Donne, impegniamoci per cambiare l’Europa di Sara Ventroni

l’Unità 14 aprile 2013 –

L’EUROPA NON È SOLO UNO SPAZIO. L’EUROPA È TEMPO: È IL QUI E L’ORA DELLE NOSTRE ESISTENZE. L’EUROPA SIAMO NOI. E CI SIAMO DENTRO, FINO AL MIDOLLO. Non serve a nulla maledire l’austerità, abbaiando davanti allo specchio.Mordendoci la coda.
Le donne lo hanno capito da tempo. La crisi economica è dentro la carne viva delle relazioni, private e politiche. Leggi il resto »

Care donne M5S è tempo di disobbedire… di Sara Ventroni

l’Unità 3 febbraio 2014

«Care donne Cinque Stelle, è tempo di disobbedire, di spegnere il Megafono. Siate libere. Anche voi sapete che dalla goliardia non si ricava indotto democratico. Offendere le donne è il ripiego di chi non ha altri argomenti, eccetto il gesto linguistico primordiale.

Eppure, oggi – solleticando le corde basse dei commentatori da social-bar – siamo risospinti indietro, a una democrazia che nelle sue forme regredisce a rantolo. Una politica che rifiuta ogni dialogo, ma non si sottrae alla consuetudine, più-che-consumata, del rifugio trasversale nel divertimento machista, come affermazione di impotenza politica, su scala nazionale. Un trastullo che inganna il tempo, ma non noi. Una pratica ben collaudata, occorre dirlo. Per questo la novità degli insulti mediatici non ci stupisce.

L’offesa sessista alle donne – offesa istituzionale o extraparlamentare – è praticata da chi, in mancanza d’altro, tenta di sottrarre valore alla battaglia politica, pensando di ricavarne facile complicità, ammiccando a non si sa quale senso comune. E avendo in mente chissà quale Paese. Per questo, offendendo le donne, in fondo si offende la dignità e l’intelligenza di tutti. Giocando al ribasso.

Ma oggi, per fortuna, il maschilismo non si porta bene. È retroguardia. Un riflesso condizionato che stona con le promesse di rinascita di una cittadinanza basata sulle relazioni. E dunque, nell’Italia digitale, ammettiamolo, lo spirito battutaro del maschio non solo non fa più ridere nessuno, ma ci intristisce molto.

Siamo oltre la commedia all’italiana. Oltre, perfino, le analogie col fascismo. Perché il Mussolini – capopopolo antiparlamentare e, dal 1925, interlocutore unico della borghesia terrorizzata dal popolo – almeno si assumeva personalmente, al cospetto del Parlamento, la responsabilità del delitto politico della democrazia. Erano altri tempi. E la storia non si ripete. Oggi, però, siamo ancora molto goliardici. E si cerca la complicità anonima. Da lurker. Oggi non si risponde in aula: si lascia il muro bianco, alla mercé della rabbia frustrata, rancorosa, dei luoghi comuni dei cittadini non eletti.

Oggi la sfida politica corrisponde alla massa di scritte sui muri anonimi dei blog, usati come bagni pubblici, dove la massa del network è libera di esprimersi, in forma di insulti, per partecipare a qualcosa di diverso dalla propria solitudine. Poi ci sarà sempre il questurino di turno, il bidello pavido a giustificare l’oltraggio: di notte non controlliamo i commenti. Peggio di Ponzio Pilato.

È vero: non siamo nel fascismo. Siamo, sulla pelle delle donne, a qualcosa di più primordiale. A un’era avanti Cristo. Siamo al fascino discreto della lapidazione. Perché la macchina del fango serve ai giornali, ma non si diverte nessuno. Nella lapidazione, invece, si scagliano pietre virtuali, e ci si diverte un mucchio, soprattutto contro le donne.

Care elette Cinque Stelle, se non volete essere complici, dovete prendere parola. E dirlo a chiare lettere: noi ci dissociamo. E non vi sentirete certamente meglio indicando il maschilismo in casa altrui. Perché altrove, in altri partiti o movimenti, le donne prendono le distanze. E parola. Anche fuori dal coro. A partire dalla legge elettorale: dove siete, voi, nel 50 e 50? Cosa ne pensate della doppia preferenza di genere? Quanto è accaduto nei giorni scorsi, con le offese alle parlamentari del Pd e le provocazioni rivolte alla presidente della Camera Laura Boldrini, è specchio di una strategia di cui non potete essere complici.

