#catcalling

Noi donne, lo impariamo in fretta: che è meglio non girare da sole per strada, che è meglio farsi accompagnare da qualcuno. Che sul treno è meglio sedersi vicino a famiglie coi bambini. Che la nostra paura vale meno di niente.

Lo impariamo in fretta e lo impariamo da ragazze, alla scuola media o forse anche prima, quando i ragazzi si sentono autorizzati ad allungare le mani, quando per strada gli uomini ti gridano parole che neppure conosci.

Quando senza pensare spingi via chi sull’autobus ti mette le mani addosso, e tutti prendono in giro te: che non sei spiritosa, che non sai stare al gioco. Qual è il gioco?

Quando si accosta un’auto, e dal finestrino arrivano proposte o richieste, e finalmente riparte ma poi accosta di nuovo. E la paura, e il cuore in gola. Qual è il gioco?

Quando affretti il passo e poi corri, e ti inseguono gli insulti gridati e le risa. E l’affanno, e l’eco degli insulti nella testa. Qual è il gioco?

Non è un gioco, non è divertente, non è giusto!

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Pubertà precoce

 
Pubertà precoce, raddoppiati i casi durante il lockdown. «Mia figlia ha nove anni e si comporta come un’adolescente»

Corriere della sera La 27 ora – 3 maggio 2022 Virginia Nesi

Una volta al mese sa che deve fare l’iniezione. Ma non si lamenta. Per Alice, 9 anni, quella puntura è una pratica diventata abitudine. I genitori le hanno spiegato cosa succederebbe al suo corpo se rifiutasse il trattamento. Anche sua sorella Irene, 11 anni, ha ricevuto una cura. Adesso l’ha sospesa perché ha l’età giusta per procedere con lo sviluppo. Alice e Irene sono due nomi di fantasia per tutelare la loro privacy. 

A 7 anni iniziano ad avere i primi segni della pubertà precoce, una malattia rara che in Italia riguarda da 1 a 6 nati ogni mille. «Le mie figlie non si sentivano diverse, non lo erano ancora, perché abbiamo interrotto subito l’accelerazione dello sviluppo», racconta Domenico. Quando sul petto di Alice e Irene compaiono i primi segni dello sviluppo mammario fanno alcuni esami.

Ma in entrambe, assicura Domenico, non c’è stato alcun risvolto psicologico, «le bambine sono state visitate in tempo e sottoposte a una cura».  Nel semestre marzo-settembre 2020, in Italia  i casi di pubertà precoce, soprattutto nelle bambine, sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2019. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma che ha coinvolto i centri di endocrinologia pediatrica dell’Ospedale Gaslini di Genova, del Policlinico Federico II di Napoli, dell’Ospedale Pediatrico Microcitemico di Cagliari e della Clinica Pediatrica Ospedale di Perugia. «C’è una questione di genere: l’incremento significativo riguarda esclusivamente il sesso femminile», dice Carla Bizzarri, pediatra endocrinologa dell’Ospedale Bambino Gesù e coordinatrice dello studio. Nelle bambine si considera precoce l’inizio dello sviluppo mammario prima degli otto anni. Da lì decorre la pubertà femminile e termina con il primo ciclo mestruale, due anni dopo circa.

«Lo sviluppo mammario precoce viene associato a una rapida accelerazione della crescita staturale e a una veloce maturazione dell’osso, dunque a un sostanziale anticipo della comparsa del menarca, ovvero le prime mestruazioni.  – spiega Bizzarri–. Le bambine con pubertà precoce sono più alte rispetto alle coetanee ma la loro crescita si conclude prima negli anni, diventano quindi delle adulte con una statura ridotta. Un’altra conseguenza è il disagio psichico che può causare loro problematiche di adattamento sociale». 

Per rallentare il processo puberale è necessaria una terapia. Ma solo alle bambine in cui la pubertà è veramente precoce, non quando hanno un’età vicina allo sviluppo, precisa la dottoressa. Secondo lo studio, oltre ad abitudini alimentari e stress, i due fattori più influenti per l’accelerazione della pubertà sono: l’assenza o l’estrema carenza di attività fisica e il tempo trascorso davanti agli schermi. Anche Noemi (nome di fantasia), 9 anni, sa che ogni 28 giorni deve andare dal pediatra per ricevere l’iniezione. I primi segni della pubertà precoce – dolori al seno e odore forte del sudore- li ha a 7 anni. A quell’età la sua altezza è uguale a quella di una bambina di tre anni più grande. Da dicembre 2020, con la didattica a distanza e il computer che diventa il suo hobby, Noemi trascorre davanti allo schermo almeno sette ore al giorno.  «In cinque mesi mia figlia è cresciuta di cinque centimetri– racconta Wioletta –.

