Il femminismo nei media

in.Genere – 29 aprile 2022 – Sara Bichicchi

Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: a partire dagli anni 70 il discorso femminista ha cambiato e sta ancora cambiando i rapporti tra i sessi, passando per redazioni e nuovi media. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista vicepresidente di GiULiA

Il racconto giornalistico delle donne e delle questioni di genere è cambiato nel corso del tempo, così come la presenza femminile all’interno delle redazioni dei giornali. Alcune criticità, tuttavia, devono ancora essere superate. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista con un passato da attivista e ora vicepresidente di GiULiA (Giornaliste Unite Libere e Autonome), associazione che si batte per l’utilizzo di un linguaggio libero da stereotipi e per le pari opportunità nel mondo del giornalismo.

Gli anni Settanta sono stati un momento di svolta nella narrazione mediatica della violenza sulle donne: prima il massacro del Circeo (1975) con lo stupro di due ragazze e l’uccisione di una di loro, poi il documentario Processo per stupro (1978) di Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti e Anna Carini. Da giornalista, come hai affrontato quei casi? Che impatto pensi che abbiano avuto sul racconto giornalistico della violenza di genere?

Processo per stupro ha avuto un impatto fortissimo. Il massacro del Circeo anche, però nel racconto era molto più presente, stanti gli anni, la dimensione sociopolitica, o almeno questa è stata la mia sensazione. Cioè, due ragazze povere violentate e una uccisa da ragazzi della Roma bene, quindi di una classe più elevata. In questo caso, dunque, all’efferatezza della violenza si aggiungeva, a mio parere, una componente sociale. Questo adesso si capisce un po’meno, ma quelli erano anni in cui la dimensione dello scontro tra classi era molto forte. Però è Processo per stupro che ha portato il vero cambiamento: mentre nel caso del massacro del Circeo il racconto giornalistico era ancora cronaca nera, la dimensione politica, nel senso femminista del termine, è venuta fuori con questa splendida trasmissione che ha consentito di sottolineare quello che fino ad allora non era stato sottolineato, cioè la contrapposizione tra uomini e donne. La dimensione di genere è venuta fuori in modo molto forte con questo documentario che è stato una delle cose più potenti dal punto vista dell’impatto, della presa di coscienza della violenza maschile. I giornali, infatti, avevano parlato diffusamente del massacro, ma attraverso la televisione il processo è arrivato in tutte le case. È stato un momento fondamentale per il movimento delle donne.

Le lotte di quegli anni hanno cambiato i rapporti tra uomini e donne? Come?

Sì, le lotte di quegli anni sicuramente hanno cambiato molto. Erano anni in cui finalmente approdavano all’università moltissimi giovani, non solo uomini ma anche donne, e questo fu il primo step nella direzione di un avvicinamento tra i due sessi. Gli “studenti” che lottavano per il diritto allo studio erano studenti e studentesse, con i maschi che prevaricavano, come al solito. La famosa battuta degli “angeli del ciclostile”, frutto di una lettura dei giornali “borghesi” che a me irritava molto, un po’ di verità ce l’aveva, perché i leader delle proteste studentesche erano praticamente tutti maschi. Da queste cose venivano fuori le profonde contraddizioni dell’Italia di allora, e una di queste, forse la più radicale, era proprio quella tra uomini e donne. Anche nei movimenti che nacquero (Servire il popolo, Lotta continua, Avanguardia Operaia ecc.) il discorso femminista, come diremmo adesso, era considerato laterale: la cosa più importante era liberarsi dall’oppressione del capitalismo e della cultura borghese; il resto sarebbe venuto di conseguenza. Poco dopo partì anche il grande periodo dell’autocoscienza e man mano che si procedeva le contraddizioni diventavano sempre più evidenti, cioè si capiva che la cultura apparentemente era una, ma nei fatti c’erano due culture, una per le donne e una per gli uomini.

Secondo te, tutto ciò ha cambiato anche il modo di raccontare le donne sui giornali? Se sì, come?