Non si può lanciare il sasso e nascondere la mano. Meglio: non si può più lanciare il sasso. Un tempo si diceva che è il pollice opponibile che ci distingue dalle bestie. La nostra specie, in fondo, è fatta per costruire. Per distruggere non c’è bisogno di evoluzione.

TRE OMICIDI IN POCHE ORE. UOMINI CHE UCCIDONO LE DONNE

di Sara Ventroni,  l’Unità 4.5.13
NON CE LA CAVEREMO CON UN MINUTO DI SILENZIO, IN NOME DELLE DONNE. NON CE LA CAVEREMO CON UNA CORONA DI FIORI, O UN ROSARIO DI NOMI, SGRANATO COME UN BOLLETTINO DI GUERRA.

La trama è ormai prevedibile, come un format. Una liturgia quotidiana. E le pagine di cronaca nera non sono certo un anticipo di gloria.
Qualcuno piange lacrime asciutte per Ilenia Leone diciannove anni strangolata a mani nude, con i vestiti da cuoca ancora addosso, calati sulle gambe. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato in un uliveto silenzioso, a Castagneto Carducci, vicino Livorno.
Qualcuno piange per Alessandra Iacullo, trent’anni, accoltellata alla gola, ritrovata accanto al suo motorino, in un luogo desolato, tra Ostia e Acilia: la Riserva del Pantano.
Periferie. Campagna. Alberi come testimoni muti. Oppure una camera da letto, un salotto, una cucina. La location non conta. È solo una variazione su tema. Lo sanno tutti che l’assassino ha le chiavi di casa. Lascia sempre le impronte, prima del delitto: centinaia di messaggi, telefonate. O qualche livido nero sul braccio. Ma non chiamatelo amore. E non chiamatela passione.
Non ci è concessa alcuna commozione. L’empatia lascia il tempo che trova. E non dobbiamo appassionarci alla saga.
Non ce la caveremo con la foto-tessera di lei che sorride: non immaginava certo che proprio quello fosse il momento per finire nel numero indistinto delle statistiche: ogni due giorni una donna viene uccisa, per mano di un ex marito, un fidanzato geloso, uno spasimante rifiutato, un passante pieno di voglia. E avanti il prossimo.
Non ce la cavermo con un racconto minuzioso del contesto: gli amici che si stringono nel dolore, portando a spalla la bara, e i negozianti dei paraggi che mai se lo sarebbero aspettato. Serrande abbassate. Lutto cittadino.
Non ce la caveremo con un’intervista al fratello dell’assassino o un reportage di costume, infiorato di dettagli sempre più crudeli, perché l’opinione pubblica ha fame di novità. È già assuefatta. E la morte, da sola, non basta più.
Non ce la caveremo con gli esperti. Gli psicologi, i criminologi, gli opinionisti: come se tutto si potesse spiegare con una psiche fragile e labile, una relazione andata in malora, finita con un discreto spargimento di sangue.
Perfino la presidente della Camera, Laura Boldrini donna senza corona e senza scorta – assalita ogni ora da anonime fantasticherie omicide sessiste, si sente in dovere di richiamare l’attenzione come se, al netto dei mitomani messi in conto dal suo ruolo, la questione fosse più che personale.
L’unico gesto possibile – in assenza di risarcimento morale è solo politico. E passa per le parole. Dare un nome alle cose è un buon inizio: non si tratta di uxoricidio o di amore molesto. È femminicidio.
Questa parola nuova di zecca nel vocabolario comune racconta di noi, del nostro Paese, molto di più di quello che vorremmo sapere. È un’espressione che viene da lontano. Ci parla degli uomini che portano i pantaloni, che siedono a capo tavola. Che non conoscono rifiuti.
Femminicidio è un sostantivo che sta sulle nostre spalle contadine, più di quanto la nostra cattiva coscienza possa immaginare.
La morale è ancora la stessa: ti uccido perché non vuoi essere mia, come dovresti essere, per destino e per natura. Mentro ti uccido so che gli altri, un pochino, mi capiranno.
Non possiamo stupirci: fino a qualche anno fa, un marito o un fratello potevano chiedere lo sconto di pena, in nome dell’onore salvato. Le donne erano proprietà privata dei maschi di casa.
Ci giriamo intorno, ma il pensiero inconfessabile è sempre lo stesso. Non esplode all’improvviso. È un senso del mondo. Non si chiama raptus, né amore. Il disegno è lì. Elementare. Come un palinsesto primitivo. Così semplice agli occhi, eppure così difficile da interpretare. L’impeto che precede il gesto violento non viene dal nulla. Non esiste il vuoto della mente.
Nella cronaca nera quotidiana c’è, al fondo, un segreto inconfessabile. Qualcosa che ancora resta da raccontare. Per questo non saremo assolti dal silenzio, ma dalle parole.

