Il sessismo si combatte anche in Rai

Laura Onofri

La notizia che la Rai sospende Fulvio Collovati per due settimane per le “frasi sessiste” pronunciate in diretta a “Quelli che il calcio”, mitiga solo in parte l’indignazione che certe affermazioni producono e il “male” che fanno a livello culturale ed educativo, considerato il gran numero di telespettatori e telespettatrici, anche giovani, che assistono al programma.

Ci chiediamo come sia possibile che  una persona, che nel 2019 fa queste affermazioni,: “Le donne non possono parlare di tattica, quando sento che lo fanno mi si rivolta lo stomaco”“Le donne non capiscono come gli uomini. Le calciatrici? Qualcosa sanno, ma non al 100%” possa ancora essere invitata e pagata dal servizio pubblico non solo a commentare le  partite (perchè forse sarebbe meglio che ci si limitasse a questo), ma a dare giudizi su aspetti e temi sociali in cui dimostra di non sapersi assolutamente approcciare.

Perchè non mi si venga a dire, come fa Massimiliano Parente, oggi sul Giornale.it che si lede la libertà di espressione e di pensiero;  perchè di questo passo sdoganiamo tutto: anche invitare in un programma televisivo chi inneggia allo stupro, o alla violenza! La Rai è un servizio pubblico e ha anche  intrinsecamente un ruolo educativo e proprio per questo deve scegliere e monitorare chi  interviene nei suoi programmi e si rivolge ad una platea varia ed eterogenea di persone e vista la fascia in cui vanno  in onda molte trasmissioni, anche di bambine/i e adolescenti.

E poi allora perchè scusarsi? Se il suo pensiero è legittimo e non offende nessuno, non c’era bisogno di scuse.

Il machismo, la misoginia sono difficili da abbattere e sappiamo quanto influiscano nel rendere una società non paritaria e discriminante. E’ la cultura che deve cambiare, altrimenti non faremo passi avanti e il cambiamento passa anche dal rilevare e non minimizzare comportamenti e frasi sessiste come quelle di Collovati.

 

Lo spot Gillette pro #MeToo fa infuriare gli attivisti di destra

Lettera Donna  15 gennaio 2019

Il nuovo messaggio pubblicitario dell’azienda produttrice di rasoi si scaglia contro la mascolinità tossica. E a favore di un modello di uomo meno stereotipato. Facendo insorgere le associazioni conservatrici.

Il nuovo spot Gillette esce dai tradizionali canoni dell’uomo che non deve chiedere mai e strizza l’occhio al movimento #MeToo, scagliandosi contro la masconilità tossica e un modello che pare aver fatto il suo tempo. Ma l’iniziativa del brand che produce e commercializza rasoi è finita nel mirino di associazioni conservatrici e politici di destra che, negli Stati Uniti, hanno invitato al boicottaggio dell’azienda. La colpa? Diffondere uno stereotipo maschile fasullo e che risulterebbe a sua volta sessista.

STEREOTIPI NOCIVI E DA SOVVERTIRE

La pubblicità riprende lo storico slogan di Gillette “Il meglio di un uomo” e lo sovverte, lasciando intendere che il meglio di uomo è proprio ribaltare quel modello, riconoscendo che gli stereotipi connaturati alla mascolinità tossica (aggressività, scarsa empatia, repressione di vulnerabilità) sono nocivi per gli uomini stessi.

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Condannato il sindaco che offese con insulti sessisti Boldrini

Si è’ concluso oggi il processo che vedeva imputato il sindaco leghista Matteo Camiciottoli e parte offesa l’onorevole Laura Boldrini; il sindaco di Pontrinvea è stato ritenuto responsabile del reato di diffamazione per aver pubblicato su Facebook  un post in cui si augurava che i responsabili dello stupro avvenuto in spiaggia a Rimini nell’estate del 2017 fossero mandati ai domiciliari a casa di Laura Boldrini così le avrebbero fatto ritornare il sorriso.