I giornali “borghesi” all’inizio scrissero delle cose orrende. Ad esempio, Indro Montanelli fece un fondo in prima pagina sul Corriere, che allora era il quotidiano per antonomasia, in cui attaccava la sua editrice dicendo espressamente che lei, avendo una certa età, per effetto della menopausa era attirata da Mario Capanna, leader del movimento studentesco della Cattolica e poi, dopo la cacciata, della Statale. Delle lotte femministe alcuni giornali si occuparono poco, altri continuarono a ironizzare. Ci furono però delle situazioni editoriali avanzate, come Effe, e un approfondimento nelle testate specializzate, in alcune pubblicazioni di sinistra e sui periodici femminili. Ad esempio, alcune riviste femminili a volte infilavano nelle loro sezioni di moda qualcosa sui nostri vestiti larghi e sgargianti, ma era un’attenzione, a mio parere, superficiale e poco nel merito. Si guardava all’abito senza indagarne le motivazioni (il senso dei vestiti larghi, ad esempio, era nascondere le forme, non accettare di essere interpretate come animali desiderabili). Questo fino a quando gli ex studenti e le ex studentesse entrarono nel mondo del lavoro. Io, ad esempio, quando sono diventata giornalista ho portato con me un modo di vedere la realtà che viene dal movimento studentesco e dal movimento femminista. Solo quando divenimmo protagoniste del nostro stesso racconto questo cambiò radicalmente. 

L’associazione GiULiA, di cui sei vicepresidente, si batte perché le giornaliste possano avere pari opportunità di lavoro, senza soffitti di cristallo. Ci sono stati miglioramenti su questo fronte?

La situazione è questa: a un certo punto ci fu una grande presenza di donne nelle redazioni, soprattutto nel periodo del boom editoriale delle riviste, non solo riviste femminili ma tutti i cosiddetti “illustrati”. Allora dalle statistiche dell’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, ndr) risultava che c’erano molte caporedattrici e che cresceva anche il numero delle direttrici, però le statistiche avevano la benda sugli occhi perché la guida dei quotidiani, i “giornaloni” di livello nazionale, era sempre saldamente in mano agli uomini. In più, l’arrivo delle donne nelle redazioni aprì una doppia contraddizione, perché le donne dovevano competere con strumenti maschili in un ambiente maschile. Allora ci trovammo di fronte al problema di sviluppare un nuovo modo di scrivere e di raccontare le cose. I tempi, però, sono cambiati rispetto al passato e lo dimostra anche il fatto che GiULiA, che ormai ha dieci anni, è stata accolta con una certa benevolenza da parte di molti uomini. 

Un altro obiettivo di GiULiA è la promozione di un linguaggio privo di stereotipi. Credi che ci siano stati dei cambiamenti rispetto al passato?

Quando GiULiA è nata, restava la struttura gerarchica della lingua come ultimo caposaldo degli uomini che volevano mantenere la supremazia maschile e su cui anche i “democratici” non mollavano. Allora abbiamo organizzato dei corsi con l’Ordine dei giornalisti, perché la lingua è importantissima, “vestendo” il mondo. L’italiano in particolare, che è una lingua binaria, cioè non ha il neutro. Ma non è stato facile, né con gli uomini – ora non succede più, ma nei primi corsi che tenevamo ai colleghi c’era sempre quello che ridacchiando chiedeva “allora io sono un giornalisto?” – né con le donne. Molte donne, ad esempio, avevano raggiunto, magari con grandissima fatica, dei ruoli e ritenevano che declinarli al femminile sarebbe stato come svalutarli. Perché la società italiana, illustrata dalla lingua, racconta questo: “segretario” è il segretario generale dell’Onu, mentre “segretaria” è la donna che porta il caffè al capo. Nonostante tutto, però, la mia generazione un cambiamento lo ha visto eccome. Non è sufficiente, ma oggettivamente c’è stato. 

Credi che le donne possano fare la differenza nelle redazioni? Se sì, in che modo?

Le donne fanno la differenza ovunque, sempre. Il problema è se sono donne consapevoli o meno. Mettere nelle redazioni donne che utilizzano schemi, criteri e obiettivi maschili non cambia niente, ma se le donne portano con sé la loro cultura e la loro consapevolezza, che è la chiave di tutto, insieme alle proprie capacità, allora il mondo cambia.

