CHIAMATECI ARCHITETTE di Cristina Obber

Lettera Donna – ELLE  21 novembre 2017     Cristina Obber

Declinazioni al femminile, il network di Rebel        –      Architette

A Bergamo sono riuscite a ottenere dall’Ordine il timbro con la dicitura al femminile, grazie all’impegno di Francesca Perani. Le resistenze sono ancora tante, ma vanno combattute. Perché le parole ci dicono chi siamo.

Nell’aprile 2014 la frase «il ministro Madia ha partorito» fece sorridere molti quando ne titolarono i giornali, ma ci fa capire quanto ancora la narrazione del lavoro delle donne risulti paradossale.
Chi resiste al cambiamento in atto nell’uso della grammatica corretta per identificare le professioni al femminile (ministra, ingegnera, avvocata ecc.) adduce spesso motivazioni linguistiche, senza sapere che proprio dalla più antica e prestigiosa istituzione linguistica italiana ci arriva la sollecitazione al cambiamento. È infatti dall’Accademia della Crusca (che raccoglie i maggiori esperti di linguistica e filologia della lingua italiana ed è riconosciuta a livello internazionale) che giungono le sollecitazioni a riflettere sulla declinazione al femminile delle professioni, in linea con le istanze sociali che chiedono linguaggi più rappresentativi e rispettosi delle donne.

LE ISTITUZIONI SI IMPEGNANO

Anche le istituzioni stanno rispondendo al cambiamento culturale in atto, nominando le donne nei loro ruoli con correttezza: consiglierasindacaassessora, stanno entrando nel linguaggio verbale ma anche nei protocolli, le circolari, i comunicati degli uffici stampa. Nel 2015 in Piemonte, su mozione della consigliera comunale Laura Onofri, si è aperto un percorso che ha coinvolto amministrazione, città metropolitana, Regione e Università e che ha portato alla Carta di intenti Io parlo e non discrimino, rivolta non solo agli enti ma anche alle aziende e ai soggetti privati «che vogliano impegnarsi in questo importante cambiamento formale», si legge nel testo; hanno attuato il linguaggio di genere «negli atti, nella documentazione, nella modulistica e nella comunicazione», in linea con le direttive ministeriali del 2007 del ministero delle Pari opportunità. Leggi il resto »

La potenza delle parole al femminile – Una risposta al giornalista Federico Taddia

di Manuela Manera  

Dottoressa di Ricerca in Liguistica, Università degli Studi di Torino e componente del Comitato SeNonOraQuando? Torino

La potenza delle parole al femminile : inizia così un articolo di giovedì 9 novembre 2017 sul quotidiano La Stampa, a firma Federico Taddia. È un articolo dal bel titolo, e con un incipit che lascia ben sperare.

Vado a pagina 21 e proseguo nella lettura: «E lei, con la semplicità e l’assenza di filtri che solo a nove anni hai, con il ditino alzato perché ha capito che stava facendo una piccola lezione a un adulto, mi ha espresso il suo pensiero tutto d’un fiato: “Ma no, sbagli. Io anche se sono una bambina, mi puoi chiamare bambino: sono i bambini che non puoi chiamare bambine”». Wow, fantastico, penso. Ora il giornalista spiegherà quanto introiettato è il cosiddetto maschile “neutro” (o inclusivo).

E invece no. Continua poco sotto dicendo che lui ci si è provato a «scalfire l’assoluta certezza di Sofia», ma «lei si sentiva bambina, appartenente alla categoria dei bambini». Ok, ci siamo: ora il giornalista spiegherà quanto introiettato è il cosiddetto maschile “neutro” (o inclusivo), bene. E invece commenta subito «Tutto normale, certo»… scusa, in che senso è da intendere questa frase? È normale nel senso che è diffuso questo uso, non nel senso che sia “normale” che io donna mi nomini al maschile vero?… Ora chiarisce di certo, proseguo speranzosa a leggere: «Tutto normale, certo. Ma indicativo nel nostro chiacchierare quotidiano. Le parole non sono solo un suono. Le parole creano identità. Contenuto. Differenze. E pregiudizi. Le parole non sono neutre e i linguisti ben lo sanno». Esatto, bravo… avevo temuto, non si capiva bene l’argomentazione dove volesse andare a parare e invece… Leggi il resto »

Il LINGUAGGIO di GENERE negli ATTI GIUDIZIARI in ITALIA ed in EUROPA

COMMISSIONE PARI OPPORTUNITA’ ORDINE AVVOCATI TORINO

Il LINGUAGGIO di GENERE negli ATTI GIUDIZIARI in ITALIA ed in EUROPA

EVENTO FORMATIVO DI LIVELLO SPECIALISTICO

OBIETTIVO: Promuovere una più rispettosa cultura per l’uso corretto del linguaggio, con particolare riguardo al principio di non discriminazione di genere, nella stesura dei provvedimenti dell’Autorità giudiziaria e degli atti giudiziari per le parti.