Il Giudice di Savona ha condannato il Sindaco alla pena della multa di euro 20.000, nonché al risarcimento del danno subito dalla parte offesa e dalle cinque Associazioni, tra cui SeNonOraQuando? Torino, che si occupano dei diritti delle donne, già ammesse quali parti civili, oltre alla re fusione delle spese legali; la sospensione condizionale della pena è stata subordinata al risarcimento dei danni. Leggi il resto »

Perché è il 25 novembre peggiore di sempre

Lettera Donna 25 novembre 2018   – Cristina Obber

Celebriamo la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, senza dimenticare che l’attuale governo, quello tra le altre cose del ddl Pillon, ci sta portando indietro di 70 anni

In una settimana di manifestazioni ed eventi per celebrare il 25 novembreGiornata internazionale contro la violenza sulle donne, è morto Marco, un bambino di 11 anni, soffocato dal fumo nel sonno pomeridiano perchè il padre, già denunciato per maltrattamenti, ha dato fuoco alla casa. Marco si aggiunge all’elenco delle donne e dei bambini uccisi per mano di uomini che si ostinano a esercitare potere di vita e di morte sulle loro compagne e sui loro figli. Di qualche giorno prima è invece la notizia di un padre-padrone che in provincia di Pescara teneva segregate in casa moglie e tre figlie minorenni impedendo loro di uscire e abusandone fisicamente e psicologicamente. Insomma un 50enne che richiama l’imitazione del senatore Simone Pillon firmata Maurizio Crozza che fa la stessa con le sue familiari. La realtà supera la fantasia, o meglio, fantasia e realtà si intersecano e si confondono in questo Paese confuso che alle cose non sa più dare un nome e che si ritrova il governo più maschilista dal dopoguerra.

ERA GIÀ TUTTO PREVISTO NEL CONTRATTO DI GOVERNO

Un governo che è nato con un contratto subito contestato da molte associazioni, una tra tutte la rete nazionale dei centri antiviolenza Di.Re, che in una lettera datata 20 maggio 2018 e indirizzata al presidente Sergio Mattarella esprimeva grande preoccupazione per «la complessiva violazione dei diritti umani fondamentali di donne, bambini/e e migranti, tra i quali moltissime donne con alle spalle dolorose esperienze, che il Contratto manifesta nel suo complesso». Misure che «si pongono tutte in aperto contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro il fenomeno della violenza di genere, ratificata con legge n. 77/2013 (Convenzione di Istanbul)», scriveva la presidente Lella Palladino. Nel documento siglato dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega si parla anche di alienazione genitoriale e famiglie (meglio se italiane). Dunque si era già deciso di contrastare conquiste e libertà e rimetterci al nostro posto. E qual è questo posto? La casa. Da quel contratto nasce il ddl Pillon che in caso di violenza domestica si traduce in testa bassa e rassegnazione per donne e minori, proprio come una volta. In nome di una bigenitorialità perfetta, che però riguarderebbe i padri solo dopo una eventuale separazione, tutelando maggiormente quelli che non sono stati presenti e responsabili fin dalla nascita dei figli. Tutelando addirittura gli abusanti. Non è quindi un caso che dalla manovra di bilancio 2019 sia sparito il congedo di paternità introdotto nel 2013, un primo passo verso la bigenitorialità autentica, quella che anche le donne desiderano perchè significherebbe condividere con i propri compagni lo stesso carico di impegno e responsabilità.

DAL PD A DI MAIO, PILLOLE DI IPOCRISIA

D’altronde se anche un senatore del Partito democratico (tale Mauro Laus) si permette di dire ad una collega in aula (tale Alessandra Maiorino, M5S): «Tornatene in cucina», senza che ci sia alcun provvedimento nei suoi confronti da parte dei vertici, allora perchè stupirci di ciò che arriva da parte del governo più a destra di tutti quelli di cui ho memoria da quando sono bambina? Fa sorridere la scelta di Luigi Di Maio di pronunciarsi nel merito del ddl Pillon proprio il giorno prima delle tante manifestazioni per il 10 novembre promosse in tutta Italia da Di.Re che ne hanno chiesto il ritiro immediato. Ricorda il suo tardivo intervento contro l’esclusione dei bambini dalla mensa a Lodi solo successivo all’ondata di indignazione nazionale. Sì, parliamo di una rincorsa al consenso popolare. Ma sul ddl Pillon il tentativo del ministro del Lavoro di schierarsi con «gli italiani», come gli piace ossessivamente ripetere, è stato più goffo. Perché, come dicevamo, quel disegno è nel contratto, che lo anticipa e lo giustifica. Chiedere qualche modifica, in linea con Matteo Salvini, significa mentire sapendo di mentire, cercare di non perdere voti pur mantenendo fede all’alleanza. Ma, si sa, salvare capra e cavoli non è possibile. Il disegno va ritirato, hanno risposto cittadini e associazione, anche cattoliche.

