Dati di genere e dove trovarli

inGenere – 21 aprile 2022 – Redazione

Se oggi sono i dati a dare forma e misura alla realtà, abbiamo bisogno di dati che tengano conto del genere. In questa rassegna iniziamo a mappare i progetti che sono diventati nel tempo luoghi affidabili e autorevoli per reperire i numeri giusti

Catherine D’Ignazio e Lauren Klein, due ricercatrici americane, parlano di ‘femminismo dei dati’ come di un approccio all’etica della data science che si interroga su chi produce i dati, per chi li produce. E quali sono gli interessi sottesi alla raccolta di dati.

Parlare di femminismo dei dati significa avere consapevolezza che i numeri che danno forma e misura alla realtà sono prodotti e pensati all’interno di una cultura maschilista. Che sono gli uomini – intesi proprio come maschi, non come umanità – a ‘fare’ i dati, e quindi che molto spesso i dati non raccontano le donne. 

Per questo parliamo di gender data gap: la maggioranza dell’informazione globale, dall’economia all’urbanistica passando per la salute, serve a misurare soprattutto gli uomini. E quando non abbiamo dati che raccontano la dimensione di genere significa che in quel settore, segmento o fenomeno non possiamo indagare le disuguaglianze tra uomini e donne.

Costruire un dato è il primo passo necessario per intraprendere qualsiasi percorso di advocacy: avere i dati significa passare da un racconto basato sulla percezione a uno basato sulla misura della realtà, e avere una misura ci aiuta a individuare obiettivi e a monitorare progressi. I dati ci danno la comprensione tangibile della posizione delle donne nel mondo, ma non solo, ci indicano la strada e danno corpo alle istanze. Dal momento in cui i dati non sono neutri, e non è neutra la loro analisi, diventa fondamentale una battaglia femminista per i dati.

In questa rassegna, che terremo aperta e in aggiornamento, iniziamo a mappare i progetti che sono diventati nel tempo luoghi affidabili e autorevoli per reperire i numeri giusti.

Gender Data LabÈ una risorsa pensata da Gender Open Data, community aperta a tutti che riunisce esperte, reti e associazioni di settore, nata per condividere e discutere le questioni relative ai dati di genere. Il progetto si propone come piattaforma di natura collaborativa basata sui principi femministi. Chi ne fa parte contribuisce a rendere visibili nuovi modi di raccolta ed elaborazione dei dati per un mondo in cui i dati funzionino per tutti, promuovendo una prospettiva di genere nel settore degli open data, con l’obiettivo di chiudere il gender data gap. 

AfDB Gender Data Portal. È la banca dati di genere dell’African Development Bank. Il portale fornisce informazioni aggiornate su tutti i paesi africani, con dati su 79 indicatori di genere provenienti da indagini nazionali, stime statistiche e fonti accreditate. L’obiettivo: colmare le lacune nei dati utili alla definizione delle politiche e dei programmi per promuovere la parità di genere, e potenziare l’analisi di genere con dati facili da usare.

The World Bank Gender Data Portal, piattaforma della Banca Mondiale, rende accessibili le ultime statistiche di genere attraverso storie e infografiche per migliorare la comprensione dei dati di genere e facilitare le analisi che informano le scelte politiche. Il portale è più di un semplice database di dati disaggregati per sesso e statistiche di genere. Raccoglie suggerimenti sui dati, percorsi formazione gratuiti, linee guida e mappe di indicatori e risorse catalogate per paese.

EIGE Gender Statistic Database è il serbatoio di dati e statistiche raccolte dall’Istituto europeo per la gender equality e catalogate per temi, con l’obiettivo di costruire un’ampia panoramica delle statistiche sulle disuguaglianze di genere, supportare la misurazione del gender gap nei paesi europei, fornire risorse affidabili per la formulazione e nel monitoraggio delle politiche volte al raggiungimento dell’uguaglianza di genere.

