Perché in Italia i medici obiettori sono così tanti

Internazionale – L’Essenziale 1 febbraio 2023 – Annalisa Camilli

Stigma, tabù, opportunismo, una bassa remunerazione, concorsi deserti, mancanza di formazione, l’opposizione della politica: perché in molte regioni la legge 194 del 1978, che ha depenalizzato l’aborto, è ancora inattuata

All’ospedale civile dell’Annunziata di Cosenza, in Calabria, i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Nell’ospedale calabrese l’interruzione di gravidanza è possibile solo due volte alla settimana quando è presente il medico “a gettone” che pratica l’ivg. “A più di sei mesi dalle dimissioni dell’unico ginecologo non obiettore dell’Annunziata, il servizio è ancora carente e procede a singhiozzo”, spiegano le attiviste del collettivo cosentino Fem.In che a dicembre hanno incontrato la direttrice amministrativa dell’ospedale, ottenendo la promessa di stipulare una convenzione per avere altri due medici a contratto e garantire il servizio sul territorio.

Ma “questo a oggi non si è ancora verificato e a svolgere il servizio c’è un solo medico”, scrivono le attiviste sulla loro pagina Facebook. Sul caso ha presentato un’interrogazione parlamentare la deputata Anna Laura Orrico, il 18 gennaio.

Read More

La violenza si combatte con l’economia

inGenere 12 gennaio 2023 – Isabella Orfano Rossella Silvestre

Reddito, casa e lavoro: sono questi i requisiti minimi per una politica pubblica contro la violenza. Ma i soldi che l’Italia spende per sostenere le donne che intraprendono percorsi di autonomia sono ancora troppo pochi

Tra il 2015 e il 2022 l’Italia ha speso complessivamente 157 milioni di euro contro la violenza: circa 20 per misure di sostegno al reddito, 124 per interventi di reinserimento e inserimento lavorativo delle donne fuoriuscite da situazioni di violenza, 12 per l’autonomia abitativa. Cifre decisamente insufficienti, corrispondenti a circa 54 euro al mese per donna presa in carico non economicamente autonoma.

Read More

Il diritto di scegliere. Simona De Ciero

Quanto è lunga ancora la strada perché le donne siano davvero libere di scegliere?

Il 24 giugno 2022, con la sentenza Dobbs v. Jackson, la Corte Suprema Americana assegna ai singoli Stati il diritto di normare l’aborto volontario fino a vietarlo del tutto, portando al centro del dibattito mondiale un tema quanto mai fondamentale per l’autodeterminazione della donna.
Anche in Italia, nonostante siano passati più di 40 anni dalla legge 194 che tutela il diritto di scegliere per le donne, la parola aborto continua a dividere l’opinione pubblica.
Ma qual è la sua storia? Cosa è cambiato da allora e come si colloca la nostra nazione rispetto a quello che accade nel resto del mondo? Cosa si cela davvero dietro la scelta dell’obiezione di coscienza e quanto una società in cui vige ancora fortissimo lo stigma del senso di colpa può considerarsi una società democratica e libera?
Il diritto di scegliere affronta l’aborto con uno sguardo laico e provando ad approfondire questo tema passando dalla storia, dalla religione e dal diritto. Una sfida complessa che l’autrice ha deciso di affrontare partendo dalla voce stessa delle donne, dalle loro storie che diventano preziose testimonianze, da chi ha deciso di rivelare un frammento della propria vita per mettere a disposizione degli altri la propria esperienza. Ma anche da chi ne ha fatto una battaglia personale, come Don Giulio Mignani, Marta Loi o Emma Bonino. 
Il diritto di scegliere nasce per il bisogno di raccontare e insieme concedersi il tempo necessario a spiegare.
Ma soprattutto nasce per il bisogno di capire come ci si debba muovere per difendere il primo elemento che sta alla base della parità di genere: l’autodeterminazione del corpo femminile. 

Tutte le lezioni di Jacinda Ardern, la leader materna

Ladynomics

23 gennaio 2023 Giovanna Badalassi

Per noi di Ladynomics non è stata affatto una bella notizia: Jacinda Arden, la nostra paladina, quella che ogni volta che apriva bocca ci svoltava la giornata, si è dimessa.

Negli anni l’abbiamo seguita e apprezzata in ogni sua mossa, e anche ora che si è dimessa a sorpresa, l’ha fatto da signora, quale è.

Ha scelto motivazioni umane per lasciare, dicendo che è esausta e che non ne può più. Anche in questo saper lasciare si è rivelata pioniera e precursora di un nuovo stile di comando, che a nostro parere dovrà essere quello del futuro. Per salvarci dal cambiamento climatico abbiamo infatti bisogno di una classe dirigente capace di nuove visioni e grammatica politica, votata alla cura delle persone e alla riparazione del pianeta, che poi è la stessa cosa.