24 ottobre 2017 MAXI AULA 2

h. 14.30/17.30 ingresso 15– seminterrato Palazzo di Giustizia – Torino

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La Città di Torino ha approvato le Linee Guida per un utilizzo non discriminatorio del linguaggio

Ci fa molto piacere che la Città di Torino abbia approvato le Linee Guida per un utilizzo non discriminatorio del linguaggio in base al genere nell’attività amministrativa creando così uno strumento di consultazione e di autoformazione per tutte/i le/i dipendenti che, da oggi, dovranno adottare un linguaggio rispettoso del genere nella modulistica, nelle pagine web e in qualunque altro documento e atto ammininistrativo.

E’ un riconoscimento del nostro lavoro iniziato nel marzo del 2015 quando lanciammo la campagna “Donne con la A” accolto e portato avanti  dalla precedente amministrazione Fassino  che aveva coinvolto  un gruppo di esperti per riformare il linguaggio dell’amministrazione eliminando qualsiasi forma  di discriminazione di genere e che era approdata ad una carta d’intenti  “Io parlo e non discrimino” in cui la Città di Torino si  faceva  promotrice, insieme ad altre amministrazione del territorio (la Città Metropolitana di Torino, la Regione Piemonte, il Consiglio Regionale del Piemonte e l’Università degli Studi di Torino)  ad adottare linee guida che permettessero di eliminare forme di discriminazione di genere negli atti, nella documentazione, nella modulistica e nella comunicazione e nel contempo che sensibilizzassero tutti e tutte su questo tema.

Ora, con l’approvazione delle linee guida,  siamo ad un buon punto del percorso, che però dovrà continuare anche con atti concreti che promuovano il linguaggio non sessista su tutto il territorio!

Architects in Italy can now use the profession’s female form – here’s why that matters

The local.it  –  Italy’s news in English                              di Rachael Martin

Three women architects from Bergamo have gained the right to use the female form of ‘architect’ on their professional stamp. Contributor Rachael Martin spoke to the women behind the campaign about what the landmark decision means to them.

“Architecture is a very male environment that has strong links with the building world,” explains Francesca Perani, adding that only three out of ten architects in Italy are women and that it can be hard to progress in the male-dominated field.

Together with fellow architects Silvia Vitali and Mariacristina Brembilla, Perani campaigned for several months to be able to call herself ‘architetta’ rather than the male form, ‘architetto’.

Their request was accepted by the Order of Architects in Bergamo, Lombardy in March, and from Thursday, they – together with other women in the profession – will be able to use the female form in their professional stamp.

For Perani, the introduction of an equivalent word in Italian was more than a simple question of semantics.

“It’s an important evolution, because it gives us our identity as professionals,” she says. “When I was at university, there were no female teachers of design – not just in Italy, but also when I studied abroad.

“But in London, I had a female director who was very supportive of other women, and that was very important for me. Young women today need to see that there are women in the field, women who are promoting their work, not just for themselves but to provide positive role models for new generations.”

Perani co-founded Archidonne, a group for women architects in 2010, which has worked with the Order of Architects to create an equal opportunities committee in 2013, in order to promote equal treatment of men and women within the profession. She says that while women architects typically graduate from university with higher marks and in less time than men, they often find it difficult to progress once they begin work.

The three women. Photo: Francesca Perani

Even when choosing the name for the group, ‘Architette’ felt like “a step too far”, Perani explained, so they opted for ‘Archidonne’ – a hybrid of ‘architetti’ (architects) and ‘donne’ (women).

However, she’s hopeful that the term will now become common parlance. “Just as it was difficult for people to use assessora (councillor) and sindaca (mayor) at first, it’s the same for architetta. They’ll get used to it,” she said.

Laura Onofri, one of the founders of equal opportunities movement SeNonOraQuando? (If not now, when?), agrees.

“One of the factors that can change the patriarchal cultural models within our country is language,” she says. “It isn’t a case of whether a word ‘sounds right’ or not. It’s about using the right words to define people and circumstances in a way that is not only correct but is equal.”

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