Decreto asili. Meglio che nulla, ma lontano dal necessario

In.genere   3 febbraio 2017   – Emmanuele Pavolini  Chiara Saraceno

L’analisi  dello schema di decreto sugli asili in discussione spiega perché i nidi non sono ancora uno strumento di pari opportunità per mamme e bambini

Lo Schema di decreto legislativo recante istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni (380) (articolo 1, commi 180, 181, lettera e), e 182, della legge 13 luglio 2015, n. 107 – trasmesso alla Presidenza il 16 gennaio 2017 – definisce chiaramente i nidi d’infanzia come servizi educativi a tutti gli effetti integrati alla scuola per l’infanzia, con l’obiettivo  di “garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali”. Si conferma così, e sperabilmente si consolida, un processo già ampiamente avviato, almeno nella maggioranza dei comuni delle regioni centro-settentrionali.

Perché l’obiettivo si realizzi occorre che si realizzino almeno due condizioni. La prima è il superamento della enorme disparità territoriale nei livelli di copertura –  dal 26% circa dell’Emilia-Romagna a meno del 2% della Calabria –  non compensati neppure dalla offerta privata, come mostra una recente indagine Istat[1]. Questa stessa indagine, inoltre, mostra che se si considerano i posti in strutture pubbliche, convenzionate e private si arriva ad un tasso di copertura pari a circa il 20%: un dato molto lontano dal (modesto) obiettivo del 33% che l’Unione Europea si è data all’interno della Strategia Europa 2020. La seconda condizione è l’accessibilità economica del servizio, non sempre agevole per le famiglie di ceto medio a doppio lavoratore che non rientrano tra coloro che hanno una retta scontata – e non possono permettersi le rette dei nidi privati nel caso frequente di mancanza di posti nel settore pubblico o convenzionato. A differenza delle scuole per l’infanzia, i nidi sono definiti servizi a domanda individuali, per i quali è richiesta la compartecipazione ai costi da parte dell’utente.

La scarsità dell’offerta, le differenze territoriali e i costi non sempre sopportabili contribuiscono sia a rafforzare le disuguaglianze nelle pari opportunità tra bambini e bambine sul territorio nazionale – fra Nord e Sud – e per classe sociale – sono soprattutto i figli delle classi medio-alte più che di quelle popolari ad accedere -, sia a far considerare il nido e servizi simili un servizio a bassa legittimità culturale, da utilizzarsi solo in caso di estremo bisogno o di mancanza di alternative famigliari. Tutto ciò rende difficile ai genitori, in particolare alle madri, conciliare la ricerca e il mantenimento di una occupazione in presenza di un bambino molto piccolo, con effetti negativi sia sulle decisioni di fecondità sia sulla permanenza delle donne nel mercato del lavoro e sul loro reddito a medio e lungo termine.  Leggi il resto »

Non ce la faccio, mi dimetto I veri motivi delle madri che lasciano il posto

Corriere della sera – La 27 ora  – 30 giugno 2015  -Alessandra Puato

La gestione delle responsabilità familiari e di crescita dei figli, prerogativa ancora prevalentemente femminile, continua ad avere riflessi sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro (la Relazione ministeriale)

Aziende addio, siamo mamme. Le donne-madri si sono dimesse di più dal posto di lavoro, l’anno scorso, rispetto al 2013 (+6%). E in particolare la risoluzione del rapporto ha riguardato chi aveva poca anzianità di servizio (meno di tre anni) e un solo figlio: i soggetti, probabilmente, più deboli. La motivazione prevalente? Tristemente prevedibile: «Incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole». Fra le difficoltà indicate, in testa c’è l’«assenza di parenti di supporto», segue il «mancato accoglimento al nido», ma anche il «mancato accoglimento della richiesta di part-time». Leggi il resto »

“Il Jobs Act non aiuta le madri”

Espresso Repubblica.it 8 giugno 2015
intervista di Francesca Sironi a Chiara Saraceno

Se sui diritti civili il Parlamento riparte, sulle politiche sociali non c’è innovazione. Bonus bebè e congedi, per come sono stati strutturati dal governo Renzi, non bastano. E la precarietà peggiora le speranze. L’analisi di una grande sociologa

«C’è una direzione chiara per rendere più plurale e libero il modello di famiglia. Ma sul piano delle politiche sociali non c’è alcuna inversione di tendenza». Parla Chiara Saraceno, sociologa e attenta osservatrice degli interventi sul welfare. Leggi il resto »

La ricetta vincente del nido per sconfiggere la crescita zero

La repubblica 6 giugno 2014 – CATERINA PASOLINI

Reggio Emilia, con i suoi asili nido modello, nasconde la ricetta vincente per l’Italia a crescita zero e per un futuro di successi dei suoi piccoli abitanti. «Avere scuole dedicate alla primissima infanzia facilita la decisione di avere figli, ma soprattutto il domani dei cittadini dipende da cosa fanno e dove trascorrono i primi mille giorni di vita». A spiegarlo convinta Daniela Del Boca, docente di economia politica a Torino, che da anni studia il rapporto e l’influenza dei nidi sulla riuscita nella vita e fa un appello: «Bisogna investire sul capitale umano il prima possibile, rende. E i nidi sono un buon progetto che aiuta ad evitare le disuguaglianze ma soprattutto crea adulti più aperti verso il mondo, capaci di prendere voti migliori a scuola e avere lavori più remunerativi rispetto a chi è rimasto a casa fino a 3 anni». Leggi il resto »

Subito al nido e aiuti alle famiglie Ecco i Paesi a misura di bimbo

di Elena Tebano – Corriere della sera 20 novembre 2013

«Abbiamo bisogno di asili nido più che di strade. Sono le vere infrastrutture per costruire il futuro». Raffaela Milano, direttore del programmi Italia-Europa di Save the Children , non lascia dubbi. Nel giorno in cui il mondo celebra i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, la classifica dei Paesi migliori per i bambini — stilata dalla sua associazione sulla base degli indici Eurostat — lascia sgomenti: l’Italia è penultima in Europa. Dopo c’è solo la Bulgaria. Se si considerano le singole voci (12 in tutto, che misurano dall’istruzione alla povertà), il nostro Paese si piazza per 7 volte oltre il ventesimo posto. I bimbi italiani hanno ben poco da festeggiare. Leggi il resto »