Quote rosa, sì della Camera per Regioni ed enti locali

Pari opportunità nei consigli e nelle giunte, oltreché nelle commissioni di concorsi pubblici. Il testo era già stato approvato al Senato

Martedì 13 novembre 2012

La Repubblica

LA LEGGE

ROMA – Via libera alle quote rosa. Con 349 voti a favore, 25 contrari e 66 astensione, la Camera ha approvato definitivamente il testo della legge, già approvata in Senato, che assicura il riequilibrio per una pari opportunità di genere in consigli e giunte degli enti locali, nei consigli regionali e nelle commissioni di concorsi pubblici.

Il testo prevede, tra l’altro, per i comuni sopra i 15mila abitanti, la decadenza delle liste che non rispettano le quote rosa oltre che la ‘par condicio rosa’ per le presenze in tv in campagna elettorale.

Soddisfatto della legge, il capogruppo del Pd a Montecitorio, Dario Franceschini: “In tutti i comuni in cui si voterà nel 2013 – spiega -, compresa Roma, si voterà con la doppia preferenza e le giunte dovranno essere costituite con le nuove norme paritarie”. “Oggi è una giornata importante per la nostra democrazia -ha detto Sesa Amici (Pd), relatrice della proposta di legge – . Grazie al meccanismo della doppia preferenza di genere e al limite dei 2/3 per la presenza di uno dei due generi si aiuta fortemente il percorso verso la rappresentanza paritaria nelle istituzioni. La presenza delle donne non sarà più un eccezione né una gentile concessione, diventerà la normalità”.

Link articolo: www.repubblica.it/politica/2012/11/13/news/quote_rosa_enti_locali-46575451/

Troppi farmaci a misura d’uomo, «quote rosa» negli studi clinici

di Adriana Bazzi da Corriere della Sera, 7 novembre 2012

Una pastiglia per il mal di testa, un diuretico per curare l’ipertensione, un antistaminico per tenere a bada un’allergia: farmaci comunissimi che possono rivelarsi pericolosi per le donne. Molto di più che per gli uomini.
I diuretici antipertensivi, per esempio: secondo uno studio olandese dell’Università di Rotterdam provocano quattro volte più effetti collaterali nel sesso femminile che in quello maschile, a partire da nausea e confusione mentale fino al coma. E lo stesso vale per il warfarin: un anticoagulante, usato per prevenire trombosi e ictus, colpevole di determinare un maggior numero di emorragie nelle donne che nell’uomo. Anche gli antipsicotici, prescritti per curare depressioni gravi, disturbi bipolari (dove si alternano episodi maniacali con crisi depressive profonde) e stati di ansia, provocano molti disturbi collaterali nelle donne. Per finire con gli antistaminici che, su queste ultime, hanno un effetto soporifero particolarmente accentuato.

Il motivo? Sono tutti farmaci sperimentati per lo più nei maschi che biologicamente sono molto diversi dalle femmine. E quando vengono prescritti alle donne possono rivelare effetti inaspettati e pericolosi.
È la discriminazione di genere negli studi clinici, quegli studi che dovrebbero verificare efficacia e sicurezza di una cura. Le donne non sono amate da certi ricercatori, quando vogliono sperimentare rapidamente gli effetti di una medicina sull’organismo umano: le donne hanno fluttuazioni ormonali mensili che interferiscono con il metabolismo dei farmaci, possono rimanere incinte e non è etico esporre il feto ai potenziali danni di un composto chimico in sperimentazione e, in menopausa, cambiano completamente la loro biologia.

Meglio l’uomo. Soprattutto quando un’azienda farmaceutica vuole mettere in commercio in tempi rapidi un prodotto e non spendere troppi soldi nelle verifiche cliniche.
Ora la situazione sta cambiando e molte associazioni, come ha appena ribadito il quotidiano inglese Daily Mail, stanno promuovendo l’ingresso delle donne negli studi clinici. L’obiettivo è sperimentare i farmaci tenendo conto delle peculiarità del sesso femminile: il peso corporeo per esempio (come si fa a somministrare una medicina ai dosaggi standard sperimentati sull’uomo quando una donna pesa molto meno?), i recettori che mediano l’effetto delle medicine (che dipendono dagli ormoni femminili), il tessuto adiposo più abbondante (molte molecole si legano ai grassi e hanno un effetto più duraturo), un rene che elimina più lentamente i farmaci (che quindi viaggiano più a lungo nell’organismo e aumentano le probabilità di effetti collaterali, nelle donne, appunto).