Questa postura di comando, qui a Ladynomics, la chiamiamo leadership materna.

Ne abbiamo già parlato in diversi post, di questo nuovo e diverso modo di essere leader: umano, gentile, empatico, al servizio dei cittadini e delle cittadine e non al loro comando. Capace di imporre anche decisioni impopolari in nome del benessere di tutte e tutti. Implacabile e decisa quando serve, ma anche capace di emozioni e di riconoscere senza paura le proprie fragilità. Non sono da sempre così, in fondo, le nostre madri?

Sulla commozione che ha accompagnato il discorso di addio di Jacinda Ardern si è detto il tutto e il contrario di tutto.

Molti/e ci hanno marciato con il solito stereotipo della donna psicolabile. Altri/e hanno benedetto le lacrime (che non ci sono state) come massima espressione di femminilità. Qualcuno/a, invece, ha gridato allo scandalo perché, insomma, se hai un simile potere devi dimostrare di avere il controllo, come chiunque abbia in mano la vita delle persone.

Noi la facciamo molto più semplice. Un conto è non avere emozioni, un altro è saperle controllare e reprimere, un altro è, piuttosto, saperle usare e gestire.

I leader senza emozioni sono molto pericolosi per la collettività, e la storia ce ne restituisce crudeltà inenarrabili.

Leader che controllano e reprimono le proprie emozioni sono invece una via di mezzo, votati all’autodistruzione nel medio lungo termine, quindi magari capaci di una stagione d’oro, ma nel complesso poco efficaci.

Leader che sanno invece, alla bisogna, suonare le proprie emozioni come uno strumento .. beh, qui siamo davvero in un altro campionato, e Jacinda Ardern senza dubbio ne è la migliore esponente.

Durante il suo mandato ha usato infatti le emozioni come una clava pacifica. Adesso, per lasciare, ha usato la commozione e la vulnerabilità per silenziare ogni accusa, negatività o lancio degli stracci che accompagna sempre momenti di questo tipo. Grazie all’uso sapiente delle emozioni, Jacinda Ardern esce insomma di scena avvolta in un’aurea di positività e con una immagine immacolata, qualsiasi cosa deciderà di fare dopo si è già spianata la strada.

Quindi, debole lei? Davvero? Ma va.  

Quella che una visione maschile chiama debolezza è in realtà la vera forza nascosta in ogni madre e in ogni bambina che è stata allevata per esserlo da grande, a prescindere dall’avere poi avuto figli o meno, come ci ha insegnato Elena Giannini Belotti.

Anche le madri, per chi non se ne fosse ancora accorto, salvano continuamente vite, di bambini propri e altrui, di anziani, non ancora o non più in grado di provvedere a sé. E non lo fanno eccezionalmente, ma più volte al giorno e per anni. Interventi che manco i supereoi Marvel su cadute rovinose, bocconi di traverso, monete inghiottite, tuffi incoscienti, affondamenti senza braccioli, tagli, ferite, capocciate, arti e denti rotti, corse in ospedale.

La loro tenuta nervosa è temprata più di quella di un agente segreto dopo feste scolastiche, concerti di pianti, la chat di classe, il diario scolastico, le madri dei geni, i pediatri sordi, gli insegnanti in burn out, le demenze senili, le badanti distratte, i compiti del pomeriggio, il frigo vuoto, le liste di attesa e i mariti o capi isterici e capricciosi.

Tutto questo sempre con le emozioni in tasca, pronte ad usarle per consolare, incoraggiare, motivare, educare. Certo, anche piangere, per scaricare tutto e ripartire, ma, quando serve, pure per ottenere qualcosa. Cos’è, in fondo, il genio.

Magari avessimo leader deboli come le nostre madri.

Oltre a questa esibizione di leadership materna, Jacinda Ardern ci offre però altri preziosi insegnamenti, a cominciare dalle motivazioni che l’hanno spinta a lasciare.

Certo, si è dimessa perché non ne può più e, come dice lei, è esausta. Come non crederle: in 5 anni al Governo ha affrontato ogni possibile calamità, per non parlare della violenza politica sessista tremenda e i pericoli di incolumità annessi.

La stampa australiana e neozelandese ci spiega però che ci sono anche altri motivi per queste dimissioni, forse quelli determinanti.