UN world’s women trends and statistics è una raccolta di 100 storie basate sui dati raccolti dalle Nazioni Unite per fare il punto sui progressi compiuti di quinquennio in quinquennio a partire dalla Piattaforma di Pechino nel promuovere i diritti delle donne, e il raggiungimento della parità nel mondo. Il portale fornisce valutazioni aggiornate dei progressi verso l’uguaglianza di genere in sei aree definite critiche: popolazione e famiglie, salute, istruzione, responsabilizzazione economica e proprietà dei beni, potere e potere decisionale, violenza contro le donne e le bambine. E con una sezione dedicata all’impatto della pandemia sulla vita delle donne.

Data 2x Resource Center è una risorsa della United Nation Fundation nata dalla società civile come un’alleanza della società civile sui dati di genere, che lavora per migliorare la produzione e l’uso dei dati di genere attraverso partnership strategiche, ricerca, advocacy e attività di comunicazione.

La violenza sui media

in.Genere – 12 aprile 2022 – Sara Bichicchi

Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: come media e giornali raccontano la violenza sulle donne e come potrebbero farlo meglio. Ne parliamo con Giulia Siviero, giornalista e attivista esperta in questioni di genere

Ricostruire le dinamiche di una violenza in un articolo non è come raccontare un furto in un supermercato. Quando si tratta di stupro, ad esempio, entrano in gioco numerosi pregiudizi che finiscono per mettere la donna che denuncia sul banco degli imputati. Ne parliamo con Giulia Siviero, giornalista e attivista transfemminista che si occupa di questioni di genere e movimenti delle donne per Il Post e L’Essenziale.

Qual è il racconto mediatico che si fa della violenza di genere in Italia? Riconosci schemi e problemi ricorrenti? Se sì, puoi farci qualche esempio?

Ci sono moltissimi errori che vengono fatti sui media quando si parla di violenza di genere. Il primo e più evidente è l’associazione con l’amore, e quindi ecco i famosi titoli che parlano di “amore passionale” o “delitto passionale”. Si romanticizza e sostanzialmente si trasforma il femminicidio, o lo stupro, in una specie di favola nera. Un altro errore è quello di andare sempre alla ricerca di un movente che giustifichi l’atto, così che la violenza, per come viene raccontata, sembra la conseguenza delle scelte della vittima. Questo ovviamente significa distribuire in modo non corretto le responsabilità e regalare un alibi a chi ha commesso la violenza. Poi ancora si parla con molta enfasi sia della gelosia che della separazione, descritta come un evento traumatico voluto dalla donna, e si costruiscono interi articoli sui pareri dei familiari di lui o dei famosissimi vicini di casa. Si può dire, quindi, che nel racconto di un femminicidio o di uno stupro contano moltissimo le opinioni e molto meno le notizie. Infine, un ulteriore errore è utilizzare espressioni che fanno pensare a una fatalità (il famoso “raptus”) e associare il movente a una patologia, facendo riferimento a qualcosa che porta l’aggressore fuori da sé. 

Quando una donna denuncia uno stupro si crea un capovolgimento per cui è chi ha subito la violenza a dover risultare attendibile e difendersi. Perché?

Spesso si descrive l’aggressore in un modo che porta chi legge a provare empatia per lui e, anziché assumere il punto di vista della vittima, si assume, anche emotivamente, il punto di vista dell’aggressore. In questo modo si colpevolizza la donna e si mitigano le responsabilità del reato. Quando si descrive una rapina, ad esempio, a nessuno viene in mente di raccontarla dal punto di vista del rapinatore, nei casi di violenza di genere invece i giornali assumono in pieno la narrazione di chi presumibilmente ha commesso il reato e la mettono direttamente nel titolo, spesso l’unica parte che le persone leggono. C’è, quindi, un fenomeno di vittimizzazione secondaria che trasferisce parte della colpa di una violenza alla persona che l’ha subita. Avviene, ad esempio, quando le vittime di stupro sono ritenute corresponsabili sulla base di valutazioni fatte sulla loro vita privata, usate anche per motivare sentenze o difese in tribunale che sono condiscendenti verso gli autori delle violenze. Tutto questo nonostante la ricerca sulla vita privata e sulle condotte sessuali passate della vittima sia vietata da norme internazionali. 

Nel 2021 l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo proprio per stereotipi sessisti e vittimizzazione secondaria.