Ma rimangono altri problemi da risolvere. Per esempio: come valutare gli effetti collaterali di farmaci, come gli antidepressivi, sulle donne incinte? Questi farmaci possono provocare aborti, parti prematuri, problemi di crescita per i neonati, secondo quanto hanno evidenziato i cosiddetti studi retrospettivi, condotti dopo che i farmaci sono entrati in commercio. Ma non basta, la ricerca va ripensata. A favore delle donne.

Le quote rosa sono necessarie?

Il Regno Unito dichiara guerra alle quote di genere nei cda mentre una ricerca dimostra che invece nel sud Europa (e non solo) sono ancora necessarie. Grazie ad esse entro il 2017 la presenza femminile nei board aziendali potrebbe raggiungere il 25%. In Italia siamo fermi a un misero 8,4%

Venerdì 7 Settembre 2012

D La Repubblica

Camilla Gaiaschi

Tempismo perfetto: mentre il Regno Unito dichiara guerra alle quote di genere nei cda, uno studio della società di ricerca Egon Zehnder International mostra che la presenza delle donne nei board delle aziende europee, pur in crescita, è ancora bassa. E che le azioni positive per incentivarne l’ingresso funzionano eccome. Con buona pace della campagna “anti-quote” che sta prendendo forma sul Vecchio Continente.

Ieri il polverone alzato dal Financial Times: il quotidiano britannico ha intercettato e pubblicato una lettera messa a punto dal governo inglese nella quale si invitano i paesi dell’Unione europea a bloccare la direttiva presentata lunedì dalla commissaria per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza Viviane Reding sulle quote di genere nei cda delle società quotate e pubbliche. Il provvedimento, che potrebbe essere votato entro il prossimo mese – prevede una soglia minima del 40% di donne ai vertici societari nei 27 paesi dell’Ue.

La lettera elaborata dal Regno Unito – che nelle intenzioni del governo sarà inviata alla stessa Reding e al presidente della Commissione José Barroso – avrebbe incassato l’apprezzamento di dieci paesi tra cui la Svezia. Il “no” del Paese scandinavo non è di poco conto: seconda in Europa dopo la Norvegia con il 24,6% di donne nei consigli delle società quotate, la Svezia, assieme a Finlandia e Danimarca (e a differenza della stessa Norvegia), ha raggiunto questi obiettivi senza bisogno di dover ricorrere a delle quote. Il suo caso è il più citato tra i fautori anti-quote che però dimenticano ciò che due studiose svedesi – Drude Dahlerup e Lenita Freidenvall – sostengono da tempo nelle loro ricerche sulla rappresentanza politica: la Svezia, per arrivare dove è arrivata, ha messo in campo tutta una serie di strategie “alternative” per incentivare l’ingresso delle donne nei luoghi decisionali tanto da rendere le quote sostanzialmente inutili.

Dove invece queste strategie mancano – è il caso dei paesi del Sud Europa, ma non solo – l’obbligo si rende necessario per velocizzare il processo. Il modello svedese, sostengono insomma le due ricercatrici, non può essere un modello per tutti. E i numeri di Egon Zehnder diffusi questa mattina lo dimostrano: la Francia che ha introdotto le quote nei cda nel 2010, ha visto letteralmente schizzare in alto la percentuale di donne nei board negli ultimi due anni passata da un misero 12,4% al 20,5%. Lo stesso vale per il Regno Unito, oggi a quota 18,2% (dal 13,3%), dove è bastata la minaccia.

