Zinaida è qualunque donna, ovunque, in qualsiasi momento

Questo post è di Lorenzo Tosa. Lo pubblichiamo perchè raramente si incontra un uomo che scrive questa sensibilità ed empatia. Grazie!

Era appena rientrata alle 4 del mattino dall’ennesimo turno massacrante in ristorante. Ha parcheggiato l’auto in strada, aperto il cancello del cortile e, di fronte, si è trovata lui, il marito. E due coltellate al petto che le sono state fatali.

Se n’è andata così, a 36 anni, Zinaida, caduta stanotte sotto i colpi di una tragedia che abbiamo visto, letto e ricostruito decine, centinaia di volte, sempre identica: un uomo, un coltello, l’abisso del possesso, l’ineluttabilità di un destino che qualcuno ha scritto per te e da cui nessuno ti ha protetto. Non le è bastato neppure rifugiarsi da qualche giorno a casa della sorella a Cologno al Serio (provincia di Bergamo), insieme ai tre figli, per fuggire a discussioni che erano diventate sempre più violente e definitive.

Ma non leggerete questa storia in nessun post indignato, non la ascolterete in nessuna diretta Facebook. Perché Zinaida è d’origine moldava e il suo assassino italiano. Perché questa storia non porta voti, ma solo un dolore infinito.

Zinaida è l’ennesima vittima di una strage silenziosa che ci rifiutiamo di vedere, capire, riconoscere.
Zinaida è vittima di una società che finge di difendere le donne solo se sono italiane e il suo aguzzino straniero, meglio se migrante e clandestino. Di uno Stato che considera i diritti e la sicurezza delle donne un tema marginale e non è mai stato in grado di fare una grande e seria legge sul femminicidio.
Zinaida è qualunque donna, ovunque, in qualsiasi momento. E noi le stiamo lasciando sole. Scusateci.

La falla del codice rosso che frena gli arresti per violenza sulle donne

Corriere della sera – La 27 ora 21 settembre 2019 – Luigi Ferrarella

Cosa c’è, più indicativo dell’incapacità di un uomo di controllare i propri impulsi di violenza su una donna, e dunque indice più concreto di un rischio reale per lei, del fatto che stia violando una precedente prescrizione del giudice di allontanarsi dalla casa familiare o di non avvicinarvisi più? Eppure nella nuova legge battezzata «codice rosso», che pur condivisibilmente introduce una autonoma fattispecie di reato per questo tipo di violazione, c’è un baco che, alla prova del primo mese di applicazione, ne svuota l’efficacia pratica: perché rende impossibile arrestare in flagranza di (nuovo) reato chi venga sorpreso mentre, in violazione del precedente ordine del giudice, sta avvicinandosi di nuovo alla donna maltrattata o stalkizzata.

La legge in questione, la n.69 del 19 luglio 2019, di iniziativa governativa, si intitola «Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere», ma i suoi fautori — il ministro della Giustizia (Alfonso Bonafede) e l’ex ministro della Funzione Pubblica (l’avvocato Giulia Bongiorno) — l’hanno comunicata con l’etichetta «codice rosso» per rivendicare l’intenzione di favorire un percorso prioritario di trattazione di questi procedimenti a tutela delle vittime.

In vigore dal 9 agosto, sinora molti magistrati hanno abbondantemente additato il corto circuito, ai limiti del boomerang organizzativo rispetto alle intenzioni legislative di ridurre o se possibile eliminare i tempi morti delle indagini, determinato dall’ingorgo, durante i turni quotidiani delle Procure, di molte decine di segnalazioni non distinte nel loro contesto e non filtrate nella loro gravità, che però la legge obbliga la polizia giudiziaria a «riferire immediatamente al pubblico ministero anche in forma orale», e il pm a trattare assumendo «entro 3 giorni» informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti.