Ad aprile 2021 ha avuto le prime perdite ma un mese dopo ha iniziato il trattamento. Per fortuna siamo arrivati in tempo. Eppure Noemi si comporta come un’adolescente, non come una bambina di 9 anni: è sempre scontenta e arrabbiata». «È molto probabile che l’attivazione primaria della pubertà precoce avvenga a livello del sistema nervoso centrale attraverso un’interazione complessa tra diversi neurotrasmettitori– commenta Bizzarri-,  è quindi plausibile che stress, sedentarietà e tempo trascorso davanti agli schermi alterino l’equilibrio di questi neurotrasmettitori».

Il rapporto tra pubertà precoce femminile e maschile è circa 9 a 1. Su nove femmine, un maschio. Allo sviluppo anticipato delle bambine hanno correlato uno stress cronico, specifica la dottoressa. Si riferisce così a problematiche ambientali e sociali come delle condizioni di vita precarie o il dolore per un trauma. Spiega ancora Bizzarri: «Nel maschio la pubertà precoce è più spesso legata a un problema organico: ciò significa che non è semplicemente l’anticipo di un processo fisiologico, ma il risultato o di una malattia del sistema ipotalamo ipofisario -per esempio un tumore- oppure la conseguenza di una mutazione genetica». 

Nella femmina invece avviene un processo distinto: «È di tipo idiopatico, ovvero non c’è una causa nota o una patologia che lo scatena, ma risulta un anticipo».  Come dice il titolo del nuovo libro dell’immunologa Antonella Viola, il sesso è (quasi) tutto. Perché bambini e bambine sono diversi. Ci sono differenze nei loro corpi. Recuperare la medicina di genere risulta ancora una volta sempre più necessario.  
   

Il femminismo nei media

in.Genere – 29 aprile 2022 – Sara Bichicchi

Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: a partire dagli anni 70 il discorso femminista ha cambiato e sta ancora cambiando i rapporti tra i sessi, passando per redazioni e nuovi media. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista vicepresidente di GiULiA

Il racconto giornalistico delle donne e delle questioni di genere è cambiato nel corso del tempo, così come la presenza femminile all’interno delle redazioni dei giornali. Alcune criticità, tuttavia, devono ancora essere superate. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista con un passato da attivista e ora vicepresidente di GiULiA (Giornaliste Unite Libere e Autonome), associazione che si batte per l’utilizzo di un linguaggio libero da stereotipi e per le pari opportunità nel mondo del giornalismo.

Gli anni Settanta sono stati un momento di svolta nella narrazione mediatica della violenza sulle donne: prima il massacro del Circeo (1975) con lo stupro di due ragazze e l’uccisione di una di loro, poi il documentario Processo per stupro (1978) di Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti e Anna Carini. Da giornalista, come hai affrontato quei casi? Che impatto pensi che abbiano avuto sul racconto giornalistico della violenza di genere?

Processo per stupro ha avuto un impatto fortissimo. Il massacro del Circeo anche, però nel racconto era molto più presente, stanti gli anni, la dimensione sociopolitica, o almeno questa è stata la mia sensazione. Cioè, due ragazze povere violentate e una uccisa da ragazzi della Roma bene, quindi di una classe più elevata. In questo caso, dunque, all’efferatezza della violenza si aggiungeva, a mio parere, una componente sociale. Questo adesso si capisce un po’meno, ma quelli erano anni in cui la dimensione dello scontro tra classi era molto forte. Però è Processo per stupro che ha portato il vero cambiamento: mentre nel caso del massacro del Circeo il racconto giornalistico era ancora cronaca nera, la dimensione politica, nel senso femminista del termine, è venuta fuori con questa splendida trasmissione che ha consentito di sottolineare quello che fino ad allora non era stato sottolineato, cioè la contrapposizione tra uomini e donne. La dimensione di genere è venuta fuori in modo molto forte con questo documentario che è stato una delle cose più potenti dal punto vista dell’impatto, della presa di coscienza della violenza maschile. I giornali, infatti, avevano parlato diffusamente del massacro, ma attraverso la televisione il processo è arrivato in tutte le case. È stato un momento fondamentale per il movimento delle donne.

Le lotte di quegli anni hanno cambiato i rapporti tra uomini e donne? Come?

