#8Marzo: il «carico mentale» delle donne e quel welfare che si poggia sul lavoro di cura non retribuito – I dati

Open 8 marzo 2020 – Giada Ferraglioni

Foto in copertina di Vincenzo Monaco per Open

È il giorno dei diritti della donna, per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche e continuare a combattere contro discriminazioni e violenze. Ma qual è la situazione nel lavoro di cura?

«Take a load off, Fanny», cantavano i The Band nel 1968 nella famosissima «The Weight» (nell’album Music From Big Pink). «Liberati di un carico, Fannie». Oggi, nel giorno della ricorrenza dedicata alle rivendicazioni dei diritti delle donne, parlare del «carico mentale» che riguarda le donne di tutto il mondo è un tema più attuale che mai. Perché è questo il punto di partenza per poter pensare una società che dia a tutti e tutte gli stessi strumenti per vivere la propria vita.

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Il carico mentale delle donne

La Repubblica 21 febbraio 2020 di Michela Murgia

Arriva in Italia con Laterza il libro a fumetti della vignettista francese Emma, “Bastava chiedere! Dieci storie di femminismo quotidiano”. Qui la prefazione della scrittrice italiana.

Sono stata cresciuta da due famiglie che, in sequenza, si sono occupate della mia crescita e della mia formazione, ciascuna con i suoi mezzi. Nonostante il fatto che una delle mie due mamme facesse un lavoro imprenditoriale che la portava fuori casa e l’altra fosse una casalinga, entrambe erano sposate a uomini che non avevano idea di dove fossero riposte le loro mutande.

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Nessuna tocchi le altre: contro il femminismo che esclude

di Femministerie 17 febbraio 2020

Siamo preoccupate e arrabbiate, dopo la lettura del documento In radice: 8 marzo per l’inviolabilità del corpo femminile, firmato e diffuso da Arcilesbica, insieme ad altre associazioni e singole femministe italiane.

Innanzitutto, il tono perentorio, aggressivo, che procede per affermazioni definitorie e per decreti d’esclusione, è una pratica che rifiutiamo e che, come femministe, non ci appartiene. Il femminismo è, per noi, relazione e pratica di riconoscimento dell’altra. E non possiamo accettare una visione che identifichi come suo primo compito quello di tracciare confini, per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Soprattutto, quando questa sorveglianza dei confini serve a escludere non soggetti dominanti, come nella pratica storica del separatismo, ma minoranze gravemente discriminate ed esposte a violenze, sia in famiglia che nella società.

Le donne trans sono nostre sorelle e compagne di battaglie. Davvero qualcuna può ergersi a giudice e decidere chi è degna e chi ha requisiti per appartenere al femminismo?

Come ha scritto Lea Melandri commentando la vicenda, “considerare donne come titolari di diritti solo chi nasce con una vagina, cioè sulla base del dato biologico e non sul vissuto e la storia che ha interessato quel corpo, vuol dire ricalcare il determinismo biologico su cui è nata la rappresentazione maschile del mondo: un patriarcato sessista e razzista.”

Ci chiediamo se sia lo spirito del tempo a portare persino una parte del femminismo a questa deriva escludente e a questa smania definitoria, che attraverso la negazione dell’altra pretende di rivendicare una presunta integrità e purezza identitaria.

Se di corpo vogliamo parlare – e noi ne vogliamo parlare – non è per farne di nuovo una “essenza immutabile”, doloroso e miope paradosso in cui questo manifesto sull’inviolabilità mostra di cadere. Tantomeno crediamo che il corpo sia una zavorra di cui liberarsi, rincorrendo un universalismo neutro che rischia anch’esso di farci fare un passo indietro. Per noi è necessario tenere insieme l’esperienza del corpo e la possibilità di significarlo liberamente: un conto è la coscienza del limite, un altro è tornare al corpo come destino.

Di quale “inviolabilità”, dunque, stiamo parlando? Di quella che abbiamo rivendicato come autodeterminazione, e che implica che il corpo delle donne non è a disposizione di altri soggetti all’infuori e al di sopra della sua volontà? Oppure anche qui l’inviolabilità serve a recuperare quella visione bio-determinista che ci blocca in una presunta “natura” fissa e immodificabile?