Un punto invece rimasto sinora in ombra è quello che sta emergendo nei casi in cui inizia a essere applicato il nuovo articolo 387 bis che punisce, con la pena da 6 mesi a 3 anni, «chiunque violi dei provvedimenti (ai quali sia stato sottoposto dal giudice) di allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa». In effetti, sino a prima della nuova legge, l’inosservanza da parte dell’indagato degli obblighi o dei divieti impartitigli dal giudice non solo non era sanzionata in sé. Solo che ora l’introduzione di un nuovo e autonomo reato (art. 387 bis) ha risolto il problema solo a parole: il legislatore ha infatti scelto di fissare la pena da un minimo di 6 mesi a un massimo di 3 anni, il che impedisce di arrestare subito in flagranza chi stia avvicinandosi di nuovo (in violazione del precedente ordine giudiziario di allontanamento o divieto di avvicinamento) alla donna in pericolo. Perché?

L’arresto di una persona in flagranza di reato non avviene per atto motivato di un giudice su richiesta del pm, ma per iniziativa della polizia in via provvisoria mentre il reato è in corso, con successivi obblighi di comunicazione al giudice entro 48 ore e sua convalida entro altre 48 ore. È una eccezione, perciò il sistema processuale lo ammette in via generale soltanto per reati la cui pena massima sia «superiore a 3 anni»: e invece il nuovo reato ha una pena massima «sino a 3 anni». Nel sistema generale esiste una possibilità di deroga, nel senso che l’arresto in flagrante è consentito in via facoltativa anche per reati con pene inferiori, a patto però che siano elencati nel secondo comma dell’articolo 381 del codice di procedura: ma il nuovo reato non è in questo catalogo. E si può arrestare in flagranza anche per reati espressamente menzionati (come l’evasione) dall’art. 3 del decreto legge 152 del 1991: ma nemmeno qui è stato inserito il nuovo reato.

Il risultato finale concreto è che, mentre chi evada dagli arresti domiciliari, o chi rientri illegalmente in Italia dopo essere stato espulso, può essere arrestato in flagranza di reato, questo non è possibile se un indagato viola l’ordine del giudice di allontanarsi o non avvicinarsi alla vittima: al pm non resta che l’ordinaria strada del chiedere al gip l’aggravamento della misura cautelare violata, e cioè l’arresto. Ma questo presuppone una trafila (comunicazione scritta di notizia di reato dalla polizia al pm di turno, ricezione, iscrizione, trasmissione dal pm di turno al pm titolare del fascicolo nel quale era stata disposta la misura violata, valutazione del pm, richiesta di arresto formulata dal pm, trasmissione al gip, valutazione, emissione della misura, trasmissione alle forze dell’ordine affinché la mettano in atto, esecuzione dell’arresto) che nella concreta quotidianità degli uffici giudiziari comporta per forza almeno alcuni giorni di tempo. Potenzialmente incompatibili con la dinamica degli eventi.

La questione era stata additata — inutilmente — già anche da un seminario della Scuola Superiore della Magistratura il 15 maggio, a cavallo dell’approvazione tra i due rami del Parlamento, e del resto anche la deputata M5S Stefania Ascari, che è stata relatrice del provvedimento alla Camera, ora conferma: «È un problema che esiste. Nel mio testo era presente la norma, ma poi su questo punto non si è raggiunta in Parlamento una condivisione. Ora auspico, lo dico a titolo personale, che possa intervenire un ripensamento, magari insieme ad altre messe a punto che nel testo si dovessero rendere opportune».

Bruno Vespa dà in pasto al pubblico la sopravvissuta di femminicidio

Giulia giornaliste – 18 settembre – Paola Rizzi

A “Porta a porta” va in scena un’inaccettabile intervista, che vittimizza la vittima. Le proteste sui social e delle associazioni di donne

«Signora, se avesse voluto ucciderla l’avrebbe fatto». L’affermazione, con un mezzo sorriso, è di un professionista del servizio pubblico televisivo, Bruno Vespa. La signora a cui si rivolge nel suo salotto è Lucia Panigalli, che ogni volta che esce di casa deve avvisare i carabinieri che la scortano anche per andare a prendere un gelato, vive blindata circondata da telecamere e allarmi e ha dichiarato più volte di sentirsi come «una malata terminale», da quando Mauro Fabbri, condannato per il suo tentato omicidio a otto anni di carcere, grazie ai benefici di legge è già in libertà e vive a quattro chilometri da casa sua, nel ferrarese. 