Quanto al resto del Continente, i dati raccolti presso 353 aziende in 17 paesi sono a luci e ombre: i tassi di crescita sono elevati ma i numeri in valore assoluto restano ancora modesti. Le donne oggi rappresentano il 15,6% dei consiglieri, in aumento dal 12,2% nel 2010 e dall’8% nel 2004. Le società con almeno una donna sono l’86% (dal 61% nel 2004) e quelle senza nemmeno una donna tendono a scomparire. Se questi trend dovessero proseguire, entro il 2017 la presenza femminile nei board aziendali potrebbe raggiungere il 25%: “Le nostre statistiche suggeriscono che ci troviamo a un punto di svolta – spiega l’ad e presidente di Egon Zehnder Damien O’Brien – tra cinque anni un consigliere su cinque potrebbe essere donna”. Spesso però l’ingresso delle donne nei cda non equivale a un reale coinvolgimento nei processi decisionali: le donne rappresentano solo il 4,8% dei ruoli esecutivi e solo nel 2% dei casi ricoprono la presidenza. I dati – ed è questo forse l’elemento più preoccupante – non sono in crescita rispetto al 2010: “La sfida per il futuro – continua O’Brien – è garantire un maggior numero di donne nelle fila esecutive”. Per raggiungere la leadership, insomma, la strada è ancora lunga. E l’Italia – dove però le statistiche presentate oggi non hanno ancora recepito la legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei cda delle società quotate entrata in vigore il 12 agosto – resta fanalino di coda. Per ora, il nostro paese deve accontentarsi di un misero 8,4% di donne nei board, poco meglio del Portogallo (4,7%), dell’Austria (8%) e del Lussemburgo (6,1%). E un terzo delle società, alla pari di Grecia e Olanda, è ancora monocolore.

Link articolo: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/09/07/news/quote_rosa-1240853/?fb_action_ids=10151165228147240&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366

“Meno chirurgia estetica” La donna in tv e la svolta di Anna Maria Tarantola

La presidente Rai sta pensando a «una linea editoriale che ridia forza e significato alla dignità e alla presenza delle donne»

12 Agosto 2012

La 27esima ora – Corriere della Sera

Paolo Conti

Anna Maria Tarantola, neopresidente della Rai, si è portata in vacanza diversi dossier su viale Mazzini, tutti appuntati a mano (cartellini formato quaderno) con la sua minuta e ordinata grafia in corsivo ormai nota a chiunque l’abbia incontrata al Settimo Piano del Potere.

Uno è interamente dedicato all’immagine della donna. Tra i tanti incontri che Tarantola ha già avuto poco prima della pausa estiva, con direttori di rete e testate, alcuni hanno avuto quel tema che le è caro da sempre: la realtà femminile nella società italiana. In questo caso, visto il suo impegno a viale Mazzini, in un servizio pubblico radiotelevisivo che, stando alla lettera del Contratto di servizio Rai-Stato in scadenza a fine 2012, dovrebbe garantire (articolo 2) una programmazione

«rispettosa della figura femminile e della dignità umana, culturale e professionale della donna»

e (articolo 3)

«una più moderna rappresentazione della donna nella società, valorizzandone il ruolo, e rispettando le limitazioni di orario previste a tutela dei minori».

Ma, come ha dimostrato la discussa farfallina sul basso ventre di Belen durante l’ultimo Sanremo, il rispetto di quell’impegno è ancora lontanissimo, nonostante le tante dichiarazioni formali di intenti della precedente direzione generale, i seminari, i documenti. Tarantola, a quanto è trapelato da questi colloqui informali, si sarebbe interrogata sul senso di alcuni contenitori mattutini soprattutto quando dedicano spazio alla chirurgia estetica e quindi solo all’aspetto esteriore delle donne. Stessa analisi per l’intrattenimento serale, dove trionfa una «proposta» della donna tuttora mediata, spesso acriticamente, dalla tv commerciale.

La presidente, insomma, avrebbe in mente, tra le tante iniziative dell’autunno, non solo la «Spending review» sui conti Rai ma anche un deciso intervento sulla questione femminile. Probabilmente un nuovo strumento, ovviamente messo a punto col direttore generale Luigi Gubitosi, ancora più vincolante e chiaro di quel codice etico

(«l’immagine della donna non deve rispondere a stereotipi riduttivi o strumentali»)

puntualmente eluso o dimenticato, basta seguire la programmazione quotidiana (mattina, pomeriggio, sera) per averne l’evidentissima dimostrazione .

Per capire quanto sia schietta, e non banalmente moralistica, questa preoccupazione basta rileggersi i suoi tanti interventi da vicedirettore generale della Banca d’Italia sul ruolo della donna.