Sì, le lotte di quegli anni sicuramente hanno cambiato molto. Erano anni in cui finalmente approdavano all’università moltissimi giovani, non solo uomini ma anche donne, e questo fu il primo step nella direzione di un avvicinamento tra i due sessi. Gli “studenti” che lottavano per il diritto allo studio erano studenti e studentesse, con i maschi che prevaricavano, come al solito. La famosa battuta degli “angeli del ciclostile”, frutto di una lettura dei giornali “borghesi” che a me irritava molto, un po’ di verità ce l’aveva, perché i leader delle proteste studentesche erano praticamente tutti maschi. Da queste cose venivano fuori le profonde contraddizioni dell’Italia di allora, e una di queste, forse la più radicale, era proprio quella tra uomini e donne. Anche nei movimenti che nacquero (Servire il popolo, Lotta continua, Avanguardia Operaia ecc.) il discorso femminista, come diremmo adesso, era considerato laterale: la cosa più importante era liberarsi dall’oppressione del capitalismo e della cultura borghese; il resto sarebbe venuto di conseguenza. Poco dopo partì anche il grande periodo dell’autocoscienza e man mano che si procedeva le contraddizioni diventavano sempre più evidenti, cioè si capiva che la cultura apparentemente era una, ma nei fatti c’erano due culture, una per le donne e una per gli uomini.

Secondo te, tutto ciò ha cambiato anche il modo di raccontare le donne sui giornali? Se sì, come?

I giornali “borghesi” all’inizio scrissero delle cose orrende. Ad esempio, Indro Montanelli fece un fondo in prima pagina sul Corriere, che allora era il quotidiano per antonomasia, in cui attaccava la sua editrice dicendo espressamente che lei, avendo una certa età, per effetto della menopausa era attirata da Mario Capanna, leader del movimento studentesco della Cattolica e poi, dopo la cacciata, della Statale. Delle lotte femministe alcuni giornali si occuparono poco, altri continuarono a ironizzare. Ci furono però delle situazioni editoriali avanzate, come Effe, e un approfondimento nelle testate specializzate, in alcune pubblicazioni di sinistra e sui periodici femminili. Ad esempio, alcune riviste femminili a volte infilavano nelle loro sezioni di moda qualcosa sui nostri vestiti larghi e sgargianti, ma era un’attenzione, a mio parere, superficiale e poco nel merito. Si guardava all’abito senza indagarne le motivazioni (il senso dei vestiti larghi, ad esempio, era nascondere le forme, non accettare di essere interpretate come animali desiderabili). Questo fino a quando gli ex studenti e le ex studentesse entrarono nel mondo del lavoro. Io, ad esempio, quando sono diventata giornalista ho portato con me un modo di vedere la realtà che viene dal movimento studentesco e dal movimento femminista. Solo quando divenimmo protagoniste del nostro stesso racconto questo cambiò radicalmente. 

L’associazione GiULiA, di cui sei vicepresidente, si batte perché le giornaliste possano avere pari opportunità di lavoro, senza soffitti di cristallo. Ci sono stati miglioramenti su questo fronte?

La situazione è questa: a un certo punto ci fu una grande presenza di donne nelle redazioni, soprattutto nel periodo del boom editoriale delle riviste, non solo riviste femminili ma tutti i cosiddetti “illustrati”. Allora dalle statistiche dell’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, ndr) risultava che c’erano molte caporedattrici e che cresceva anche il numero delle direttrici, però le statistiche avevano la benda sugli occhi perché la guida dei quotidiani, i “giornaloni” di livello nazionale, era sempre saldamente in mano agli uomini. In più, l’arrivo delle donne nelle redazioni aprì una doppia contraddizione, perché le donne dovevano competere con strumenti maschili in un ambiente maschile. Allora ci trovammo di fronte al problema di sviluppare un nuovo modo di scrivere e di raccontare le cose. I tempi, però, sono cambiati rispetto al passato e lo dimostra anche il fatto che GiULiA, che ormai ha dieci anni, è stata accolta con una certa benevolenza da parte di molti uomini. 

Un altro obiettivo di GiULiA è la promozione di un linguaggio privo di stereotipi. Credi che ci siano stati dei cambiamenti rispetto al passato?