Sì, e leggere le motivazioni della Corte è molto interessante perché spiegano benissimo il problema. Riferendosi al caso dello stupro della Fortezza da Basso (Firenze), la Corte suggerisce alle autorità giudiziarie italiane di non riprodurre stereotipi sessisti e di evitare di esporre le donne a vittimizzazione secondaria con parole colpevoli e moralistiche che rischiano di scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia. È tutto collegato: se le donne denunciano ancora molto poco le violenze subite è anche perché sanno che ovunque andranno, a partire dal luogo della denuncia fino al tribunale, saranno loro a essere sotto processo. 

Il primo caso celebre, che ha mostrato a tutti la vittimizzazione secondaria che le donne subiscono quando denunciano una violenza, è stato il documentario Processo per stupro (1978). Quanto siamo o non siamo lontani da quelle dinamiche?

Secondo me siamo andati avanti molto poco. L’impianto che era alla base di quel processo lo vediamo replicarsi continuamente, ogni volta che viene scritto un articolo, e molto spesso purtroppo ancora nelle aule di tribunale. Gli strumenti, però, ora li abbiamo: i movimenti femministi che si sono mobilitati, trasformando quel processo in un processo politico e portando alla luce tutti questi meccanismi, hanno lavorato moltissimo e fanno divulgazione quotidianamente. Così anche i centri antiviolenza, molte giornaliste e associazioni. Si è attivato anche l’ordine dei giornalisti e in alcune redazioni sono circolati degli schemi su cosa si deve scrivere e cosa non si deve scrivere. 

Questo è sufficiente secondo te?

Le resistenze in campo mi sembrano ancora fortissime. È chiaro che ormai non si tratta più di sciatteria, di non conoscenza delle cose o scarsa attenzione. C’è chi, all’interno dei movimenti femministi, si è spinta a parlare di una guerra mossa dai media contro le donne e contro i femminismi. Io credo che ci sia la volontà di marginalizzare le istanze dei femminismi e di silenziarne le lotte, che sia in atto un movimento reazionario che vuole ottenere dai due sessi il comportamento più adeguato, rispetto ai valori che si vogliono continuare a trasmettere all’interno di una società patriarcale. Cioè le donne al loro posto e i maschi al comando. Penso che questo sia dimostrato anche da come i giornali parlano di femminismo, cioè occupandosi solo del femminismo che è funzionale a questa narrazione conservativa. Quindi quello delle femministe “essenzialiste”, che offrono molte sponde agli anti-femministi; il cosiddetto “femminismo di Stato”, molto rassicurante e concentrato sull’empowerment; o ancora il femminismo dei personaggi famosi, con storie di liberazione individuale che non si inseriscono in una lotta collettiva. Non si raccontano o si raccontano molto male i movimenti intersezionali, che riempiono oggi le piazze del mondo e propongono invece una elaborazione politica molto ampia, complessa e radicale, che mette in discussione tutto il sistema. 

La violenza corre sul web e alimenta la cultura dello stupro. Lo scorso anno Beppe Grillo ha difeso pubblicamente il figlio Ciro, accusato di violenza sessuale, in un video pubblicato sul suo blog. Vuoi raccontarci, dal tuo punto di vista di giornalista, perché è un caso emblematico?  

È emblematico perché in quel video c’è tutto. Grillo concentra in un minuto e mezzo tutti gli stereotipi che abbiamo elencato. Ha confermato che la narrazione che prevale sullo stupro non la stabiliscono le donne, ma l’aggressore o chi sta dalla sua parte. In più, ha usato la propria posizione di potere per delegittimare la persona che ha denunciato. Ha negato gli abusi, facendo leva sul fatto che lei avesse tardato a denunciare e non avesse avuto una reazione consona, e ha banalizzato tirando in ballo la goliardia e definendo i ragazzi “quattro coglioni”. Poi si è anche chiesto perché i quattro non fossero stati arrestati subito, non rendendosi nemmeno conto di come funziona la legge in Italia.  

Che cosa avrebbe dovuto fare la ragazza per risultare credibile secondo questa prospettiva?