Il copione è il solito: tra Panigalli e Fabbri c’era stata una breve relazione, poi lei l’aveva lasciato e lui ha voluto fargliela pagare. Ma non è finita. Durante la carcerazione per il primo tentato omicidio, avvenuto 9 anni fa, Fabbri ha commissionato l’omicidio della Panigalli al suo compagno di cella, un bulgaro, in cambio di 75mila euro e un trattore. Il sicario ha intascato la ricompensa ma non aveva nessuna intenzione di commettere il delitto e ha denunciato Fabbri. Il secondo processo si è concluso con un’assoluzione perché aver pianificato un delitto senza che si sia verificato poi l’atto non configura un reato. 

Nonostante il secondo processo, al di là della conclusione, l’uomo è uscito prima dal carcere per buona condotta. Lucia Panigalli è da Vespa per denunciare tutto questo e per promuovere una proposta di legge presentata con la senatrice Laura Boldrini che permetta di modificare l’articolo 115 del codice penale e di punire il mandante di un tentato omicidio.

Ma a Vespa di questo interessa poco. Gli interessa di più, come è nello stile della trasmissione, riallestire un secondo processo e procedere ad un interrogatorio incalzante della sua ospite che sembra tutto mirato a minarne la credibilità, a ridimensionare l’allarme, a giustificare l’assassino.

Perde l’aria grave e rispettosa che aveva poco prima intervistando il potente di turno, Matteo Renzi e assume un’aria scanzonata e rilassata. Se ne frega che ci sia una sentenza che ha mandato in galera Fabbri per il primo tentato omicidio. Per lui non voleva ucciderla e lo dice interrompendo la donna mentre racconta il primo agguato: l’uomo con il passamontagna che l’aspetta sotto casa e la prende a coltellate, il coltello si spezza e quindi passa ai calci, lei che si divincola e riesce a vederlo in faccia e miracolosamente a scappare.  Guardando la foto del volto tumefatto  Vespa commenta: «In effetti l’aveva ridotta piuttosto male». 

La interrompe spesso con domande del tipo «Posso chiederle di che cosa si era innamorata?», che di solito sottintende che è anche un po’ colpa sua se si è scelta un tipo così. E insiste: «18 mesi sono un bel flirtino però…». Vespa in tutti i modi prova a minimizzare tra sogghigni e battutine. «A differenza di tante altre donne è protetta. Non corre rischi». Il clou nella frase incredibile: «Quindi lui era così follemente innamorato di lei da non volerla dividere se non con la morte, finché morte non vi separi come si dice».  Risata mentre Lucia rabbrividisce e gli risponde che non si può associare la parola amore a quello che le è successo. 

Vespa attua in modo scrupoloso quella vittimizzazione secondaria della sopravvissuta ad un tentato femminicidio che viola oltre alla decenza tutte le carte dei doveri del giornalismo, compreso il manifesto di Venezia promosso da noi di GiULiA, dalla Cpo della Fnsi e anche dal sindacato dell’azienda per cui lavora, l’Usigrai. Lucia Panigalli durante tutta la trasmissione ha mantenuto un sangue freddo ammirevole, ma suo malgrado è stata costretta a controbattere, a difendersi, mentre era lì  non per sentirsi vittima ma per affermare un’azione positiva, una modifica legislativa del codice penale che il servizio pubblico avrebbe dovuto approfondire. 