Quando GiULiA è nata, restava la struttura gerarchica della lingua come ultimo caposaldo degli uomini che volevano mantenere la supremazia maschile e su cui anche i “democratici” non mollavano. Allora abbiamo organizzato dei corsi con l’Ordine dei giornalisti, perché la lingua è importantissima, “vestendo” il mondo. L’italiano in particolare, che è una lingua binaria, cioè non ha il neutro. Ma non è stato facile, né con gli uomini – ora non succede più, ma nei primi corsi che tenevamo ai colleghi c’era sempre quello che ridacchiando chiedeva “allora io sono un giornalisto?” – né con le donne. Molte donne, ad esempio, avevano raggiunto, magari con grandissima fatica, dei ruoli e ritenevano che declinarli al femminile sarebbe stato come svalutarli. Perché la società italiana, illustrata dalla lingua, racconta questo: “segretario” è il segretario generale dell’Onu, mentre “segretaria” è la donna che porta il caffè al capo. Nonostante tutto, però, la mia generazione un cambiamento lo ha visto eccome. Non è sufficiente, ma oggettivamente c’è stato. 

Credi che le donne possano fare la differenza nelle redazioni? Se sì, in che modo?

Le donne fanno la differenza ovunque, sempre. Il problema è se sono donne consapevoli o meno. Mettere nelle redazioni donne che utilizzano schemi, criteri e obiettivi maschili non cambia niente, ma se le donne portano con sé la loro cultura e la loro consapevolezza, che è la chiave di tutto, insieme alle proprie capacità, allora il mondo cambia.

La sentenza sull’aborto Usa e il ruolo della Corte Suprema

Il sole 24 ore 3 maggio 2022

Graziella Romeo*

La Corte Suprema ha votato, a maggioranza, per il rovesciamento dei precedenti giurisprudenziali che riconoscono il diritto all’aborto

La Corte Suprema ha votato, a maggioranza, per il rovesciamento dei precedenti giurisprudenziali che riconoscono il diritto all’aborto (Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey), rifiutandosi di dichiarare incostituzionale una legge dello Stato del Mississippi che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo la quindicesima settimana. Questo, almeno, è ciò che emerge da una bozza della tanto attesa sentenza nel caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization che Politico.com ha pubblicato ieri in esclusiva. Per ora non sono giunte smentite ufficiali. La versione della decisione che circola sui siti è redatta dal giudice conservatore Alito e dichiara apertamente che i precedenti in tema di aborto sono “evidentemente sbagliati” perché la Corte si è arrogata il potere di decidere dell’esistenza di un diritto non contenuto nella Costituzione.

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Una storia aperta. Diritti da difendere, diritti da conquistare di Laura Boldrini

Al Salone Internazionale del Libro

22 maggio, Ore 18:30-19:30

Laura Boldrini

Autrice di Una storia aperta. Diritti da difendere, diritti da conquistare (Edizioni Gruppo Abele)

Sala BiancaAREA ESTERNA PAD 3

Con Eleonora Camilli e Laura Onofri

In collaborazione con Livio Pepino

Attraversiamo una fase storica delicata, di regressione e di crisi della democrazia. Il Novecento è stato il secolo in cui i diritti umani (dopo due terribili conflitti mondiali) si sono affermati attraverso la Dichiarazione Universale del 1948 e molte delle coeve Costituzioni dei Paesi che uscivano dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Il tempo che viviamo sembra, invece, quello della loro erosione, in particolare sul fronte dei diritti civili, delle donne, delle minoranze e dei migranti. Contro il diritto d’asilo abbiamo visto formarsi all’interno dell’UE delle vere cordate di Stati con l’intento di sbarrare l’ingresso ai richiedenti che, in base ai trattati, avrebbero il diritto di entrarvi. Anche l’Italia non è immune dal rischio di retromarcia su questo terreno e ciò riguarda ovunque pure i diritti sociali, il diritto al lavoro e alla salute. Intervistata dalla brava giornalista Eleonora Camilli, la competente deputata italiana Laura Boldrini descrive la situazione internazionale attuale e sollecita ciascuno a mobilitarsi per la difesa, la conquista o la riconquista, dei diritti e delle libertà di tutti. Prima di suggerire attività pubbliche, collettive e associative solidali e coerenti parte sempre dall’analisi dei principali fenomeni globali in carne e ossa: popoli in fuga, migranti e rifugiati; populismo, nazionalismo, neofascismo; ruolo delle istituzioni e della politica; invadenza dei social e dei messaggi d’odio. Possiamo immaginare un futuro diverso, più inclusivo e sostenibile, se i giovani si faranno carico dei diritti e della loro salvaguardia. Se saranno loro a cambiare le priorità dell’agenda politica e a rafforzarle con la loro attiva partecipazione. Sono tante le ragazze e i ragazzi che si mobilitano per la libertà di Patrick Zaki e per la verità su Giulio Regeni. E questo ci fa ben sperare, conclude Boldrini…

No Women No Panel: senza donne non se ne parla?

