Nel nome della madre le leggi lasciate a metà

 

La Repubblica         10 dicembre 2017   Maria Novella De Luca

Sono quasi tutte leggi “nel nome della madre”.
Probabilmente resteranno incagliate nella corsa di fine legislatura, superate da norme più urgenti, più utili o meno scomode. Ma quello che colpisce è il loro comun denominatore: la madre.
E la particolarità è che si tratta di leggi dimenticate dalla politica ma spesso già in vigore attraverso le sentenze dei tribunali, della Cassazione, addirittura della Corte Costituzionale.
Prendiamo il caso più clamoroso: il cognome della madre. In commissione Giustizia del Senato “dorme”, ormai da tre anni, la legge approvata a Montecitorio nel 2014 che prevede per i genitori la possibilità di dare al figlio il cognome materno o il cognome paterno o entrambi.
Ma nel novembre del 2016 una sentenza della Corte Costituzionale, presidente Giuliano Amato, ha affermato che “è incostituzionale la norma che vieta ai genitori di poter attribuire al figlio oltre al cognome del padre anche quello della madre”.
Dunque nei fatti oggi in Italia, oltre all’iter già previsto davanti al prefetto, è possibile grazie alla Consulta attribuire il doppio cognome. Ma non poter scegliere di mettere soltanto il nome della madre, come sarebbe davvero paritario e come prevede infatti la legge dimenticata al Senato.

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Doppio cognome ai neonati, chiarimenti e prime indicazioni operative

Dal sito del Ministero dell’Interno

E’ on line la circolare del Dipartimento per gli affari interni e territoriali ai prefetti diramata a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 286 del 21 dicembre 2016, che ha accolto la questione di legittimità sul tema

E’ illegittima la norma che impone l’attribuzione automatica ed esclusiva del solo cognome paterno. I neo genitori, quindi, possono ora attribuire al loro figlio, di comune accordo, il doppio cognome  – paterno e materno – al momento della nascita. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale.

Per rispondere alle richieste di chiarimento pervenute finora, la Direzione Centrale per i Servizi Demografici del Dipartimento per gli affari interni e territoriali ha trasmesso ai prefetti una circolare con le indicazioni operative e i chiarimenti interpretativi sulle prime questioni emerse dopo la pronuncia della Corte.

Tra i punti salienti della circolare è chiarito che:

•  il cognome della madre dovrà essere posposto, e non anteposto, a quello paterno;

•  l’attribuzione “anche” del cognome materno al nuovo nato riguarda tutti gli elementi onomastici dei quali sia eventualmente composto il cognome stesso;

•  le novità in esame trovano applicazione per gli atti di nascita che si formano dal giorno successivo alla pubblicazione della citata sentenza, avvenuta il 28 dicembre 2016.

qui la circolare

“Basta con il cognome del padre”. La Consulta decide sull’ultimo tabù

La Repubblica 6 novembre 2016   –  Maria Novella De Luca

Martedì  l’udienza sul ricorso di una coppia che voleva dare al figlio anche il nome della madre, scelta fino a oggi impossibile

ROMA. L’hanno chiamata la “battaglia del cognome materno”, se ne discute da 40 anni, ma finora le donne hanno sempre perso. Quando nasce un bambino, in Italia, qualunque sia la volontà dei genitori, il suo cognome sarà sempre e soltanto quello del padre. Pater familias. Sangue e discendenza. Così, nei secoli. Come se il diritto al “nome della madre”, nonostante migliaia di ricorsi, e una sentenza contro l’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, fosse qualcosa di superfluo, non fondamentale, insomma rinviabile. E la legge che finalmente sancisce la possibilità per i figli ad avere entrambi i cognomi, approvata alla Camera nel 2014, langue da due anni nei cassetti del Senato. (L’unico modo per ottenere il doppio cognome è quello di fare richiesta al Prefetto, come si fa, ad esempio, quando il proprio cognome è ridicolo o offensivo. Ma la concessione è, appunto, a discrezione del Prefetto).

Tra due giorni però la Consulta dovrà tornare ad esprimersi sulla “battaglia del nome materno”, con una sentenza che potrebbe definire incostituzionale l’attuale “automatismo” della nostra legge, per cui ad ogni bambino viene imposto, di prassi e senza appello, il nome del padre. Un tema che tocca radici profonde, al di là dell’aspetto burocratico, il senso di identità e la parità, e forse per questo è oggetto di tanta resistenza. Eppure già in una sentenza della Corte Costituzionale del 2006, il sistema attuale veniva definito “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con il valore costituzionale dell’uguaglianza uomo donna”. Anche se, in quel caso, la Consulta aveva poi concluso che toccava al Parlamento riscrivere la legge per superare quella discriminazione. Sono passati dieci anni e praticamente nulla è accaduto.