DALLA 194 ALLE MINORENNI ALLA GOGNANon possiamo inoltre permettere che l’integralismo del family day entri a gamba tesa nella politica di uno Stato fino a prova contraria laico. La legge 194 è sempre più in pericolo: in una petizione indirizzata alla ministra della Salute Giulia Grillo quattro ginecologhe hanno perfettamente reso l’idea di cosa deve affrontare oggi una donna per abortire. Petizione che, per altro, ha superato le 100 mila firme. Aspettiamo allora qualche dichiarazione grillina strappa consenso. Sempre il 2018 è l’anno in cui a Novara un provvedimento comunale ha vietato «abiti che offendano il comune senso del pudore». Cosa che ci fa venire in mente Hina Salem, la giovane pakistana a cui il fratello ha strappato la foto dalla tomba perchè la sorella in canottiera offendeva l’onore di una famiglia che in nome dell’onore l’ha uccisa.

Siamo uno stato laico eppure intriso di un bigottismo made in Italy

E ancora la protesta dei perizomi irlandesi. Come se non ci stuprassero tanto col burka quanto in shorts. Siamo uno stato laico eppure intriso di un bigottismo made in Italy che ad ogni notizia di violenza sessuale insinua che le donne se la vadano a cercare, soprattutto se sono belle, soprattutto se sono giovani. Questo da sempre, ma oggi c’è un ministro degli Interni che strumentalizza la violenza su Desirèe perchè gli autori hanno la pelle nera e si può gridare: «Al lupo al lupo», mentre per Violeta Senchiu che è romena ed è stata uccisa da un italiano non accorre, non rilascia dichiarazioni. Nemmeno un selfie sulla scena del crimine. Lo stesso ministro degli Interni che pubblica su Facebook la foto di tre ragazzine minorenni che lo contestano, esponendole a una gogna di commenti sessisti tra auspici di stupri e di morte. Che poi anche qui nulla di nuovo. Beppe Grillo nel 2014 pubblicava il video di un attivista 5 stelle che guidava accanto a una sagoma di Laura Boldrini, accompagnandolo alla domanda: «Cosa succederebbe se ti trovassi lei in macchina?». Da piccola facevo un giochino sulla Settimana Enigmistica; si chiamava ‘trova le differenze’.

#NONÈNORMALECHESIANORMALELa Cina, che non brilla certo per democrazia, ha bocciato la campagna di Dolce&Gabbana per una forma di sessismo da noi quotidiana sia nelle pubblicità che nei programmi televisivi che sviliscono l’autorevolezza e l’intelligenza femminile. Ciò dimostra che anche se tutto questo in Italia è normale, non lo è in tante parti del mondo. Così come normale non è la violenza. #nonènormalechesianormale dice infatti il bellissimo hashtag dell’iniziativa lanciata dalla vicepresidente del Senato Mara Carfagna. Il 21 novembre ho partecipato a Montecitorio alla sua presentazione che ha coinvolto alcune vittime dirette e indirette della violenza: padri di donne uccise da un marito violento o da un fidanzato apparentemente per bene, una donna sfregiata con l’acido solforico dal compagno, la vittima di stalking dell’assessore alla Cultura Andrea Buscemi di Pisa, leghista e rimasto al suo posto nonostante le tante richieste di dimissioni perché il reato è andato in prescrizione. Carnefici che il disegno Pillon mira a tutelare ancora più di quanto non siano scandalosamente tutelati oggi, rendendo la vita delle donne impossibile e esponendo maggiormente i minori alla violenza e agli abusi sessuali.

IL TRIONFO DEL PADRE PADRONEChe poi Pillon è diventato il capro espiatorio che distoglie l’attenzione dai mandanti, proprio come avviene nei sistemi mafiosi: se, come si spera, venisse ritirato ci aspetta la mossa di riserva perché quell’alleanza chiamata contratto va rispettata. Non è un caso che sia inesistente la figura di Vincenzo Spadafora alle Pari opportunità in un progetto di governo in cui della dignità delle persone importa ben poco, dei bambini importa niente. Anzi, dai bambini ci mandiamo Salvini che in televisione spiega loro cos’è il sovranismo e pare pure simpatico. E alla Commissione dell’infanzia ci mettiamo a capo proprio Pillon, che sta ai diritti dei più piccoli come un vegano alla sagra della salsiccia. Diciamolo: è un governo che punisce le donne, ci punisce quando non ci sottomettiamo, per il solo fatto di esistere. Esistiamo, teniamo la testa alta e lo sguardo diritto davanti a noi. Abbiamo desideri, personalità, pensieri. Compiamo azioni senza chiedere il permesso. Questo non va giù al patriarcato, così crudelmente deciso con i suoi alfieri a ristabilire quell’ordine a loro caro, in cui zitte e in casa a figliare e accudire «senza rompere i coglioni». Così che gli uomini possano continuare ad occuparsi di sé stessi, andare al lavoro e perchè no, andare a puttane. Magari nelle casa chiuse che il ministro degli Interni propone di riaprire fingendo di non sapere che ‘le puttane’ sono in gran parte ‘schiave’ e che nei Paesi dove il fenomeno è legalizzato, il fallimento è sotto occhi di tutti: le ‘case’ sono lager da cui le ragazza non possono più di uscirne e salvarsi, sono corpi al macello, a disposizione di un padrone.