Una proposta di ricerca e un appuntamento per confrontarsi

introducono e coordinano Silvia Garambois, presidente di G.I.U.L.I.A. Giornaliste, e Laura Onofri, di Se non ora quando – Torino | con Enrico Menduni, ISIMM Ricerche, e Francesca Dragotto, Grammatica e sessismo, e rappresentanti di IZI e di InfoJuice | è stata invitata Marinella Soldi, presidente Rai
a cura di ISIMM RicercheIZI e InfoJuiceGrammatica e sessismo – centro di ricerca multidisciplinare Università di Roma “Tor Vergata”

Solo il 22,3% degli esperti nei programmi Rai è donna: per contrastare il divario occorre agire anche sulla realtà rappresentata. ISIMM Ricerche ha avviato un rilevamento delle persone in video attraverso strumenti automatizzati.

📌 ingresso libero con prenotazione obbligatoria:
clicca qui per prenotare il tuo posto

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(acquistala sullo shop online o al Circolo)


La ricerca
Il 18 gennaio 2022 la Presidente della RAI, Marinella Soldi, alla presenza di rappresentanti di istituzioni politiche e culturali tra le più rilevanti del Paese, sottoscrive il memorandum d’intesa No women no panel – Senza donne non se ne parla, iniziativa che ha avuto il primo impulso dalla Commissione europea e che nel 2020 è stata fatta propria da Radio Rai Uno, apripista nell’ambito del Servizio pubblico italiano.
“L’Italia è al 14° posto in Europa per uguaglianza di genere, con un punteggio al di sotto della media europea. La presenza femminile nella programmazione del Servizio Pubblico è al 37%, nella parte bassa della classifica dei media di servizio pubblico europei. Le donne sono chiamate principalmente a rappresentare e raccontare le proprie esperienze personali; molto più raramente a mostrare le proprie competenze. Solo il 22,3% degli esperti nei programmi Rai è femmina.”
Per cercare di contrastare e colmare questo divario occorre senz’altro agire sulla realtà più tangibile, quella sociale, ma non meno su quella rappresentata, cosa possibile attraverso la maturazione di una maggiore consapevolezza del ruolo che le narrazioni sociali proposte al pubblico hanno nella costruzione della conoscenza, in generale, e dell’orizzonte di riferimento personale, in particolare. Costruzione, quest’ultima, che include anche il “posto” nel mondo che ogni individuo si prefigura per sé.
Nel concreto delle narrazioni sociali, per contrastare gli effetti che la rappresentazione delle donne in un numero limitato di ruoli narrativi e in riferimento a temi specifici può produrre sulla società, il Servizio pubblico può agire sul posizionamento di chi le agisce e, insieme, sui linguaggi che le sostanziano: “Il linguaggio infatti è, di per sé, un potente strumento che contemporaneamente riflette e influenza gli atteggiamenti, i comportamenti e le percezioni” (La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo, Parlamento europeo 2018, p.3).
Spesso, però, tra le buone intenzioni e le pratiche si annida la tendenza al riuso di prassi (es. convocare per parlare di un certo argomento ospiti consueti, per lo più e in certi casi quasi sempre uomini) e rappresentazioni (es. la donna nei ruoli domestici o di cura) difficili da contrastare perché difficili anche da vedere, in quanto comprese nel retroterra culturale della società, trasversalmente alle sue componenti (common ground). Il rischio, perciò, che anche un impegno concreto come No women no panel possa non condurre agli effetti sperati, in particolare nel breve termine, va considerato.
Per cercare di misurare l’impatto della buona pratica proposta e, insieme, fornire un riscontro fattuale sul primo periodo di messa in atto dell’impegno assunto da Rai con la sottoscrizione del memorandum, ISIMM Ricerche, responsabile con IZI srl e InfoJuice del monitoraggio della programmazione Rai per gli anni 2020, 2021 e 2022, ha avviato, con il centro di ricerca “Grammatica e sessismo” dell’Università di Roma “Tor Vergata”, uno spin-off del monitoraggio tradizionale della programmazione.
Autonomo e al contempo complementare ad esso, il nuovo monitoraggio si avvale di strumenti automatizzati (intelligenza artificiale) addestrati appositamente per il rilevamento delle persone e dei personaggi in video e per l’analisi delle loro voci. Qualora inteso come strumento complementare al monitoraggio quanti-qualitativo tradizionale, beneficerebbe del riscontro, a-posteriori, ottenuto per il tramite di esso e della possibilità di correggere eventuali errori.