Se questi sono gli uomini

di Sara Ventroni da l’Unità, 21 ottobre 2012

«Ti sto osservando, stai studiando Kant», scrive Samuele a Lucia in un sms. Siamo a Palermo. I due ragazzi da qualche tempo hanno smesso di flirtare. Lucia ha rotto con Samuele ma lui non ci sta.

Allora lui la controlla, la segue, la osserva anche durante l’ora di filosofia. La minaccia con frasi cariche di presagio: «cenere sei e cenere ritornerai». Il resto è cronaca.

Leggendo i dettagli che hanno portato all’omicidio di Carmela, 17 anni, la sorella minore di Lucia che si è frapposta con il proprio corpo alla furia di Samuele, in agguato per colpire l’ex fidanzata, ci sentiamo tutti un po’ «lurker», come si dice in gergo: guardoni affamati di storie, di litigi al sangue, di tragedie. I lurker non si manifestano, non si espongono, non intervengono ma osservano, nutrendosi della vita degli altri. Un po’ come accade nel pomeriggio televisivo italiano, quando milioni di telespettatori si appassionano alle furiose litigate tra Teresanna e Francesco a «Uomini e donne» di Maria De Filippi o negli interminabili aggiornamenti di cronaca nera del primo pomeriggio di Raidue. I criminologi studiano i moventi dai profili facebook. Analizzano gli sms e la posta elettronica. Il pubblico in sala sbotta, applaude, parteggia, si indigna poi corre a dimenticare quello che non ha capito. Gli opinionisti adducono moventi, ma non hanno opinioni sulle cause dei fatti.

Da un buon ventennio abbiamo l’impressione di assistere a una grottesca messa in scena delle relazioni tra uomini e donne. Lo diciamo senza giudicare, lo diciamo sentendoci tutti parte in causa, consapevoli che a questo siamo ormai abituati, anche se questo non ci corrisponde. In prima serata i tiggì non lesinano dettagli nell’annunciare la morte sensazionale, la numero 100, di una ragazza di Palermo che ha difeso la sorella dalla furia omicida dell’ex moroso. La cosa fa notizia.

Femminicidio è una parola che pronuncia anche Salvo Sottile nel suo popolare «Quarto Grado». Fa piacere constatare che gli anchor-man si aggiornino, ma non vorremmo che l’espressione diventasse ora rubrica di palinsesto: apprendiamo che su facebook Samuele si faceva chiamare «Tigrotto» in omaggio a un peluche comprato con Lucia; guardiamo le sue foto a torso nudo, gli addominali perfetti, una leggera miopia che lo costringe agli occhiali, scaviamo nella sua storia familiare: il ragazzo è diplomato ma disoccupato. Carmela sognava di diventare medico. Aveva le media del 9. Ci concentriamo su di lei. Era una brava ragazza. Infine torniamo su Lucia: la studentessa voleva mollare Samuele, non ne poteva più delle sue attenzioni, per questo si era rivolta ai carabinieri e loro le avevano consigliato: cambia la scheda del cellulare. Noi che siamo semplici spettatori e, all’occorrenza, improvvisati ispettori di polizia sappiamo che la misura non è sufficiente. Un giorno forse ce lo spiegherà anche Barbara D’Urso, su «Pomeriggio Cinque», che interrompere la comunicazione non significa necessariamente spezzare una nèmesi culturale che vuole il maschio padrone della femmina. Giusto una settimana fa, a Torino, c’è stato un incontro sul tema del violenza sulla donne. Non si è parlato solo di femminicidio (esito estremo che giunge quando una donna decide di interrompere una relazione) ma del fondamento di possesso, di violenza e di esclusione che interroga gli uomini, le donne e la nostra democrazia.

«L’amavo più della sua vita», è il titolo della piéce teatrale scritta per l’occasione da Cristina Comencini. Il titolo si spiega da sé. Il suggerimento che ci arriva dalla due giorni torinese è di spostare lo sguardo. Come ha fatto Riccardo Iacona, che già anni fa si fece sentire con un’installazione alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, e ora prova a fare un bilancio con il suo ultimo libro: «Se questi sono gli uomini». Nella discussione, evidentemente, va messo in conto che le donne non sono più disposte a vestire i panni delle vittime sacrificali. Lo sapeva bene Stefania Noce, giovane femminista di Se non ora quando, uccisa lo scorso 26 dicembre dall’ex fidanzato: «Le donne non appartengono a nessuno», diceva Stefania. Meditate, uomini, meditate.