Se un sano FEMMINISMO ė meglio del Multiculturalismo contro le Donne.

da Il corpo delle donne 16 dicembre 2016

La Ministra tedesca della Difesa Ursula von der Leyen, che ha 7 figli, si presenta in Arabia Saudita in tailleur pantalone rifiutando di coprirsi il capo. Su twitter i sauditi protestano, Ursula intanto compie un importante lavoro di AFFERMAZIONE dei Diritti delle Donne.
Si fa cosī, si affermano con forza i diritti conquistati in secoli di lotte.
Vale più questa foto di 100 articoli. Che il multiculturalismo rispetti prima di tutto i Sacrosanti Diritti delle Donne.
Grazie a Von der Leyen

Arabia Saudita, la gabbia delle donne rinchiuse nel sistema tutelare maschile

Pubblichiamo questo articolo comparso su La Repubblica del 17 luglio 2016 perchè può essere interessante e non letto da molte poichè comparso nel periodo estivo.

BEIRUT – Il sistema di tutela maschile dell’Arabia Saudita resta l’impedimento più importante per i diritti delle donne di quel paese, nonostante le riforme annunciate e, in parte, avvenute negli ultimi dieci anni. Ne parla Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato oggi. Nel paese che vanta alleanze e fitti rapporti commerciali con le maggiori democrazie occidentali (Italia compresa) la situaszione è la seguente: le donne adulte devono ottenere il permesso da un tutore di sesso maschile prima di viaggiare o sposarsi, per lavorare o ottenere assistenza sanitaria. In alcuni casi, gli uomini usano i requisiti che vengono loro riconosciuti per estorcere ingenti somme di denaro dalle proprie dipendenti di sesso femminile. Tutto questo per le donne saudite dura dalla nascita fino alla morte.

Nel rigido recinto dei padri e dei mariti. Il rapporto di Hrw è fatto di 79 pagine ed esamina in dettaglio la struttura delle barriere formali e informali che riguardano la libertà personale delle donne in Arabia Saudita. Come ha detto una ragazza saudita di 25 anni a Human Rights Watch: “Dobbiamo tutte vivere ai bordi di questo recinto delineato dai nostri padri o mariti”. Sarah Leah Whitson, direttore per il Medio Oriente di Hrw, dice: “Il fatto che le donne saudite siano ancora costrette a ottenere il permesso di un tutore di sesso maschile per esercitare anche i più banali diritti di libertà personale rappresenta una violazione che persiste da tempo, oltre che un’oggettiva barriera per i piani del governo destinati a migliorare l’economia”.

“A 62 anni ho mio figlio per tutore”. Human Rights Watch ha intervistato 61 donne saudite, ma anche uomini per redigere la relazione, analizzando le leggi saudite, le politiche e i documenti ufficiali. Ogni donna nata e residente nella monarchia deve avere un tutore di sesso maschile, di solito un padre o un marito, in alcuni casi un fratello o anche un figlio, che ha il potere di prendere una serie di decisioni sul suo conto.”Mio figlio è il mio tutore – dice una donna di 62 anni – che ci crediate o no, e questo è davvero umiliante … Mio figlio, lui che ho cresciuto, è il mio guardiano”. In più, altri parenti maschi di una donna hanno autorità su di lei, anche se in misura minore.

Alcune piccole concessioni. Attivisti per i diritti delle donne in Arabia Saudita hanno ripetutamente chiesto al governo di abolire il sistema di tutela maschile. Nel 2009, e di nuovo nel 2013, l’Arabia Saudita ha accettato, ma da quando questo è accaduto il governo ha preso provvedimenti per ridurre il controllo dei custodi sulle donne: per esempio, non è più compreso l’obbligo per le donne di richiede il permesso di lavorare, ed è anche passata una legge che criminalizza l’abuso domestico. Nel 2013, l’allora re Abdullah ha persino nominato 30 donne al Consiglio della Shura, il suo più alto organo consultivo e, nel 2015, le donne hanno votato e molte si sono anche candidate alle elezioni dei Consigli comunali per la prima volta. Tuttavia, nonostante questi passi limitati, il sistema di tutela maschile rimane in gran parte al suo posto.