Ringrazia una femminista!

Il CCVD Coordinamento contro la violenza sulle donne insieme alle Associazioni e agli enti aderenti pubblica sulla sua pagina Facebook il progetto Ringrazia una femminista!

Il progetto proponeva agli aderenti al CCVD di ricordare il proprio impegno nelle conquiste femministe e nei traguardi che le hanno viste protagoniste, rielaborando i vari soggetti della campagna “Ringrazia una femminista”: ogni associazione od ente ha scelto alcuni manifesti della campagna, sulla base delle attività o progetti che ha sviluppato in questi anni sul tema specifico, scrivendo un breve testo per presentare tale/i attività/progetti.

Vi invitiamo quindi a visitare la pagina facebook del CCVD per mettere un like e lasciare un vostro commento

SeNonOraQuando? Torino ha partecipato al progetto e ringrazia Miresi Mattiuzzi per il coordinamento.

Basta paternalismo sui nostri corpi!

Comunicato stampa della Rete + di 194 voci


La rete Più di 194 voci condanna fermamente l’approvazione dell’emendamento presentato
dall’assessore Marrone che prevede lo stanziamento di 400 mila euro per il fondo “Vita
nascente”, erogati dalle associazioni che si definiscono pro vita.
Riteniamo che questa sia una speculazione irrispettosa della libertà di scelta e
autodeterminazione delle donne che crediamo vada invece tutelata garantendo un buon
funzionamento delle strutture pubbliche, garantendo percorsi coerenti per l’IVG
farmacologica nei consultori, la fornitura di contraccettivi gratuiti ai/alle giovani sotto i 26
anni.
4000 euro erogati non si sa con quali criteri da associazioni antiabortiste non risolvono
sicuramente il problema della denatalità, ma riflettono una filosofia di elemosina e
paternalistica che è l’opposto di quello che vogliamo e di quello che servirebbe: servizi di
tutela e sostegno all’autodeterminazione delle donne e alla genitorialità.


Torino, 26 aprile 2022

DENIMDAY 2022

Quest’anno, in occasione del 𝗗𝗘𝗡𝗜𝗠 𝗗𝗔𝗬, su iniziativa di Break The Silence ITA e con la collaborazione di tante Associazioni del territorio, abbiamo deciso di scendere per le strade di Torino con un 𝗳𝗹𝗮𝘀𝗵 𝗺𝗼𝗯.

 Sabato 𝟯𝟬 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 alle ore 𝟭𝟲:𝟯𝟬, saremo in 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗖𝗮𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝗼, per parlare di vittimizzazione secondaria e per sensibilizzare la città in una giornata così importante.
Ammucchieremo vestiti, tra cui jeans, riprendendo l’opera d’arte 𝙇𝙖 𝙑𝙚𝙣𝙚𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙎𝙩𝙧𝙖𝙘𝙘𝙞, custodita presso il Castello di Rivoli.
Questi vestiti, saranno donati ai rifugiati ucraini, perciò per chiunque volesse partecipare alla raccolta donando qualsiasi tipo di capo di abbigliamento, può contattarci via email a 𝘁𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼𝗮𝗹𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗹𝗲@𝗴𝗺𝗮𝗶𝗹.𝗰𝗼𝗺 📧

Vi aspettiamo numerose/i! 👖

🔵 Il 𝗗𝗘𝗡𝗜𝗠 𝗗𝗔𝗬 è un evento di lotta, sensibilizzazione e protesta che si svolge dal 2000 e che ad oggi si celebra in 180 città del mondo. Nel nostro Paese abbiamo introdotto questa giornata di azione e consapevolezza soltanto nel 2015, nonostante il Denim Day sia nato per protestare contro una sentenza della Corte di Cassazione italiana, che – nel novembre del 1998 – annullò una condanna per stupro perché la vittima, appena diciottenne, indossava un paio di jeans aderenti: secondo il tribunale non sarebbe stato possibile sfilare l’indumento senza la fattiva collaborazione della ragazza. Così, in California, Patti Giggans e le sue compagne di Peace Over Violence, indossarono simbolicamente jeans attillati per dire che nessun abbigliamento giustifica lo stupro.