La sentenza sull’aborto Usa e il ruolo della Corte Suprema

Il sole 24 ore 3 maggio 2022

Graziella Romeo*

La Corte Suprema ha votato, a maggioranza, per il rovesciamento dei precedenti giurisprudenziali che riconoscono il diritto all’aborto

La Corte Suprema ha votato, a maggioranza, per il rovesciamento dei precedenti giurisprudenziali che riconoscono il diritto all’aborto (Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey), rifiutandosi di dichiarare incostituzionale una legge dello Stato del Mississippi che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo la quindicesima settimana. Questo, almeno, è ciò che emerge da una bozza della tanto attesa sentenza nel caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization che Politico.com ha pubblicato ieri in esclusiva. Per ora non sono giunte smentite ufficiali. La versione della decisione che circola sui siti è redatta dal giudice conservatore Alito e dichiara apertamente che i precedenti in tema di aborto sono “evidentemente sbagliati” perché la Corte si è arrogata il potere di decidere dell’esistenza di un diritto non contenuto nella Costituzione.

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Una storia aperta. Diritti da difendere, diritti da conquistare di Laura Boldrini

Al Salone Internazionale del Libro

22 maggio, Ore 18:30-19:30

Laura Boldrini

Autrice di Una storia aperta. Diritti da difendere, diritti da conquistare (Edizioni Gruppo Abele)

Sala BiancaAREA ESTERNA PAD 3

Con Eleonora Camilli e Laura Onofri

In collaborazione con Livio Pepino

Attraversiamo una fase storica delicata, di regressione e di crisi della democrazia. Il Novecento è stato il secolo in cui i diritti umani (dopo due terribili conflitti mondiali) si sono affermati attraverso la Dichiarazione Universale del 1948 e molte delle coeve Costituzioni dei Paesi che uscivano dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Il tempo che viviamo sembra, invece, quello della loro erosione, in particolare sul fronte dei diritti civili, delle donne, delle minoranze e dei migranti. Contro il diritto d’asilo abbiamo visto formarsi all’interno dell’UE delle vere cordate di Stati con l’intento di sbarrare l’ingresso ai richiedenti che, in base ai trattati, avrebbero il diritto di entrarvi. Anche l’Italia non è immune dal rischio di retromarcia su questo terreno e ciò riguarda ovunque pure i diritti sociali, il diritto al lavoro e alla salute. Intervistata dalla brava giornalista Eleonora Camilli, la competente deputata italiana Laura Boldrini descrive la situazione internazionale attuale e sollecita ciascuno a mobilitarsi per la difesa, la conquista o la riconquista, dei diritti e delle libertà di tutti. Prima di suggerire attività pubbliche, collettive e associative solidali e coerenti parte sempre dall’analisi dei principali fenomeni globali in carne e ossa: popoli in fuga, migranti e rifugiati; populismo, nazionalismo, neofascismo; ruolo delle istituzioni e della politica; invadenza dei social e dei messaggi d’odio. Possiamo immaginare un futuro diverso, più inclusivo e sostenibile, se i giovani si faranno carico dei diritti e della loro salvaguardia. Se saranno loro a cambiare le priorità dell’agenda politica e a rafforzarle con la loro attiva partecipazione. Sono tante le ragazze e i ragazzi che si mobilitano per la libertà di Patrick Zaki e per la verità su Giulio Regeni. E questo ci fa ben sperare, conclude Boldrini…

No Women No Panel: senza donne non se ne parla?

Una proposta di ricerca e un appuntamento per confrontarsi

introducono e coordinano Silvia Garambois, presidente di G.I.U.L.I.A. Giornaliste, e Laura Onofri, di Se non ora quando – Torino | con Enrico Menduni, ISIMM Ricerche, e Francesca Dragotto, Grammatica e sessismo, e rappresentanti di IZI e di InfoJuice | è stata invitata Marinella Soldi, presidente Rai
a cura di ISIMM RicercheIZI e InfoJuiceGrammatica e sessismo – centro di ricerca multidisciplinare Università di Roma “Tor Vergata”

Solo il 22,3% degli esperti nei programmi Rai è donna: per contrastare il divario occorre agire anche sulla realtà rappresentata. ISIMM Ricerche ha avviato un rilevamento delle persone in video attraverso strumenti automatizzati.

📌 ingresso libero con prenotazione obbligatoria:
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La ricerca
Il 18 gennaio 2022 la Presidente della RAI, Marinella Soldi, alla presenza di rappresentanti di istituzioni politiche e culturali tra le più rilevanti del Paese, sottoscrive il memorandum d’intesa No women no panel – Senza donne non se ne parla, iniziativa che ha avuto il primo impulso dalla Commissione europea e che nel 2020 è stata fatta propria da Radio Rai Uno, apripista nell’ambito del Servizio pubblico italiano.
“L’Italia è al 14° posto in Europa per uguaglianza di genere, con un punteggio al di sotto della media europea. La presenza femminile nella programmazione del Servizio Pubblico è al 37%, nella parte bassa della classifica dei media di servizio pubblico europei. Le donne sono chiamate principalmente a rappresentare e raccontare le proprie esperienze personali; molto più raramente a mostrare le proprie competenze. Solo il 22,3% degli esperti nei programmi Rai è femmina.”
Per cercare di contrastare e colmare questo divario occorre senz’altro agire sulla realtà più tangibile, quella sociale, ma non meno su quella rappresentata, cosa possibile attraverso la maturazione di una maggiore consapevolezza del ruolo che le narrazioni sociali proposte al pubblico hanno nella costruzione della conoscenza, in generale, e dell’orizzonte di riferimento personale, in particolare. Costruzione, quest’ultima, che include anche il “posto” nel mondo che ogni individuo si prefigura per sé.
Nel concreto delle narrazioni sociali, per contrastare gli effetti che la rappresentazione delle donne in un numero limitato di ruoli narrativi e in riferimento a temi specifici può produrre sulla società, il Servizio pubblico può agire sul posizionamento di chi le agisce e, insieme, sui linguaggi che le sostanziano: “Il linguaggio infatti è, di per sé, un potente strumento che contemporaneamente riflette e influenza gli atteggiamenti, i comportamenti e le percezioni” (La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo, Parlamento europeo 2018, p.3).
Spesso, però, tra le buone intenzioni e le pratiche si annida la tendenza al riuso di prassi (es. convocare per parlare di un certo argomento ospiti consueti, per lo più e in certi casi quasi sempre uomini) e rappresentazioni (es. la donna nei ruoli domestici o di cura) difficili da contrastare perché difficili anche da vedere, in quanto comprese nel retroterra culturale della società, trasversalmente alle sue componenti (common ground). Il rischio, perciò, che anche un impegno concreto come No women no panel possa non condurre agli effetti sperati, in particolare nel breve termine, va considerato.
Per cercare di misurare l’impatto della buona pratica proposta e, insieme, fornire un riscontro fattuale sul primo periodo di messa in atto dell’impegno assunto da Rai con la sottoscrizione del memorandum, ISIMM Ricerche, responsabile con IZI srl e InfoJuice del monitoraggio della programmazione Rai per gli anni 2020, 2021 e 2022, ha avviato, con il centro di ricerca “Grammatica e sessismo” dell’Università di Roma “Tor Vergata”, uno spin-off del monitoraggio tradizionale della programmazione.
Autonomo e al contempo complementare ad esso, il nuovo monitoraggio si avvale di strumenti automatizzati (intelligenza artificiale) addestrati appositamente per il rilevamento delle persone e dei personaggi in video e per l’analisi delle loro voci. Qualora inteso come strumento complementare al monitoraggio quanti-qualitativo tradizionale, beneficerebbe del riscontro, a-posteriori, ottenuto per il tramite di esso e della possibilità di correggere eventuali errori.

Ringrazia una femminista!

Il CCVD Coordinamento contro la violenza sulle donne insieme alle Associazioni e agli enti aderenti pubblica sulla sua pagina Facebook il progetto Ringrazia una femminista!

Il progetto proponeva agli aderenti al CCVD di ricordare il proprio impegno nelle conquiste femministe e nei traguardi che le hanno viste protagoniste, rielaborando i vari soggetti della campagna “Ringrazia una femminista”: ogni associazione od ente ha scelto alcuni manifesti della campagna, sulla base delle attività o progetti che ha sviluppato in questi anni sul tema specifico, scrivendo un breve testo per presentare tale/i attività/progetti.

Vi invitiamo quindi a visitare la pagina facebook del CCVD per mettere un like e lasciare un vostro commento

SeNonOraQuando? Torino ha partecipato al progetto e ringrazia Miresi Mattiuzzi per il coordinamento.

Basta paternalismo sui nostri corpi!

Comunicato stampa della Rete + di 194 voci


La rete Più di 194 voci condanna fermamente l’approvazione dell’emendamento presentato
dall’assessore Marrone che prevede lo stanziamento di 400 mila euro per il fondo “Vita
nascente”, erogati dalle associazioni che si definiscono pro vita.
Riteniamo che questa sia una speculazione irrispettosa della libertà di scelta e
autodeterminazione delle donne che crediamo vada invece tutelata garantendo un buon
funzionamento delle strutture pubbliche, garantendo percorsi coerenti per l’IVG
farmacologica nei consultori, la fornitura di contraccettivi gratuiti ai/alle giovani sotto i 26
anni.
4000 euro erogati non si sa con quali criteri da associazioni antiabortiste non risolvono
sicuramente il problema della denatalità, ma riflettono una filosofia di elemosina e
paternalistica che è l’opposto di quello che vogliamo e di quello che servirebbe: servizi di
tutela e sostegno all’autodeterminazione delle donne e alla genitorialità.


Torino, 26 aprile 2022

DENIMDAY 2022

Quest’anno, in occasione del 𝗗𝗘𝗡𝗜𝗠 𝗗𝗔𝗬, su iniziativa di Break The Silence ITA e con la collaborazione di tante Associazioni del territorio, abbiamo deciso di scendere per le strade di Torino con un 𝗳𝗹𝗮𝘀𝗵 𝗺𝗼𝗯.

 Sabato 𝟯𝟬 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 alle ore 𝟭𝟲:𝟯𝟬, saremo in 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗖𝗮𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝗼, per parlare di vittimizzazione secondaria e per sensibilizzare la città in una giornata così importante.
Ammucchieremo vestiti, tra cui jeans, riprendendo l’opera d’arte 𝙇𝙖 𝙑𝙚𝙣𝙚𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙎𝙩𝙧𝙖𝙘𝙘𝙞, custodita presso il Castello di Rivoli.
Questi vestiti, saranno donati ai rifugiati ucraini, perciò per chiunque volesse partecipare alla raccolta donando qualsiasi tipo di capo di abbigliamento, può contattarci via email a 𝘁𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼𝗮𝗹𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗹𝗲@𝗴𝗺𝗮𝗶𝗹.𝗰𝗼𝗺 📧

Vi aspettiamo numerose/i! 👖

🔵 Il 𝗗𝗘𝗡𝗜𝗠 𝗗𝗔𝗬 è un evento di lotta, sensibilizzazione e protesta che si svolge dal 2000 e che ad oggi si celebra in 180 città del mondo. Nel nostro Paese abbiamo introdotto questa giornata di azione e consapevolezza soltanto nel 2015, nonostante il Denim Day sia nato per protestare contro una sentenza della Corte di Cassazione italiana, che – nel novembre del 1998 – annullò una condanna per stupro perché la vittima, appena diciottenne, indossava un paio di jeans aderenti: secondo il tribunale non sarebbe stato possibile sfilare l’indumento senza la fattiva collaborazione della ragazza. Così, in California, Patti Giggans e le sue compagne di Peace Over Violence, indossarono simbolicamente jeans attillati per dire che nessun abbigliamento giustifica lo stupro.

Dati di genere e dove trovarli

inGenere – 21 aprile 2022 – Redazione

Se oggi sono i dati a dare forma e misura alla realtà, abbiamo bisogno di dati che tengano conto del genere. In questa rassegna iniziamo a mappare i progetti che sono diventati nel tempo luoghi affidabili e autorevoli per reperire i numeri giusti

Catherine D’Ignazio e Lauren Klein, due ricercatrici americane, parlano di ‘femminismo dei dati’ come di un approccio all’etica della data science che si interroga su chi produce i dati, per chi li produce. E quali sono gli interessi sottesi alla raccolta di dati.

Parlare di femminismo dei dati significa avere consapevolezza che i numeri che danno forma e misura alla realtà sono prodotti e pensati all’interno di una cultura maschilista. Che sono gli uomini – intesi proprio come maschi, non come umanità – a ‘fare’ i dati, e quindi che molto spesso i dati non raccontano le donne. 

Per questo parliamo di gender data gap: la maggioranza dell’informazione globale, dall’economia all’urbanistica passando per la salute, serve a misurare soprattutto gli uomini. E quando non abbiamo dati che raccontano la dimensione di genere significa che in quel settore, segmento o fenomeno non possiamo indagare le disuguaglianze tra uomini e donne.

Costruire un dato è il primo passo necessario per intraprendere qualsiasi percorso di advocacy: avere i dati significa passare da un racconto basato sulla percezione a uno basato sulla misura della realtà, e avere una misura ci aiuta a individuare obiettivi e a monitorare progressi. I dati ci danno la comprensione tangibile della posizione delle donne nel mondo, ma non solo, ci indicano la strada e danno corpo alle istanze. Dal momento in cui i dati non sono neutri, e non è neutra la loro analisi, diventa fondamentale una battaglia femminista per i dati.

In questa rassegna, che terremo aperta e in aggiornamento, iniziamo a mappare i progetti che sono diventati nel tempo luoghi affidabili e autorevoli per reperire i numeri giusti.

Gender Data LabÈ una risorsa pensata da Gender Open Data, community aperta a tutti che riunisce esperte, reti e associazioni di settore, nata per condividere e discutere le questioni relative ai dati di genere. Il progetto si propone come piattaforma di natura collaborativa basata sui principi femministi. Chi ne fa parte contribuisce a rendere visibili nuovi modi di raccolta ed elaborazione dei dati per un mondo in cui i dati funzionino per tutti, promuovendo una prospettiva di genere nel settore degli open data, con l’obiettivo di chiudere il gender data gap. 

AfDB Gender Data Portal. È la banca dati di genere dell’African Development Bank. Il portale fornisce informazioni aggiornate su tutti i paesi africani, con dati su 79 indicatori di genere provenienti da indagini nazionali, stime statistiche e fonti accreditate. L’obiettivo: colmare le lacune nei dati utili alla definizione delle politiche e dei programmi per promuovere la parità di genere, e potenziare l’analisi di genere con dati facili da usare.

The World Bank Gender Data Portal, piattaforma della Banca Mondiale, rende accessibili le ultime statistiche di genere attraverso storie e infografiche per migliorare la comprensione dei dati di genere e facilitare le analisi che informano le scelte politiche. Il portale è più di un semplice database di dati disaggregati per sesso e statistiche di genere. Raccoglie suggerimenti sui dati, percorsi formazione gratuiti, linee guida e mappe di indicatori e risorse catalogate per paese.

EIGE Gender Statistic Database è il serbatoio di dati e statistiche raccolte dall’Istituto europeo per la gender equality e catalogate per temi, con l’obiettivo di costruire un’ampia panoramica delle statistiche sulle disuguaglianze di genere, supportare la misurazione del gender gap nei paesi europei, fornire risorse affidabili per la formulazione e nel monitoraggio delle politiche volte al raggiungimento dell’uguaglianza di genere.

UN world’s women trends and statistics è una raccolta di 100 storie basate sui dati raccolti dalle Nazioni Unite per fare il punto sui progressi compiuti di quinquennio in quinquennio a partire dalla Piattaforma di Pechino nel promuovere i diritti delle donne, e il raggiungimento della parità nel mondo. Il portale fornisce valutazioni aggiornate dei progressi verso l’uguaglianza di genere in sei aree definite critiche: popolazione e famiglie, salute, istruzione, responsabilizzazione economica e proprietà dei beni, potere e potere decisionale, violenza contro le donne e le bambine. E con una sezione dedicata all’impatto della pandemia sulla vita delle donne.

Data 2x Resource Center è una risorsa della United Nation Fundation nata dalla società civile come un’alleanza della società civile sui dati di genere, che lavora per migliorare la produzione e l’uso dei dati di genere attraverso partnership strategiche, ricerca, advocacy e attività di comunicazione.

La violenza sui media

in.Genere – 12 aprile 2022 – Sara Bichicchi

Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: come media e giornali raccontano la violenza sulle donne e come potrebbero farlo meglio. Ne parliamo con Giulia Siviero, giornalista e attivista esperta in questioni di genere

Ricostruire le dinamiche di una violenza in un articolo non è come raccontare un furto in un supermercato. Quando si tratta di stupro, ad esempio, entrano in gioco numerosi pregiudizi che finiscono per mettere la donna che denuncia sul banco degli imputati. Ne parliamo con Giulia Siviero, giornalista e attivista transfemminista che si occupa di questioni di genere e movimenti delle donne per Il Post e L’Essenziale.

Qual è il racconto mediatico che si fa della violenza di genere in Italia? Riconosci schemi e problemi ricorrenti? Se sì, puoi farci qualche esempio?

Ci sono moltissimi errori che vengono fatti sui media quando si parla di violenza di genere. Il primo e più evidente è l’associazione con l’amore, e quindi ecco i famosi titoli che parlano di “amore passionale” o “delitto passionale”. Si romanticizza e sostanzialmente si trasforma il femminicidio, o lo stupro, in una specie di favola nera. Un altro errore è quello di andare sempre alla ricerca di un movente che giustifichi l’atto, così che la violenza, per come viene raccontata, sembra la conseguenza delle scelte della vittima. Questo ovviamente significa distribuire in modo non corretto le responsabilità e regalare un alibi a chi ha commesso la violenza. Poi ancora si parla con molta enfasi sia della gelosia che della separazione, descritta come un evento traumatico voluto dalla donna, e si costruiscono interi articoli sui pareri dei familiari di lui o dei famosissimi vicini di casa. Si può dire, quindi, che nel racconto di un femminicidio o di uno stupro contano moltissimo le opinioni e molto meno le notizie. Infine, un ulteriore errore è utilizzare espressioni che fanno pensare a una fatalità (il famoso “raptus”) e associare il movente a una patologia, facendo riferimento a qualcosa che porta l’aggressore fuori da sé. 

Quando una donna denuncia uno stupro si crea un capovolgimento per cui è chi ha subito la violenza a dover risultare attendibile e difendersi. Perché?

Spesso si descrive l’aggressore in un modo che porta chi legge a provare empatia per lui e, anziché assumere il punto di vista della vittima, si assume, anche emotivamente, il punto di vista dell’aggressore. In questo modo si colpevolizza la donna e si mitigano le responsabilità del reato. Quando si descrive una rapina, ad esempio, a nessuno viene in mente di raccontarla dal punto di vista del rapinatore, nei casi di violenza di genere invece i giornali assumono in pieno la narrazione di chi presumibilmente ha commesso il reato e la mettono direttamente nel titolo, spesso l’unica parte che le persone leggono. C’è, quindi, un fenomeno di vittimizzazione secondaria che trasferisce parte della colpa di una violenza alla persona che l’ha subita. Avviene, ad esempio, quando le vittime di stupro sono ritenute corresponsabili sulla base di valutazioni fatte sulla loro vita privata, usate anche per motivare sentenze o difese in tribunale che sono condiscendenti verso gli autori delle violenze. Tutto questo nonostante la ricerca sulla vita privata e sulle condotte sessuali passate della vittima sia vietata da norme internazionali. 

Nel 2021 l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo proprio per stereotipi sessisti e vittimizzazione secondaria.

Sì, e leggere le motivazioni della Corte è molto interessante perché spiegano benissimo il problema. Riferendosi al caso dello stupro della Fortezza da Basso (Firenze), la Corte suggerisce alle autorità giudiziarie italiane di non riprodurre stereotipi sessisti e di evitare di esporre le donne a vittimizzazione secondaria con parole colpevoli e moralistiche che rischiano di scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia. È tutto collegato: se le donne denunciano ancora molto poco le violenze subite è anche perché sanno che ovunque andranno, a partire dal luogo della denuncia fino al tribunale, saranno loro a essere sotto processo. 

Il primo caso celebre, che ha mostrato a tutti la vittimizzazione secondaria che le donne subiscono quando denunciano una violenza, è stato il documentario Processo per stupro (1978). Quanto siamo o non siamo lontani da quelle dinamiche?

Secondo me siamo andati avanti molto poco. L’impianto che era alla base di quel processo lo vediamo replicarsi continuamente, ogni volta che viene scritto un articolo, e molto spesso purtroppo ancora nelle aule di tribunale. Gli strumenti, però, ora li abbiamo: i movimenti femministi che si sono mobilitati, trasformando quel processo in un processo politico e portando alla luce tutti questi meccanismi, hanno lavorato moltissimo e fanno divulgazione quotidianamente. Così anche i centri antiviolenza, molte giornaliste e associazioni. Si è attivato anche l’ordine dei giornalisti e in alcune redazioni sono circolati degli schemi su cosa si deve scrivere e cosa non si deve scrivere. 

Questo è sufficiente secondo te?

