E se parlassimo di quote blu?

di Chiara Saraceno La Repubblica 19 dicembre 2019

E se parlassimo di “quote blu”, o di riduzione del monopolio maschile nelle posizioni che contano, invece che di “quote rosa”? Il modo in cui si nominano le cose non è irrilevante per la loro comprensione.

Se si parla di quote rosa il gruppo “protetto” appare quello delle donne, laddove invece il gruppo che strenuamente ha difeso e difende il proprio privilegio monopolistico è quello degli uomini.

Chi dovrebbe trovarsi a disagio nell’essere considerato parte di una quota da proteggere e non per i propri meriti individuali non sono le donne, ma gli uomini, specie quelli che occupano le posizioni apicali, nella misura in cui sono stati e sono ancora in larga misura protetti da una competizione ad armi pari con le donne. Alessandro De Nicola, come molti (ma anche molte) altri prima di lui giustamente sostiene che si dovrebbe essere scelti per far parte di un consiglio di amministrazione – come per altri incarichi professionali – in base al merito e non all’appartenenza di sesso.

Ma perché ciò succeda occorre contrastare una situazione in cui un sesso controlla tutti i meccanismi decisionali. Nessuno riconosceva il merito delle donne e consentiva loro di costruirsi un curriculum professionale con i requisiti richiesti, prima che la legge Golfo-Mosca rompesse il monopolio di fatto detenuto dagli uomini sia come reclutatori che come candidati, imponendo di allargare il campo dei reclutati alle donne con le qualifiche professionali e le competenze adeguate.

Se alle donne in quanto tali si ostacola la vita professionale, si rallenta la carriera, le si colloca in posizioni marginali, come testimoniano inesorabilmente i dati statistici e le ricerche sulle biografie professionali, difficilmente acquisiscono il cursus honorum e la visibilità necessarie per essere prese in considerazione.

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In risposta a chi “non ne può più” di quote Noi non ne possiamo più di lezioni sul merito (presunto)

Corriere della sera.it  27 ora  – 28 novembre 2014  – GIUSI FASANO

Ho letto con crescente scuotimento di testa, sull’Espresso, l’intervento di Michele Ainis, dal titolo eloquente di Candidature rosa, non se ne può più.

«Un capo o una capa dello Stato? Di questi tempi è obbligatoria la papessa»scrive. E ci rivela che «girano nomi impresentabili, cognomi impronunciabili». Certo, quella «cosa», cioè quella specie di discriminazione al contrario che noi definiamo impropriamente quote di genere e che, come Ainis ci insegna si chiama «affermative action», è un «principio sacrosanto» e poi «per fortuna le donne italiane continuano a scalare posizioni». Certo. Però c’è un però, secondo l’autore dell’articolo. Leggi il resto »

La carica delle donne indipendenti. La legge sulla parità di genere. Il bilancio un anno dopo

La 27 ora corriere.it 1 aprile 2014 – di Maria Silvia Sacchi

L’ immagine della figura femminile capovolta che è contenuta nel grafico spiega da sola cosa è successo nel giro di pochi anni in Italia.

In sei anni le donne presenti nei consigli di amministrazione sono passate dall’essere in prevalenza consiglieri non indipendenti (di solito componenti della famiglia proprietaria) a essere nella stragrande maggioranza dei casi consiglieri indipendenti. Il ruolo più scomodo di un Cda, potremmo dire, stante che ai consiglieri indipendenti è affidato il compito di fare il «cane da guardia» a tutela soprattutto degli azionisti di minoranza. Leggi il resto »