Chi ha paura di sindacA o assessorA? La guerra del linguaggio

Corriere della sera – La 27 ora  –  7 febbraio 2017    Cristina Muntoni

La battaglia che si è scatenata contro «sindaca», «assessora» e le altre declinazioni al femminile di ruoli e professioni assomiglia a quella dell’esercito dei bambini urlanti de La guerra dei bottoni. Come nel romanzo di Pergaud, gli attacchi al linguaggio di genere non vanno molto oltre le tecniche belliche infantili basate sulla derisione degli avversari. Nel libro, il metodo per ottenerla è quello di strappare i bottoni dai vestiti dei nemici e ridergli dietro mentre scappano reggendosi i pantaloni per non finire in mutande. Nella guerra contro il linguaggio di genere il livello degli attacchi non è molto più elevato. Le argomentazioni principali dell’accusa sono due: uno è estetico («Dire sindaca o assessora è brutto») e l’altro è grammaticale e consiste nel proporre una dissacrante par condicio di riflesso facendo terminare con una «o» i termini riferiti a professioni che finiscono in «a», come pediatra in «pediatro» e dentista in «dentisto». Un paradosso lessicale che, con una risata, dovrebbe seppellire la pretesa femminile di vedersi riconoscere un ruolo in campi storicamente maschili. Peccato che in gioco non ci sia un divertimento tra bambini, ma il riconoscimento di una società che cambia e che chiede un linguaggio che rispecchi questo cambiamento.

Leggi il resto »

Siete pronti a dire sindaca?

Otto regole che dalla prossima settimana il comune di Firenze distribuirà ai dipendenti per non discriminare più le donne negli atti amministrativi

di Flavia Amabile – La Stampa.it 19/05/2012

Dalla prossima settimana i 5 mila dipendenti del comune di Firenze verranno invitati a non trascurare più le donne nel linguaggio amministrativo, sia che si tratti di delibere, bandi di concorso o semplici lettere. E quindi si scriverà architetta, avvocata, assessora, sindaca, e così via. E’ l’Accademia della Crusca stessa a sostenerlo e ad aver seguito l’operazione culturale oltre che burocratica che si sta preparando a Palazzo Vecchio. Nessun dubbio, quindi.  Se dire ministra o prefetta suona strano, il problema è nostro, non delle parole assolutamente perfette.

Tutto questo e molto altro è nelle linee guida che verranno distribuite dal 24 maggio e che sono il frutto di un’idea del Comitato pari opportunità del Comune con la collaborazione dell’Accademia della Crusca e la direzione scientifica di Cecilia Robustelli, docente universitaria di linguistica a Modena e profonda esperta del tema che ha materialmente elaborato il documento.

Si tratta di 38 pagine lucide, ma anche determinate. «Chiedere a quasi 5 mila dipendenti di impegnarsi a realizzare l’obiettivo del progetto rasenta forse l’utopia, ma vale la pena provare, se si pensa che vogliamo produrre un cambiamento culturale che andrà a vantaggio di tutte le persone», si legge nel documento.

Sia Cecilia Robustelli, sia Cristina Giachi assessora alle Pari Opportunità del comune di Firenze tengono a sottolineare che non si tratta di vetero-femminismo ma di un’operazione senza rigidità che però vuole dare il via ad un cambiamento culturale.

Ecco alcuni principi che dovranno essere seguiti dai dipendenti del Comune:

1. La lingua italiana non ha il genere neutro. Ogni volta che si scrive i ragazzi per intendere ragazi e ragazze si sta semplicemente usando il maschile. La lingua italiana contiene invece tutte le indicazioni per utilizzare il femminile anche se ancora non è in uso.

2. non esistono parole “brutte” e se esistono non sono solo quelle di genere femminile, ci sono invece parole “nuove” con cui dobbiamo prendere confidenza come assessora, più che brutto semplicemente inusuale. Oppure: consigliera, ministra, architetta, avvocata, chirurga, commissaria, critica, deputata, prefetta, notaia, sindaca

3. se ci si riferisce ad una donna è necessario usare sempre il genere femminile e non maschile (sia che sia specificata con nome e cognome sia che non lo sia) nel corpo del testo come nell’intestazione, nell’indirizzo, nelle formule d’esordio, nella firma e, dove presente, nell’oggetto;

4. il genere femminile deve essere evidente: es. i dipendenti non può essere usato da solo ma va fatto capire che ci si riferisce anche alle donne, dunque i dipendenti e le dipendenti. Oppure nel caso di lavoratori/trici, meglio usare le parole estese lavoratori/lavoratrici

5. si può aggirare il problema ricorrendo a parole che non hanno riferimenti al femminile o al maschile, ad esempio: il personale invece di lavoratori/lavoratrici

6. si può aggirare il problema anche attraverso l’uso della forma passiva: la domanda deve essere presentata invece di scrivere i dipendenti e le dipendenti devono presentare la domanda…

7. in testi informali si possono usare forme abbreviate. Bocciato ragazz* che invece appesantisce la lettura

8. in alcuni casi, come nei bandi di concorso, si può usare anche soltanto il maschile nel testo per non appesantirlo troppo se è necessario fare molti raddoppi maschile/femminile e poi aggiungere una nota di precisazione scrivendo: I termini maschili si riferiscono a persone di entrambi i sessi. Oppure: Le offerte di lavoro sono valide sia per uomini che per donne