‘Pentirsi di essere madri’: in un libro il racconto delle donne che vorrebbero tornare indietro

Il Fatto Quotidiano 13 aprile 2017                     Sara Beltrame

Non sono contro la maternità, non sono contro le madri e soprattutto non sono contro i bambini”, premette Orna Donath, giovane sociologa autrice del volume. Rincorsa dalle polemiche ad ogni presentazione, è attesa in Italia il 22 aprile: “Ci hanno promesso che essere madri sarebbe stata la miglior della vita o l’unico modo per sentirci davvero “donne complete”, ma la realtà è ben diversa

Orna Donath, giovane sociologa israeliana, è l’autrice di “Pentirsi di essere madri” (Bollati Boringhieri Editore) e presente in paesi come Spagna, Germania e Stati Uniti. Sarà in Italia per presentarlo a Tempo di Libri – la nuova Fiera dell’Editoria Italiana – sabato 22 Aprile alle 14.30, accompagnata da Serena Marchi, Michela Murgia e Veronica Pivetti.

Il libro è il risultato di uno studio sociologico compiuto tra il 2008 e il 2013, in cui l’autrice è entrata in contatto con 23 donne ebree israeliane d’età compresa tra i 26 e i 73 anni, madri e a volte nonne, disposte a dichiarare di essersi pentite di essere madri. Leggi il resto »

Così le aziende scoprono che la maternità è un punto di forza

Corriere della sera La 27 ora     –   26 ottobre 2016      Rita Querzè

 

“Che fortuna, ho appena avuto un figlio. E grazie alla maternità adesso farò passi avanti anche sul lavoro”. In un mondo perfetto – secondo Riccarda Zezza, amministratore delegato di Maam U, è proprio così che dovrebbe andare. Per questo l’imprenditrice – già promotrice della non profit Piano C ¬ coworking a Milano per le donne che vogliono lavorare avendo i figli nella stanza accanto – si è inventata un pacchetto di welfare per le aziende che non vogliono rinunciare al coinvolgimento delle dipendenti, anche quando diventano mamme. Iniziativa meno temeraria di quanto potrebbe sembrare.

Corso online anche per i papà

Perché in realtà le aziende interessate ci sono, eccome. Prendiamo un caso concreto: la multinazionale Unilever. Nell’ambito del cinquantesimo anniversario di presenza di Unilever in Italia, l’azienda sta spingendo ancora di più sulla sostenibilità, intesa anche come misure per andare incontro al benessere delle persone. In particolare, attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro e facilitazioni come la sala allattamento. Da ottobre, poi, in Unilever è partito Maam U. Il programma consiste in un corso online che l’azienda può acquistare per licenza. Sottoposto alle proprie collaboratrici in congedo (ma è disponibile anche per i neopapà) Maam U trasforma l’assenza in un master che mette a fuoco e rafforza le competenze di relazione, cura, empatia e gestione della complessità.

L’aumento della natalità in azienda

“In Unilever Italia sono donne il 40% dei dipendenti e il 52% dei nuovi assunti. L’ufficio del personale dell’azienda snocciola con orgoglio i numeri del coinvolgimento femminile: “In media da noi le dipendenti sfruttano sette mesi di congedo per maternità (compreso quello obbligatorio) contro una media nazionale di 11 mesi. Inoltre l’abbandono del lavoro dopo la nascita del primo figlio è limitato all’1% delle dipendenti contro. Il 22% dei dipendenti è donna”. “Unilever dà la possibilità di lavorare fuori ufficio e la piena flessibilità di orario nell’arco della giornata – racconta Angelo Trocchia, presidente e ad di Unilever Italia -. Gli effetti immediati sono un aumento della natalità in azienda (1,5 figli delle dipendenti Unilever contro l’1,3 della media italiana) e una più breve fruizione del periodo di maternità facoltativa rispetto a quello previsto in Italia. Riscontriamo che anche semplici iniziative come il nostro welcome mom’s pack o la sala allattamento in azienda possono essere un buon supporto per le mamme e con maam U vogliamo offrire un’ulteriore possibilità di crescita per valorizzare le loro nuove competenze acquisite durante il congedo”.

L’attacco di Leadsom a May sui figli, se le donne perpetuano gli stereotipi (e si fanno male)

Corriere della sera – La 27 ora – 10 luglio 2016 – Maria Silvia Sacchi

Le donne per prime non voglioni rinunciare al “potere” della maternità. Ma generare una vita non rende per forza migliori. Ci sono cattive madri e cattivi padri. Saper accettare i limiti è una forza

L’attacco di Andrea Leadsom (a destra nella foto) e Theresa May, che non potrà essere migliore di lei alla guida del governo inglese perché May non ha avuto figli al contrario di Leadsom che ne ha tre, dice molte cose importanti su cui è necessario riflettere.

La prima è che sono le donne per prime ad avvalorare quell’equazione donna=mamma che poi inchioda tutte le altre al tema della maternità. È il ragionamento che sta alla base del diverso tasso di occupazione femminile nel mondo, e in particolare in Italia dove ha un lavoro retribuito (cioè fuori casa) meno di una donna su due. Se sei donna, sarai mamma, quindi farai fatica a dedicarti al lavoro con tutta la tua dedizione (tranne casi sporadici), quindi ti offro un posto di lavoro e uno stipendio inferiore. Ma se le donne guadagnano meno degli uomini quando nasce un figlio saranno loro a restare a casa per occuparsene (un quarto si dimette dal lavoro per questo). Insomma, un circolo vizioso che non si riesce a interrompere.
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La penalizzazione delle madri nel mercato del lavoro italiano: un confronto fra coorti

di Michele Lugo, 13 novembre 2015, da www.neodemos.info

Le donne italiane e il mercato del lavoro

In Italia, rispetto al resto dei Paesi occidentali, la condizione delle donne sul mercato del lavoro è particolarmente negativa. Il tasso di occupazione femminile (fra i 20 e i 64 anni) è di poco superiore al 50%, molto basso rispetto alla media europea (che nel 2014 era del 63,5%) e la sua già lenta crescita sembra essersi interrotta (Eurostat 2015). Lo svantaggio delle donne italiane, pur coinvolgendo anche le donne senza figli, è particolarmente forte per le madri: il numero di donne che escono dal mercato del lavoro in seguito alla nascita di un figlio è stimato tra il 20% e il 25% (Casadio et al. 2008; Gutierrez-domenech 2005), nella maggior parte dei casi l’interruzione della carriera lavorativa delle madri non è temporanea come accade in altri Paesi occidentali – Germania, Regno Unito o Stati Uniti – ma permanente. Leggi il resto »