Il caso che potrebbe finalmente attuare la rivoluzione del cognome materno, nasce dal ricorso di una coppia italo-brasiliana residente a Genova, che aveva chiesto di poter registrare il proprio bambino con il doppio cognome. Sia in virtù di un concetto di parità, ma anche per armonizzare la condizione anagrafica del piccolo, che ha la doppia cittadinanza, tra il Brasile dove è identificato con il nome materno e paterno, e l’Italia dove ha soltanto il cognome del padre. Ma la richiesta della coppia, assistita dall’avvocata Susanna Schivo, era stata respinta, per quella “norma implicita” secondo la quale ai figli nati nel matrimonio va attribuito soltanto il cognome paterno. (Diverso il caso delle coppie di fatto, dove il bimbo se non viene subito riconosciuto dal genitore, ha automaticamente il nome della madre).

“È incredibile che l’Italia sia così indietro su questi diritti, l’inerzia delle istituzioni dimostra quanto il patriarcato sia ancora profondo nel nostro paese”, spiega Antonella Anselmo, avvocata e componente della “Rete per la parità”, associazione fondata da Rosa Oliva, prima donna prefetto in Italia. “La Consulta deve dichiarare incostituzionale la discriminazione della madre nell’attribuzione del cognome. È un fatto di enorme portata simbolica ed educativa. Come possiamo insegnare ai giovani la parità, il rispetto dei generi, se comunque lo Stato alla nascita li identifica soltanto con il nome del padre? E l’Italia è rimasta tra gli ultimi paesi in Europa a difendere questo baluardo di maschilismo…”. Sappiano che la forma è sostanza. Ma le resistenze sono forti. Basta ripercorre l’incredibile storia parlamentare delle dieci proposte di legge mai approvate, e dei tanti interventi di deputati (maschi) che invocavano in aula il “diritto del sangue”, o l’identificazione della famiglia con il padre.

In realtà, invece, le battaglie di tante coppie per il doppio cognome sono state spesso portate avanti in assoluta armonia tra entrambi i genitori. Come nel caso, famoso, di una coppia milanese, Luigi Fazzo e Alessandra Cusan, che alla nascita della loro prima figlia Maddalena, chiesero di poterla registrare con i nomi materno e paterno. “Naturalmente ci risposero di no”, ricorda oggi Luigi Fazzo, avvocato, “ma dopo quel “no”, noi abbiamo continuato a combattere in nome di un diritto civile, che ci ha portato fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo”. Si deve infatti alla tenacia di Luigi Fazzo e Alessandra Cusan se nel 2014 Strasburgo ha condannato il nostro paese, accusato di “violare il divieto di discriminazione tra uomo e donna”, con la normativa che impedisce la trasmissione del cognome materno e impone quello paterno. Una condanna così netta che il Parlamento ha finalmente votato nel 2014 una legge,oggi arenata al Senato. “Quella battaglia noi l’abbiamo persa – dice Fazzo – e così abbiamo dato ai nostri tre figli il doppio cognome per via amministrativa. Ma è evidente che la legge deve cambiare, l’Italia su questo fronte è ormai f uori tempo massimo”.

Cognome della madre, la legge si blocca alla Camera.

L’Huffington Post 17 luglio 2014 – Laura Eduati

La relatrice Michela Marzano: “Tradita dai maschilisti nel Partito democratico

Michela Marzano, deputata-filosofa del Partito democratico, è furiosa: “Mi sento tradita dal partito”. Non solo: “Se alcuni parlamentari democratici sono contrari al cognome materno ai figli allora dovrebbero chiedersi cosa ci stanno a fare nel Pd”. Leggi il resto »

Il Cognome della madre nell’evoluzione normativa e giurisprudenziale

AVV. MICHELA QUAGLIANO – Ordine Avvocati di Torino

Nell’attuale normativa il cognome è parte integrante del “diritto al nome” che, disciplinato dall’art. 6 c.c. al titolo I “Delle persone fisiche” del primo libro, rientra all’interno del più generale “diritto alla personalità”.
Dunque il nome*, secondo quanto previsto dall’art. 6 comma 1 c.c., viene attribuito alla persona “per legge” e ciò perché, solo attraverso il suddetto diritto, si realizza il pieno sviluppo e riconoscimento dell’identità individuale (prenome o nome) e sociale (cognome). Leggi il resto »