Vietato chiedere autonomamente il passaporto. Le donne non possono richiedere il passaporto senza l’approvazione del proprio tutore maschio. Si inontrano regolarmente difficoltà durante lo svolgimento di una serie di operazioni senza un parente maschio, come ad esempio l’affitto di un appartamento. Il governo non richiede l’autorizzazione del tutore per le donne che vogliono lavorare, ma non penalizza i datori di lavoro che invece chiedono questa autorizzazione. Le donne non possono studiare all’estero con una borsa di studio rilasciata dallo stesso governo senza l’approvazione del tutore, e un parente maschio la deve comunque accompagnare all’estero, mentre studia; le donne non possono guidare e la tutela del marito si esercita anche durante le pratiche di divorzio.

Alcune incredibili abberrazioni giuridiche. Vi è dunque una discriminazione profondamente radicata all’interno del sistema legale. Le donne che si trovano in carcere – altro esempio – una volta scontata la pena devono comunque sottostare all’autorizzazione del tutote maschio per essere rilasciate. Se un tutore si rifiuta di approvare la sua scarcerazione, sono le autorità che provvedono a trasferire la donna in un luogo protetto per poi organizzare un nuovo matrimonio per suo conto, in modo che Il suo nuovo marito diventi il suo nuovo tutore.

Quell’interpretazione ottusa di un versetto del Corano. Human Rights Watch ha parlato con le donne che hanno affermato di avere come unica opzione sicura quella di lasciare il proprio paese, dopo gli abusi e le minacce dei membri maschi della propria famiglia, ma che non erano state in grado di convincere i loro tutori, in alcuni casi gli stessi autori degli abusi, per consentire loro di viaggiare. Il sistema di tutela si fonda sull’interpretazione restrittiva di un versetto coranico, assai ambiguo. Un’interpretazione contestata da decine di donne saudite, tra cui accademici e femministe islamiche, che hanno parlato di Hrw. Un ex giudice saudita ha espressamente affermato che le imposizioni in vigore nel paese relative alla tutela dei maschi non sono richieste dalla sharia, o dalla giurisprudenza islamica.

Alcune testimonianze.
Si tratta di intervistate di cui sono stati diffusi nomi di persone inventati, per ragioni di sicurezza. Rendere pubblici, criticandoli, i regolamenti sauditi è considerata una forma di terrorismo che danneggia la reputazione dell’Arabia Saudita. Per questa ragione sono stati imprigionati diversi attivisti per i diritti umani, che hanno condiviso le informazioni con le organizzazioni straniere.

Rania, 34 anni. “Non possiamo che affidarci alla prossima generazione di donne. Non ci si può fidare di noi, ormai.Non ha alcun senso”.

Hayat, 44 anni. “Si finisce per avere una gran confusione in testa alterando il modo in cui si guarda se stessi. Come puoi rispettare te stessa? E come fa la tua famiglia a rispettarti se è lei stessa il tuo guardiano?

Tala, 20 anni. “Il sistema di tutela è un incubo. Non voglio sposarmi, perché non voglio che un estraneo mi controlli. E’ solo schiavitù”.

Zahra, 25 anni. “Preferirei essere uccisa piuttosto che dare ad un uomo il diritto di abusare della mia vita”.

Reena, 36 anni. “Tu non hai potere sul tuo corpo. E questo rende difficile e irritabile ogni passo della tua vita. Tutto ciò che fai e che richiede impegno e tempo potrebbe semplicemente svanire in un secondo, se solo il tuo tutore lo
decide”.