Il più chiaro risale al 7 marzo 2012 al convegno «Le donne e l’economia italiana»:

«Un aspetto non toccato riguarda proprio il ruolo delle imprese nella promozione delle pari opportunità e nella valorizzazione dei talenti femminili. Un tema rispetto al quale sono molto sensibile».

Più in là, parlando del ruolo delle imprese:

«C’è l’ampio capitolo delle pratiche per la conciliazione tra famiglia e lavoro, pratiche di flessibilizzazione dei tempi e dei luoghi… e di gestione delle interruzioni del lavoro».

Tarantola è favorevole alle «quote rosa» e alla «costituzione di organi di verifica della parità all’interno dell’impresa» nella prospettiva di una «valorizzazione delle risorse femminili». Un universo distante anni luce dall’immagine della donna proposta soprattutto da Raiuno e Raidue (in contrasto con i prodotti più da servizio pubblico, spesso realizzati da donne per Raitre, Rai Educational, La Storia siamo noi, Rai Storia, quasi esistano due Rai).

Così come è stato raccontato nel film-documentario Il corpo delle donne, realizzato nel 2009 da Lorella Zanardo con Marco Malfi Chindemi, atto d’accusa sull’immagine femminile in tv, che ha aperto un lungo e incandescente dibattito all’interno della Rai.

Link articolo: http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-donna-in-rai-la-svolta-di-anna-maria-tarantola-serve-piu-rispetto/

Quote rosa nei Cda pubblici, sì del Cdm Fornero: “La politica faccia altrettanto”

Le nuove regole consentono alle singole società a controllo pubblico di modificare i propri statuti per assicurare l’equilibrio tra i generi. Fornero: “Passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l’effettiva partecipazione delle donne a momenti decisionali”

03 Agosto 2012

La Repubblica

Roma

Approvato dal Consiglio dei ministri il regolamento che disciplina l’introduzione delle “quote rosa” negli organi di amministrazione e di controllo delle società pubbliche costituite in Italia”. Le nuove regole consentono alle singole società a controllo pubblico di modificare i propri statuti per assicurare l’equilibrio tra i generi. L’equilibrio si considera raggiunto quando il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo o di controllo ottiene almeno un terzo dei componenti eletti. Ora lo schema di regolamento, spiega una nota di palazzo Chigi, verrà sottoposto al parere del Consiglio di Stato prima dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio.

Fornero. “La previsione di quote – spiega il ministro Elsa Fornero – è un passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l’effettiva partecipazione delle donne a momenti decisionali di così rilevanti attori economici, rimuovendo pregiudizi e conservatorismi anacronistici”. “Auspico che una decisione come quella di oggi – ha concluso il ministro – possa essere anche di esempio per la politica e non si debba, con rammarico, registrare l’assenza di candidature femminili come pare essere il caso delle prossime elezioni in Sicilia”.

Pochi giorni fa il ministro ha fatto un preciso riferimento alla questione della parità uomo-donna 1. Parlando delle critiche ricevute

 

per il suo lavoro ha dichiarato: “Mi chiedo se tutte queste critiche non derivino anche dal fatto di essere un ministro donna”.

I dati. In base ai dati Eurostat del 2012, in Italia l’occupazione delle donne tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%, circa 12 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Ue a 27. Anche i dati diffusi da Istat e Censis sulla presenza di donne nei consigli di amministrazione – riporta la Presidenza del Consiglio – fotografano una realtà preoccupante: nel 2011 appena il 7% del totale dei componenti dei Consiglio d’amministrazione delle società quotate contava una presenza femminile.

Nel provvedimento è stabilito un obbligo per le società di comunicare alla Presidenza del Consiglio-Ministro delegato per le pari opportunità, la composizione degli organi sociali e le eventuali variazioni in corso di mandato. Inoltre, per garantire un controllo “diffuso”, a chiunque vi abbia interesse è data la possibilità di segnalare situazioni non conformi alle nuove norme. Qualora, a seguito di diffida formale, la società non ripristini tempestivamente l’equità tra i generi, la sanzione è la decadenza della carica.

Link articolo: www.repubblica.it/politica/2012/08/03/news/quote_rosa-40305749/?ref=HRER2-1