NON C’È NIENTE DA RIDERETutto ci dice che siamo di fronte all’origine di un processo di retrocessione culturale che vuole riportare l’Italia indietro di 70 anni e di cui la maggior parte dei cittadini e delle cittadine sono all’oscuro perchè in televisione di questo non si parla e quando se ne parla non c’è il corretto contraddittorio. Così non c’è abbastanza indignazione. E si sorride di fronte alle dichiarazioni di Pillon che sogna il «matrimonio indissolubile» e annuncia di voler vietare l’aborto come in Argentina. Si sorride di fronte ad altri esponenti del family day che si dichiarano contrari all’uso dei preservativi. Si sorride di fronte ai fanatici che chiamano assassine le donne che abortiscono. Si sorride guardando video di ‘ex-gay’ che dichiarano di essere ‘guariti’ dall’omosessualità cercando Dio. Si sorride perchè si pensa che indietro non si possa mai tornare, che la nostra intelligenza e le nostre libertà non siano manipolabili, dimenticando che ad esempio a Kabul fino ai primi Anni ’90 si poteva girare in minigonna e senza velo. Poi arrivò il fondamentalismo e sappiamo oggi come vivono le donne in Afganistan e in tutto il Medioriente. Il fondamentalismo, che sia islamico, cattolico, ortodosso, fa la stessa cosa. Spazza via diritti, oscura i mondi che inghiotte in una spirale di autoritarismo e dogmi morali.

Ci aspetta uno tsunami di violenza a cui non possiamo farci trovare impreparate

Tutto questo grazie al denaro. Che è potere. Con il denaro si comprano le vite delle persone, si cambiano le culture, si opprimono le donne, le persone omosessuali, le etnie indesiderate. Si monopolizza l’informazione. E questo lo vediamo in Italia, ma anche in altri Paesi d’Europa. Perché dietro le campagne integraliste contro le nostre libertà, contro diritti che ci sembrano intoccabili, ci sono forti investimenti di soldi, come denuncia anche una recentissima inchiesta de L’Espresso. Ma le poche notizie che circolano rimangono un rumore di sottofondo. Eppure anche a Kabul qualcuno avrà sorriso, minimizzato, sottovalutato. Qualcuno avrà cercato di resistere, di organizzare una resistenza, ma non sarà stato supportato e sostenuto abbastanza da una maggioranza di cittadini e cittadine che non si sentivano in pericolo. Ecco, oggi noi siamo in pericolo. Questo è un 25 novembre più oscuro, perchè oltre alla violenza strutturale della nostra cultura, ci aspetta uno tsunami di violenza a cui non possiamo farci trovare impreparate/i, e come i tre porcellini dobbiamo decidere adesso se costruirci una capanna di paglia, di legno, o fare muro.

 

Contro il boldrinismo arriva l’angelo del focolare

Manuela Manera – Linguista

È di ieri un articolo uscito sul quotidiano «La Stampa» dal titolo Le donne della Lega tutte patria e sicurezza: “Basta boldrinismo”.

La giornalista Flavia Perina ci racconta “l’immaginario femminile leghista” perché meglio saperle certe cose, visto che, ci avverte Perina, “nel prossimo Parlamento avrà una sua incidenza: 41 donne elette nei collegi uninominali e almeno 27 (i conteggi non sono ancora completi) nel proporzionale, contro le appena cinque della legislatura precedente”.

Come faranno politica queste donne? Quali battaglie porteranno avanti? Entro quale cornice discorsiva? Riassume così la giornalista: “Le donne per la Lega non sono un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti ma heimat, patria, focolare, radice della comunità”. Ci sono due snodi importanti in questa descrizione. Leggi il resto »