Nonostante i successi internazionali, la popolarità di Jacinda e del suo governo era in calo da mesi in Nuova Zelanda. Il suo Governo ad un certo punto ha perso il tocco magico e ha cominciato a inanellare una serie di scelte politiche, ma soprattutto, economiche, ritenute sbagliate che hanno esasperato l’elettorato. Toh, ancora una volta, cherchez l’argent.

Una buona notizia, in fondo, perché l’elettorato non ha fatto sconti ad una donna leader, esattamente come non li avrebbe fatti ad un uomo.

Ancora una volta, l’intelligenza emozionale di Jacinda Ardern l’ha capito e ha deciso di mollare prima di andare incontro a una sconfitta, lasciando così anche al proprio partito la possibilità di provare a recuperare con un’altra leadership. Anche questa è una lezione gigantesca per tanti politici nostrani; sapersi mettere al servizio di una causa di una collettività e non essere schiavi del proprio ego o delirio di onnipotenza.

La cattiva notizia è però che persino una leader eccezionale come Jacinda Ardern non è bastata, da sola, a cambiare il mondo.

Il mondo luccicante e urlato dei media ci fa troppo spesso scordare come un paese non possa essere governato (salvato?) da una persona sola se non è circondata da una squadra di altrettanti leader disperatamente capace.

Questa è una grande lezione per le forze progressiste che, in teoria, avrebbero la mission identitaria del cambiamento. Per innovare, crescere e migliorare le cose una persona, anche se eccezionale, non basta, ci vuole una intera classe dirigente “overskilled”.

Occorre davvero una forza propulsiva e una capacità pazzesca per superare il vento ostile e contrario dell’inerzia, della paura e dell’ignoranza, ben più potente di quella sprigionata da chi preferisce rimanere fermo o, addirittura, andare indietro. Gli elettori e le elettrici di ogni paese lo sanno bene, e per questo mettono sempre l’asticella più in alto per chi vuole cambiare le cose.

Ancora grazie per tutto, Jacinda Ardern.

Fonte foto: https://edition.cnn.com/2020/10/17/asia/new-zealand-election-2020-results-intl-hnk/index.html

Potevo essere io, potevamo essere tutte

di Ludovica Cioria

Mi sono addormentata migliaia di volte allattando Ottavia, ancora oggi lei dorme nel letto con noi perché chiede il latte più volte durante la notte e non riusciamo sempre a rimetterla nella culla. Molte volte di questa stanchezza ho e ho avuto paura.

Read More

Come nascono le differenze tra donne e uomini nella mobilità?

Ladynomics – Giovanna Badalassi – 10 gennaio 2023

Tempi strani, care lettrici, talmente tanto che un articolo sulla mobilità delle donne, che avremmo giurato roba da rare secchione come solo noi sappiamo essere, ha invece raccolto parecchio interesse. E quindi, siccome ci piace ritornare sul luogo del delitto, alziamo la posta e vediamo se vi piace anche questo, che indaga sul perché ci sono le differenze di genere anche nella mobilità. Per dare una risposta argomentata tocca quindi andare indietro nel tempo, andando a toccare gli albori della rivoluzione industriale e le interconnessioni tra sviluppo economico e la vita delle donne e degli uomini nei territori. Sì, perché se andiamo a vedere bene, l’organizzazione della mobilità di oggi nelle città è il risultato di una serie di strategie di urbanizzazione e di pianificazione territoriale che risale alla rivoluzione industriale.

Read More

Le donne sono più infelici degli uomini? Una ricerca dice di sì. E c’entra anche il lavoro

Corriere della sera – La 27 ora 13 gennaio 2023 – Virginia Nesi

Nel nostro Paese il 28 per cento delle donne dai 18 ai 75 anni dichiara di essere infelice. Gli uomini che ammettono di vivere senza provare soddisfazioni risultano invece il 18%. Lo evidenzia una ricerca realizzata da AstraRicerche per l’Osservatorio sulla felicità degli italiani dell’associazione Sòno Aps, fondata dal sociologo Enrico Finzi.

Read More

Iran, non possiamo restare inermi a guardare

da il Blog de Il Fatto Quotidiano 2 gennaio 2023 – Laura Onofri

È stata la scintilla che ha fatto esplodere un movimento di resistenza che da anni tenta di opporsi al regime teocratico iraniano. La morte di Masha Amini il 16 settembre a Teheran dovuta a circostanze ancora non chiarite, ma che sicuramente si possono ricondurre al suo arresto avvenuto 3 giorni prima per non aver indossato in modo corretto il velo, ha fatto esplodere l’ira e l’orgoglio dei giovani e in particolare delle donne che sono il vero motore della rivolta popolare in Iran per ristabilire la democrazia e la libertà in un Paese da troppo tempo oppresso da un regime dittatoriale. La resistenza iraniana è da 43 anni che lotta contro questo regime, avendone pagato, sino ad oggi, un prezzo elevatissimo. Parliamo di 120mila morti e di più di 430mila prigionieri politici sino ad oggi, ma ora la spinta che le donne hanno dato a questa rivoluzione protestando pacificamente prima con un gesto semplice come tagliarsi una ciocca di capelli, poi scendendo nelle piazze di ogni città, nelle Università, intonando canti di liberazione o declamando poesie, è l’impulso che forse può essere decisivo.