Khadija, 42 anni. “E incredibile quanto si sia potuto raggiungere, nonostante tutte le restrizioni che ci sono imposte… Ora che più donne stanno lavorando, penso che ci saranno ulteriori cambiamenti. È inevitabile”.

Nonostante il velo, il réportage di Michela Fontana sulle donne dell’Arabia Saudita

Giulia.globalist – 15 giugno 2015 – redazione

Evvai!! L’immagine è sgranata, ma trasmette tutta la gioia che viene a questa donna dal gesto liberatorio con cui si disfa del nero sudario. Liberatorio del corpo, e dell’anima. Una gioia non soltanto personale, ma civile cioè collettiva, che coinvolge la famiglia della giovane siriana in fuga ed il futuro in cui abiterà il loro bambino. Quest’immagine è tecnicamente figlia del nostro tempo, scattata al volo, sovraesposta, ma con la stessa forza epocale del “repubblicano che cade” di Robert Capa.

Per capire come ci si attrezza a vivere dentro un carcere senza sbarre, fatto di tela ma anche di divieti e guardiani, e quali contraddizioni agitino le stesse “prigioniere”, ma anche quali connivenze ahinoi, conviene leggere il bel réportage sulle donne dell’Arabia Saudita di Michela Fontana “Nonostante il velo”. Leggi il resto »

No more abuse”, in Arabia Saudita la campagna contro la violenza sulle donne

di Irene Tuzi   2 maggio 2013

da Frontierenews.it

La King Khalid Charitable Foundation ha lanciato “No more abuse”, la prima campagna di sensibilizzazione verso la violenza domestica contro le donne saudite. Il manifesto, che raffigura una donna in niqab con un occhio livido, ha scatenato l’attenzione dei media internazionali in quanto è la prima volta che da un paese ultra conservatore come l’Arabia Saudita, in cui le donne subiscono continue limitazioni, parte un’iniziativa simile.

La Fondazione nasce nel 2001 da un’iniziativa della famiglia del defunto Re Khalid, che regnò in Arabia Saudita dal 1975 fino alla sua morte nel 1982. La campagna ha lo scopo di fornire “protezione legale per le donne e i bambini vittima di abusi in Arabia Saudita”, un fenomeno molto più diffuso di quanto si possa credere e, secondo quanto riferisce l’Huffington Post, ha già incoraggiato la segnalazione di casi di violenza nelle città di tutto il Regno: da Medina, a La Mecca, a Riad.

“Alcune cose non possono essere taciute”, recita lo slogan della campagna che ha l’intento di informare sulle violenze domestiche subite da donne e bambini. Secondo alcuni dati circa una donna su sei subisce ogni giorno in Arabia Saudita abusi verbali, fisici o psicologici da parte di uomini che nel 90% dei casi sono familiari, mariti, padri o fratelli. Inoltre, secondo una ricerca condotta dal “National Family Safety Program”, la maggior parte delle donne non sono consapevoli dei loro diritti e alcuni uomini violano gli insegnamenti religiosi seguendo abitudini aberranti e crudeli.

La campagna si inserisce nel programma riformista del Re Abdullah che negli ultimi anni ha voluto dare più spazio alle donne, almeno nella vita pubblica, concedendo loro il diritto di votare e di candidarsi alle prossime elezioni comunali del 2015, di partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012 e di andare in bicicletta, in un paese in cui alle donne non è permesso guidare né andare in macchina con chiunque non sia un parente.

Piccoli passi ma importanti per le donne saudite, che incontrano ancora gravissime limitazioni nella vita pubblica e privata e grandi restrizioni della libertà personale (basti pensare al sistema di GPS che monitora i loro spostamenti), esse non sono considerate in grado di intercedere per se stesse e si devono affidare al continuo appoggio del wali (tutore, che è generalmente il marito, il padre o il fratello). Piccoli cambiamenti che tuttavia lasciano ben sperare in un futuro in cui la parità dei sessi diventa una realtà anche in un Paese ultra conservatore come l’Arabia Saudita.