata di essere una bestemmiatrice.
Il ricorso della difesa, di cui fa parte il cristiano Naeem Shakir, è stato respinto dal collegio presieduto dal giudice Anwar ul Haq.

“Il giudice ha ritenuto valide e credibili le accuse delle due donne musulmane (due sorelle) che hanno testimoniato sulla presunta blasfemia commessa da Asia. Sono quelle con cui Asia aveva avuto l’alterco e da cui è nato il caso. La giustizia è sempre in mano agli estremisti”, ha spiegato l’avvocato all’agenzia Fides, non nascondendo la sua amarezza e delusione.

Per Amnesty International, la sentenza di oggi rappresenta “una grave ingiustizia”. Ora il marito di Asia incaricherà i legali di fare appello alla Corte Suprema, terzo e ultimo grado di giudizio in Pakistan.
La donna, che ha cinque figli, ha sempre respinto le accuse. I fatti risalgono al 2009. Il 14 giugno di quell’anno Asia era andata a prendere dell’acqua da un pozzo per ristorarsi dopo il lavoro nei campi e poi l’aveva offerta alle donne musulmane che l’avevano aiutata, ma loro, indignate, l’hanno accusata di aver inquinato la fonte in quanto infedele e l’hanno denunciata per insulti al profeta Maometto. Solo cinque giorni dopo, il 19 giugno, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam ha formalizzato l’accusa davanti alla polizia.
Per la liberazione di Asia Bibi, dopo la prima condanna a morte. si era mossa la comunità internazionale ed erano state raccolte più di 400mila firme. Anche Papa Benedetto XVI aveva lanciato pubblicamente un appello per la donna (sopra un manifesto in favore della pakistana in Campidoglio).

In Pakistan le leggi sulla blasfemia sono state introdotte nel 1982 e nel 1986, con l’intento di proteggere l’Islam e la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana, formulate in termini vaghi e applicate arbitrariamente da parte della polizia e della magistratura tanto da equivalere a minacce e persecuzioni delle minoranze religiose e dei musulmani stessi.

In particolare, secondo la sezione 295 del codice penale pachistano, “chi con parole, sia pronunciate che scritte, o con rappresentazione visibile, o con qualsiasi imputazione, alludendo o insinuando, direttamente o indirettamente, contamina il sacro nome del profeta Maometto (pace su di lui) è punito con la morte o il carcere a vita, ed è altresì suscettibile di multa”.

Le accuse di blasfemia hanno talvolta portato alla morte sia di musulmani che di fedeli di altre minoranze religiose. Come documentato da Amnesty International e altre associazioni per i diritti umani, le accuse in base alle leggi sulla blasfemia sono fondate unicamente sulle convinzioni religiose o sono formulate per incarcerare persone allo scopo di ottenere vantaggi negli affari o nelle dispute sui terreni. La polizia spesso non riesce a registrare e esaminare le denunce e la giustizia è ostacolata dall’atteggiamento di alcuni giudici contro le minoranze religiose.

Perché non fa notizia una sposa di 6 anni?

Bibi Roza, una bambina pakistana di sei anni, andrà in sposa a un uomo adulto, perché la “jirga”, l’assemblea del suo villaggio, così ha deciso. Di [Luciano Trincia]

da Giulia.globalist.it   10 novembre 2012


Il matrimonio è fissato per domani, domenica 11 novembre. Bibi Roza, una bambina di sei anni del villaggio pakistano di Ashari, nella Valle dello Swat, è destinata ad andare in sposa a un uomo adulto, perché la “jirga”, l’assemblea del suo villaggio, così ha deciso.

In Pakistan e in Afghanistan l’usanza di concedere in matrimonio ragazze o bambine a membri di famiglie rivali si chiama “Swara” ed è usata a titolo di risarcimento o per dirimere una diatriba familiare. Pratica odiosa, inumana, considerata sacra in molte zone del Paese e ancora fortemente in voga fra le tribù Pashtun, nonostante ripetuti tentativi di abolizione da parte delle autorità centrali.

La “Swara” prevede che in caso di dissidio fra due clan rivali, l’assemblea del villaggio, la “jirga” appunto, può stabilire che una giovane donna venga concessa in sposa a un membro della famiglia lesa, a titolo di risarcimento, come si farebbe con una somma di denaro o con una merce. Se questo pegno di pace umano non mantiene il proprio impegno, se si oppone al matrimonio o tenta di fuggire, scatta implacabile la punizione, come è successo a Zarmina Bibi di 19 anni e a Tayyaba Begum di 20 anni, avvelenate rispettivamente dal cognato e dai suoceri per aver cercato di spezzare quelle invisibili catene che le tenevano in schiavitù.

Leggo la notizia del matrimonio di Bibi Roza in internet nei giorni scorsi, sui nostri organi di stampa non trova spazio. Penso inevitabilmente a mia figlia, alle giornate spensierate dei suoi primi anni, alla sua infanzia “normale” di “normale” bambina occidentale. Mi viene alla mente l’eco mediatica che – giustamente – accompagna le violazioni dei diritti umani e gli abusi su minori in Europa. Di rimbalzo il mio pensiero va al silenzio assordante nel quale ad altre longitudini si consumano quotidianamente fatti come quelli di Biba Roza, Zarmina Bibi, Tayyaba Begum, senza che questo risulti inaccettabile ai nostri occhi, senza che la nostra coscienza sussulti per una dignità umana che varia con il variare delle coordinate geografiche.

Sto per postare queste mie riflessioni quando giunge la notizia che le autorità pakistane hanno sospeso in queste ultime ore la decisione della “jirga” del villaggio di Ashari. Bibi Roza, la sposa-bambina del Pakistan, vede allontanarsi, per il momento, un destino che per lei appariva segnato. Il suo diritto all’infanzia, quello è invece ancora tutto da conquistare.