Chi nega la violenza pretende che ci sia la vittima perfetta, perché sullo stupro esistono diffuse e radicate aspettative: si urla, si piange, ci si difende con tutte le proprie forze e si denuncia immediatamente. La vittima perfetta è vestita in un certo modo, è sobria, non ha avuto molti uomini e non si trova in certi posti a determinate ore della notte. Solo chi corrisponde al modello che il patriarcato ha assegnato alla donna risulta credibile. 

Hai notato qualche cambiamento nella copertura mediatica delle vicende più recenti? Penso al caso di Alberto Genovese o a quello di Virginia Giuffre e Andrea di York, per citarne due.

Mi sembra che sia cambiato poco. Sicuramente c’è una consapevolezza molto maggiore dal basso. C’è un movimento dal basso che critica determinati titoli, che a volte poi vengono cambiati, però per me il punto critico resta che vengono modificati silenziosamente. Non succede quasi mai, come invece accade su altre questioni, che le modifiche siano accompagnate da scuse o spiegazioni. Sul caso di Alberto Genovese lo aveva fatto il Sole 24 Ore con una breve nota, ma mi pare un caso isolato. A volte, anzi, accade che la modifica sia in senso peggiorativo. C’è stato, ad esempio, un caso che ha coinvolto Repubblica su Instagram nel 2020. Dopo una serie di femminicidi, la testata aveva pubblicato una grafica in cui finalmente poneva la questione della violenza contro le donne su un piano preciso, dicendo che ha radici nel maschile e nella cultura patriarcale di cui tutti gli uomini in qualche modo beneficiano. Questa grafica aveva ricevuto una serie di commenti negativi e di protesta da parte di uomini che si erano sentiti discriminati (è il famoso “non tutti gli uomini”) e Repubblica aveva allora pubblicato un’altra grafica in cui specificava “alcuni uomini”. Secondo me questa è stata una grandissima occasione persa.

nella foto Giulia Siviero

Oltre il ponte

Oltre il ponte di Italo Calvino

O ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d’aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Silenziosa suglia aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l’oscura montagna.

La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi
l’eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l’avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Festival Internazionale dell’economia a Torino

Lunedì 2 maggio alle ore 17.00 all’Auditorium del Sermig, Tito Boeri presenterà il programma del Festival internazionale dell’Economia anche nella sua parte “partecipata” da tante diverse associazioni che operano sul territorio di Torino.

Presidio femminista. Fermiamo la guerra

SeNonOraQuando? Torino aderisce al 

Presidio femminista FERMIAMO LA GUERRA

P.za Castello 21 aprile ore 18

appello lanciato dal coordinamento dei luoghi e delle Case delle Donne di tutto il Paese. 

Nello stesso giorno e alla stessa ora  nelle piazze di tante città le femministe manifesteranno con  flash mob per fermare la guerra e contro tutte le guerre!

#fermiamolaguerra
#costruiamolapace

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Lo stanziamento di 400mila euro per “Vita nascente” è l’ennesimo attacco ideologico contro le donne e la loro autodeterminazione

COMUNICATO STAMPA Rete +di194voci


LO STANZIAMENTO DI 400MILA EURO PER “VITA NASCENTE” E’ L’ENNESIMO ATTACCO IDEOLOGICO CONTRO LE DONNE E LA LORO AUTODETERMINAZIONE.


La proposta dell’assessore Marrone, lo stanziamento di 400mila euro per il fondo “vita nascente”, durante i lavori per il bilancio regionale, è l’ennesimo attacco ideologico contro le donne, i loro corpi e autodeterminazione.
Purtroppo, per convinzione o distrazione, la proposta ha raccolto consenso…con il voto contrario dell’assessore Icardi!
Per l’ennesima volta siamo di fronte ad una campagna elettorale perenne, strumentalmente giocata sui nostri corpi e diritti.
Questa regione esca dalla follia ideologica e dia risposte concrete alla gravissima crisi economica e sociale in corso.
Stanzi questi 400 mila euro, e molto di più, per permettere a tutt* di poter autodeterminare le proprie scelte e futuro: asili nido, sostegno all’educazione e alla cultura, sostegno alle persone non autosufficienti, misure per il sostegno al lavoro delle donne e di contrasto alla precarietà che è il vero “contraccettivo della vita!”
Continueremo a contrastare l’impostazione ideologica della regione con le nostre idee, proposte e corpi.