La loro protesta sta avendo una grande eco mediatica: tanto che il Time le ha riconosciute “eroine dell’anno” ma sino ad oggi tutti i governi occidentali non hanno preso una posizione netta contro il regime. Ci sono stati comunicati, interventi più o meno forti, ma nessuna reazione netta ed efficace come chiedono i resistenti e le resistenti che risiedono in Italia e in Europa e che sono in contatto con i loro connazionali.

In modo spontaneo hanno fondato il movimento “Donna, vita, libertà” mutuando il nome da uno slogan curdo usato da gruppi indipendentisti.

Chi vive in Italia ed è in contatto con i compatrioti rimasti in Iran sottolinea che saranno gli iraniani e le iraniane, in una Repubblica libera, democratica e laica, a decidere i loro leader e il futuro governo. Chiedono l’appoggio di tutte quelle persone che sono inorridite di fronte alle violenze che continuano ad essere perpetrate non solo a Teheran, ma in tutto il Paese: donne e bambini uccisi solo perché trovati nelle strade, giovani massacrati per aver partecipato a manifestazioni pacifiche, violenze sessuali indicibili anche a bambine piccole, tanto da far dire al Presidente Mattarella che è stata “calpestata la dignità umana e superato ogni limite”, ma chiedono anche a chi li sostiene di appoggiare e sostenere la loro autodeterminazione senza ingerenze.

In un incontro con nostri parlamentari hanno fatto delle richieste ben precise al nostro governo sia politiche, sia relative ai diritti umani violati: come l’interruzione dei tutti i rapporti diplomatici e economici tra l’Italia e il regime iraniano, l’espulsione dell’ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran dall’Italia e il ritiro delle rappresentanze diplomatiche italiane da Teheran o l’inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) nell’elenco dei gruppi terroristici, chiarezza sull’invio di armi utilizzate dalle forze repressive del regime, netta condanna all’utilizzo della pena di morte, il rilascio di tutti i prigionieri politici e di tutti i manifestanti catturati, l’invio immediato, tramite le organizzazioni dei diritti umani, di un comitato di accertamento dei fatti presso le carceri iraniane al fine di prevenire le violazioni dei diritti fondamentali degli incarcerati e dei manifestanti catturati, una presa di posizione a tutti i livelli istituzionali e politici, per sostenere la voce e la lotta di centinaia di migliaia di donne e uomini iraniani che stanno combattendo a mani nude per la libertà contro la violenza di un regime spietato, armato e sanguinario.

Molte singole donne, associazioni femministe, associazioni per i diritti umani in questi mesi si sono mobilitate scendendo in piazza da settembre quasi ogni settimana. Marisa Laurito ha lanciato una petizione che ha già raggiunto più di 80mila firme e il 7 gennaio alle ore 12 una manifestazione a Napoli al Teatro Trianon che vedrà la partecipazione di artisti, musicisti e intellettuali che vogliono mantenere acceso il focus su tutte le violenze, le atrocità, i diritti umani negati nella Repubblica islamica dell’Iran.

Altre manifestazioni sono previste il 3 gennaio alle 17,30 a Roma: donne afghane e iraniane insieme per ribadire che ogni regime teocratico è sempre più spietato con le donne, iniziando a togliere loro qualsiasi libertà. Inoltre l’8 gennaio in diverse città del mondo gli iraniani residenti all’estero stanno organizzando manifestazioni sia per dare sostegno al movimento Donne Vita Libertà, sia per commemorare il volo abbattuto 3 anni fa da due missili lanciati da una base iraniana.

Non possiamo stare inermi a guardare che un sistema teocratico militarizzato spazzi via un’intera generazione e non possiamo permettere che i ragazzi e le ragazze imprigionate e condannate rischino di essere dimenticate.

Non possiamo permettere che questo accada, dobbiamo molto a queste donne e a questi giovani che ci stanno insegnando a reagire in modo pacifico, solo con la forza delle idee per ottenere quello che è un diritto di tutti e tutte: la libertà.

ecco il link all’articolo: