Bistrattate e vincenti. Le atlete italiane vincono tantissimo, ma per lo Stato italiano sono tutte “dilettanti”

HuffPost  21 febbraio 2018          Giulia Belardelli

La denuncia dell’associazione Assist: “A PyeongChang una delegazione paralimpica di soli uomini”. Josefa Idem all’Huffpost: “I loro trionfi imporranno il cambiamento”

Girl Power. Le atlete italiane vincono tantissimo. Rispetto ai colleghi maschi, le loro storie spiccano per forza e determinazione, entrando nell’immaginario collettivo del mito in maniera molto più profonda. L’oro di Sofia Goggia nella discesa libera alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang non è che l’ultimo atto di una favola Azzurra scritta in buona parte dalle donne. La tripletta d’oro al femminile ai Giochi invernali – Sofia Goggia, Arianna Fontana, Michela Moioli – dà nuovo lustro allo sport femminile italiano, ma al tempo stesso invita a riflette su un percorso troppo spesso a ostacoli, soprattutto per le donne. Perché tutte queste atlete ed ex atlete – dalla calciatrice Patrizia Panico alla stella del nuoto Federica Pellegrini, dalla schermista Elisa Di Francisca a Bebe Vio – per lo Stato italiano sono solo “dilettanti”.

Un paradosso tutto italiano che racconta una delle molte facce di una discriminazione difficile da sradicare. Ne abbiamo parlato con Luisa Rizzitelli, presidente di Assist – Associazione Nazionale Atlete, che dal 2000 si occupa dei diritti delle atlete italiane. “Le donne italiane vincono tantissimo, sono una fucina di medaglie in tutte le discipline. L’aspetto clamoroso è che ancora oggi, in Italia, le donne non hanno diritto d’accesso a una legge dello Stato (la n. 91 del 1981) che regola i rapporti tra società e sportivi professionisti. Ciò significa che in Italia nessuna donna, né Sofia Goggi né Federica Pellegrini, né l’atleta più vincente che ti viene in mente, merita lo status di professionista. Per lo Stato italiano, sono tutte dilettanti”. Leggi il resto »

Forti e ribelli la rivoluzione delle bambine

 La Repubblica  21/2/2018                    VITTORIO ZUCCONI
Poche lacrime e più muscoli: così cresce la generazione che sta dando l’assalto alla nuova frontiera della femminilità Usa. Il cambiamento spazza via i rottami del “ sesso debole” per privilegiare la potenza come espressione di indipendenza ed energia mentale
 
Belle come ancora non sanno di essere, bardate come gladiatrici con elmi, corazze, fasce gambiere, maschere, mazze, bastoni o semplici calzamaglie e legging da ballerine, vedo le mie americane di domani uscire di casa per muovere all’assalto della nuova frontiera della “American Girl”, della femminilità Usa. Non disdegnano il rossetto della mamma e l’ombretto per farsi gli occhioni da “femme fatale” a 9 o 10 anni, nella ancora vaga intuizione della prossima pubertà con gli imperativi degli ormoni, ma più dello sguardo assassino, il loro ideale è il goal, il tackle duro, la mischia, la resistenza, sono quei muscoli che da esili e pallide fasce attorno alle ossicine fragili si formano e si irrobustiscono. Ancora non lo sanno, ma stanno cambiando l’ideale della “Great American Beauty”, della bellezza femminile, dal languore corpulento della Belle Époque alla muscolatura scolpita dell’atleta.
Addio Barbie, conigliotte col batuffolo di cotone sul sedere, 90x60x90, Marilyn e Pin-Up dagli opimi fianchi e dai seni terrazzati in eterna lotta con la forza di gravità, costruite da diete alla rovescia («Agli uomini non piacciono le magre», avvertivano le riviste anni ’30) e dai ritoccatori prima dei miracoli di Photoshop, da appendere con le puntine da disegno alle cabine dei camion o da dipingere sulle carlinghe dei bombardieri, prima che i comandi della Air Force le vietassero.

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Quando le ragazze cominciarono a correre

la Repubblica – 01 novembre 2015  Emanuela Audisio

OGGI SI CORRE A NEW YORK. Ma in quella domenica di autunno del ‘72 si sedettero a terra in sei. Tre anni prima John Lennon e Yoko Ono avevano protestato contro la guerra con un bed-in . Loro invece scelsero un sit- in six . A Central Park erano in duecentosettantotto alla partenza della maratona, bastava un dollaro per l’iscrizione, ora invece duecentocinquantacinque. Cadevano le foglie, ma non le discriminazioni. La Federazione americana di atletica sconsigliava e vietava alle donne di correre lunghe distanze. «Causa infertilità ». Leggi il resto »

DONNE E SPORT: CHE “GENERE” D’INFORMAZIONE?

GiULiA Giornaliste
Gruppo del Piemonte

DONNE E SPORT: CHE “GENERE” D’INFORMAZIONE?

Nell’anno in cui Torino è Capitale europea dello Sport, con l’adesione alla Carta europea dei diritti delle donne nello sport, l’associazione GiULiA, invita all’incontro
”Donne e Sport: che ‘genere’ d’informazione?”

Sala delle Colonne, Palazzo di Città, 6 Novembre dalle 9 alle 13h.

Nonostante l’incremento della pratica sportiva delle donne, permangono ancora stereotipi duri a morire, discriminazioni, disuguaglianze. I mass media hanno un impatto rilevante a livello culturale anche in questo campo, ma le atlete e lo sport femminile sono sottorappresentati e l’attenzione è troppo spesso focalizzata più sull’apparenza che sulle prestazioni sportive. Le cronache sportive sono, talvolta, il trionfo dello stereotipo sessista. La donna sportiva viene enfatizzata per valori aggiuntivi. Non bastano quelli sportivi. Leggi il resto »