Le resistenze in campo mi sembrano ancora fortissime. È chiaro che ormai non si tratta più di sciatteria, di non conoscenza delle cose o scarsa attenzione. C’è chi, all’interno dei movimenti femministi, si è spinta a parlare di una guerra mossa dai media contro le donne e contro i femminismi. Io credo che ci sia la volontà di marginalizzare le istanze dei femminismi e di silenziarne le lotte, che sia in atto un movimento reazionario che vuole ottenere dai due sessi il comportamento più adeguato, rispetto ai valori che si vogliono continuare a trasmettere all’interno di una società patriarcale. Cioè le donne al loro posto e i maschi al comando. Penso che questo sia dimostrato anche da come i giornali parlano di femminismo, cioè occupandosi solo del femminismo che è funzionale a questa narrazione conservativa. Quindi quello delle femministe “essenzialiste”, che offrono molte sponde agli anti-femministi; il cosiddetto “femminismo di Stato”, molto rassicurante e concentrato sull’empowerment; o ancora il femminismo dei personaggi famosi, con storie di liberazione individuale che non si inseriscono in una lotta collettiva. Non si raccontano o si raccontano molto male i movimenti intersezionali, che riempiono oggi le piazze del mondo e propongono invece una elaborazione politica molto ampia, complessa e radicale, che mette in discussione tutto il sistema. 

La violenza corre sul web e alimenta la cultura dello stupro. Lo scorso anno Beppe Grillo ha difeso pubblicamente il figlio Ciro, accusato di violenza sessuale, in un video pubblicato sul suo blog. Vuoi raccontarci, dal tuo punto di vista di giornalista, perché è un caso emblematico?  

È emblematico perché in quel video c’è tutto. Grillo concentra in un minuto e mezzo tutti gli stereotipi che abbiamo elencato. Ha confermato che la narrazione che prevale sullo stupro non la stabiliscono le donne, ma l’aggressore o chi sta dalla sua parte. In più, ha usato la propria posizione di potere per delegittimare la persona che ha denunciato. Ha negato gli abusi, facendo leva sul fatto che lei avesse tardato a denunciare e non avesse avuto una reazione consona, e ha banalizzato tirando in ballo la goliardia e definendo i ragazzi “quattro coglioni”. Poi si è anche chiesto perché i quattro non fossero stati arrestati subito, non rendendosi nemmeno conto di come funziona la legge in Italia.  

Che cosa avrebbe dovuto fare la ragazza per risultare credibile secondo questa prospettiva?

Chi nega la violenza pretende che ci sia la vittima perfetta, perché sullo stupro esistono diffuse e radicate aspettative: si urla, si piange, ci si difende con tutte le proprie forze e si denuncia immediatamente. La vittima perfetta è vestita in un certo modo, è sobria, non ha avuto molti uomini e non si trova in certi posti a determinate ore della notte. Solo chi corrisponde al modello che il patriarcato ha assegnato alla donna risulta credibile. 

Hai notato qualche cambiamento nella copertura mediatica delle vicende più recenti? Penso al caso di Alberto Genovese o a quello di Virginia Giuffre e Andrea di York, per citarne due.

Mi sembra che sia cambiato poco. Sicuramente c’è una consapevolezza molto maggiore dal basso. C’è un movimento dal basso che critica determinati titoli, che a volte poi vengono cambiati, però per me il punto critico resta che vengono modificati silenziosamente. Non succede quasi mai, come invece accade su altre questioni, che le modifiche siano accompagnate da scuse o spiegazioni. Sul caso di Alberto Genovese lo aveva fatto il Sole 24 Ore con una breve nota, ma mi pare un caso isolato. A volte, anzi, accade che la modifica sia in senso peggiorativo. C’è stato, ad esempio, un caso che ha coinvolto Repubblica su Instagram nel 2020. Dopo una serie di femminicidi, la testata aveva pubblicato una grafica in cui finalmente poneva la questione della violenza contro le donne su un piano preciso, dicendo che ha radici nel maschile e nella cultura patriarcale di cui tutti gli uomini in qualche modo beneficiano. Questa grafica aveva ricevuto una serie di commenti negativi e di protesta da parte di uomini che si erano sentiti discriminati (è il famoso “non tutti gli uomini”) e Repubblica aveva allora pubblicato un’altra grafica in cui specificava “alcuni uomini”. Secondo me questa è stata una grandissima occasione persa.

nella foto Giulia Siviero

Oltre il ponte

Oltre il ponte di Italo Calvino

O ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d’aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Silenziosa suglia aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l’oscura montagna.

La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi
l’eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l’avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.