La battaglia da fare non è quella per la difesa di una identità femminile e femminista in opposizione a quella delle donne transessuali. Non è escludendo e ponendo divieti che il femminismo si mostrerà all’altezza delle sfide di questo tempo. Il confronto alto di cui abbiamo tutte bisogno non può prescindere dal dialogo, dall’ascolto, dal dibattito – anche acceso – tra tutte le soggettività che lo attraversano.

E se il titolo di questo manifesto, come ci sembra, intende evocare una delle più grandi opere della filosofia del Novecento, quella di Simone Weil, ci sentiamo allora di rispondere con le sue stesse parole: Lei non m’interessa. Un essere umano non può rivolgere queste parole a un altro essere umano senza commettere crudeltà e ferire la giustizia” (La persona e il sacro).

E tale per noi è questo manifesto: crudele e ingiusto.

Articolo di Femministerie

Il femminismo è uno dei fronti della lotta di classe

Jacobin Italia – Nancy Fraser Rebeca Martinez 2 Settembre 2019

Gente come Hillary Clinton ha macchiato il nome del femminismo, associandolo al neoliberismo. Per Nancy Fraser, femminismo vuol dire rovesciare il potere delle corporation, non dare loro un volto femminile

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita di un movimento femminista working class, dalle proteste globali contro la violenza domestica e le molestie sul luogo di lavoro fino agli scioperi di massa che hanno caratterizzato l’8 marzo in Spagna, Polonia e oltre. Eventi che ci parlano di un femminismo anti-sistemico, capace di andare oltre la variante liberale e individualistica promossa da gente come Hillary Clinton.

Un’espressione di questa nuova ondata è il manifesto Femminismo per il 99% (Laterza, 2019). Le autrici insistono sul fatto che il femminismo non sia un’alternativa alla lotta di classe, ma rappresenti invece un fronte decisivo nella lotta per un mondo libero dal capitalismo e da tutte le forme di oppressione.

Nancy Fraser è co-autrice del manifesto, insieme a Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya. Rebeca Martínez di Vientosur ha parlato con lei del libro, della sua critica al cosiddetto «liberalismo progressista», e della sua idea di un femminismo che metta la voce delle donne working class e razzializzate al centro della scena.

Cos’è esattamente il Femminismo per il 99%, e perché scrivere oggi un manifesto del genere?

Un manifesto è uno scritto breve che si vorrebbe non accademico, ma popolare e accessibile. L’ho scritto insieme alla femminista italiana Cinzia Arruzza, che vive a New York, e a Tithi Bhattacharya, donna anglo-indiana che insegna negli Stati Uniti.

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La regina nera dell’altra America

La Repubblica 7 agosto 2019 di Roberto Saviano

Resistere o cadere la lezione a un mondo tornato razzista

Toni Morrisonè in pace. Se ne va da un mondo caduto nuovamente nella trappola razzista. Lascia un’America inebetita, stanca, sporca di sangue, se ne va proprio quando la sua voce diventava ossigeno necessario. Era stata educata da una tragedia, proprio così. A due anni i suoi genitori non riuscivano a pagare l’affitto di casa e il proprietario diede fuoco all’appartamento. Ma non fu la tragedia a educarla né a segnarla, tutt’altro. La reazione dei genitori a quelle fiamme: scoppiarono a ridere. Non perdevano nessun bene prezioso, avevano avuto salva la vita, e in più mostravano alla figlia quanta idiozia c’è nella pervicacia dei crudeli, nella crudeltà delle persone. La vita prima di tutto e poi proteggere la propria dignità, questo Toni Morrison ricordava di quelle risate.La sua scrittura traccia una morale imperativa e immanente, nessuna trascendenza o speranza ultraterrena: non puoi aspettare che il mondo diventi giusto per trovare una dimensione di felicità e giustizia. Per essere più chiari, i tribunali continueranno a condannare innocenti ma tu puoi scegliere di credere alle vittime, i governi trufferanno ma tu puoi decidere di non essere sommato al grande numero degli elettori truffati, puoi scegliere di provare a vivere per quel che puoi già con regole diverse dallo schifo di mondo in cui vivi. I protagonisti dei suoi libri resistono. Non aspettano aiuto, scelgono. O reagisci o soccombi, non c’è altra strada. Questo sarebbe il titolo che potrebbe abbracciare tutti i suoi romanzi. La schiavitù non ti rende un’anima buona, il pregiudizio non ti aiuta a vivere con saggezza.

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