Torino, 12 aprile 2022 UFFICIO STAMPA Rete +di194voci

Vecchi miti: «Care mamme, vi hanno ingannate: sacrificarvi per i figli non li renderà migliori»

«Gran parte dell’infelicità dei giovani adulti deriva dal rapporto con i genitori», dice la psicoterapeuta Stefania Andreoli. Che dedica alle madri il nuovo libro: «Ciascuna faccia la cosa giusta in nome della propria soddisfazione. Dobbiamo rispondere solo a noi»

Corriere della sera La 27 ora – 3 aprile 2022 Chiara Maffioletti

«Per quanto ci sentiamo preparate e attente – e lo siamo -, per quanto abbiamo voglia di riequilibrare le cose, sottopelle noi donne abbiamo quasi tutte quell’intercapedine dentro cui cadiamo, perché tutte poggiamo i piedi su concetti strutturati da millenni. Ma è ora di fare pulizia di pensiero». Se migliaia di persone (basta dare un’occhiata ai suoi follower su Instagram) hanno quotidianamente voglia di abbracciare molto forte Stefania Andreoli, è perché questa psicoterapeuta e scrittrice dice, con una chiarezza disarmante, esattamente quello che c’è bisogno che venga detto. Urlato, anzi. Il suo nuovo libro ha nel titolo il mantra che molte mamme dovrebbero ripetersi ogni giorno: Lo faccio per me . Una risposta utile per le più svariate domande – perché torni al lavoro? Perché lo metti al nido? Perché esci con le amiche? -, e sempre validissima. «Non se ne può più con questa idea che intende la maternità come qualcosa per cui immolarsi» riprende Andreoli. «Bisogna normalizzare una serie di concetti».

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Ancora un attacco alla salute delle donne

Non siamo delle incubatrici!

Dalla Rete + di 194 voci

E’ di questi giorni la proposta di lasciare i reparti di ostetricia fuori dal Parco della Salute.

L’assessore Icardi dice: “stiamo preparando un disegno di legge. Nascerà un’azienda indipendente sul materno-infantile per la cura di mamma e bambino”.

Questa scelta significa non tenere in alcun conto la salute delle mamme

Oggi un numero sempre maggiore di gravidanze si verifica in donne che hanno patologie (cardiopatie, nefropatie, ecc.) o che le sviluppano nel corso della gravidanza, tanto che, in tutto il mondo occidentale, la mortalità e la grave morbosità materna sono in aumento.

Per far fronte a questa vera e propria emergenza è ampiamente riconosciuta la necessità di attivare un’assistenza multidisciplinare, per cui gli ostetrici lavorino in stretto e quotidiano contatto con gli altri specialisti (cardiologi, nefrologi, chirurghi, ematologi, ecc.) dell’adulto; mentre nell’ipotizzata “azienda materno-infantile per la cura di mamma e bambino” questi specialisti ci sarebbero sì, ma esperti nella cura dei bambini, non delle mamme.

Non si tratta poi soltanto di inadeguate risorse umane, ma anche del supporto tecnologico: in un grande ospedale pediatrico che ha tutte le specialità – come sarebbe ed è attualmente il Regina Margherita – la dotazione strumentale è all’avanguardia, e specificamente dedicata alla medicina dell’età pediatrica.

Ma i bambini non sono dei “piccoli adulti” e quindi la tecnologia disponibile sarà a misura di bambino, non a misura di donna.

E poiché sarebbe antieconomico acquisire soltanto per una specialità (l’ostetricia) gli strumenti che in un grande ospedale sono a disposizione di tutti certamente la futura “azienda per la cura di mamma e bambino” ne sarà priva.

A dimostrazione, ancora una volta, che la donna in gravidanza

viene considerata non una persona, ma un’incubatrice.

 Rete + di 194 voci

Consiglio d’Europa: azioni per la lotta alla violenza contro le donne

a cura di Gabriella Congiu

Recentemente sono stata rese disponibili due nuove pubblicazioni a cura della Divisione Violenza contro le Donne del Consiglio d’ Europa, che fanno parte di una serie di analisi approfondite degli articoli della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul).

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