In queste settimane di discussioni roventi su come si fa cronaca nera sui femminicidi e in certi casi giustamente si sono stigmatizzati alcuni racconti del delitto di Elisa Pomarelli in cui si sono usate espressioni inappropriate e troppo empatiche nei confronti dell’assassino, qui facciamo un bel passo oltre: di fronte ad una verità giudiziaria, passata in giudicato e inoppugnabile, sbranare di nuovo la vittima per dare in pasto ai telespettatori ogni brandello di carne utile all’audience.  Cito alcuni dei punti del Manifesto di Venezia fatti a pezzi a cominciare da quanto scritto nella premessa: 1«Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo». 

E poi più o meno tutto il punto 10: «Nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:
a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;
b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;
d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.
e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona». 

La buona notizia è che, a dispetto di Vespa, il cambiamento è in corso, non solo nel ristretto circuito delle associazioni di donne. Un post su Facebook del giornalista Lorenzo Tosa, che cura il blog sul giornalismo Generazione Antigone, in cui si racconta e si condanna con parole ineccepibili l’orrenda intervista di Vespa a Lucia Panigalli, ha ricevuto in poche ore migliaia di condivisioni. Da leggere.

“Non da sola”

Gruppi gratuiti di sostegno e relazione per donne vittime di violenza, maltrattamento abuso.

Edizione 2019 – 2020 Telefono Rosa Piemonte di Torino

I gruppi di sostegno del Telefono Rosa Piemonte di Torino si svolgono fin dalla metà degli anni ’90. Nel corso del tempo, anche in considerazione delle esigenze delle donne accolte, le tipologie di gruppo e di metodologia utilizzata hanno subìto adattamenti ed evoluzioni. Tali gruppi nascono con l’intento di offrire alle donne l’opportunità di confrontarsi, insieme, sulle problematiche legate alla violenza, condividendone i vissuti.

Secondo i dati Istat, una donna su tre ha subìto, nell’arco della propria vita, una qualche forma di violenza maschile.

Per farvi  fronte, è costretta ad investire sulle proprie risorse personali, al fine di resistere alle azioni violente: spesso per salvaguardare i figli, sovente per i condizionamenti della propria famiglia, oppure perché non si sa cosa potrebbe accadere nel caso si arrivasse all’allontanamento o anche alla denuncia.

Sono molte le donne che pensano, ogni volta, che “lui” possa cambiare: una speranza che non si realizza praticamente quasi mai. Parlarne insieme significa potersi confrontare con altre donne, raccontare le proprie esperienze, narrare le delusioni, la sofferenza, la paura, il senso opprimente della violenza. Ma molto spesso, parlarne significa sentirsi meno sole.

I gruppi “Non da sola” sono condotti da una psicologa dell’Associazione: esperta per la conduzione e supervisione di gruppi e con una prolungata esperienza con donne vittime di violenza maschile. 

Tutto il percorso ruota intorno  alla relazione e alla comunicazione all’interno  del gruppo: elementi che permettono di comunicare e di ascoltare parole, pensieri, strategie, confrontando le proprie esperienze con quelle delle altre donne partecipanti al gruppo.

Un percorso svolto nella sede del Telefono Rosa, in un luogo di relazione-intesa-fiducia dove ognuna può essere regista e protagonista del proprio cambiamento. 

Sono previsti 6 incontri: più un incontro finale di restituzione e analisi dei feedback ricevuti durante il percorso. 

Ogni incontro avrà la durata di circa 90 minuti, con cadenza settimanale (il giovedì, dalle ore 17 alle ore 18.30).

Le partecipanti (tra le 6 e le 8 donne per ciascun gruppo) affronteranno i principali nodi problematici relativi alla violenza: conoscere quali effetti abbia la violenza sulla propria salute, anche fisica; apprendere nuove e/o differenti strategie per affrontare la quotidianità, essendo parte attiva del proprio cambiamento; avviare un percorso di consapevolezza del modo con cui valutare, decidere, gestire la scelta che verrà eventualmente presa; affrontare al meglio il tema della genitorialità, soprattutto quando questa viene messa in discussione proprio da  parte di colui che usa o ha usato la violenza.

Uno spazio di confronto, quindi, in cui ci si potrà anche orientare sulle diverse opportunità del territorio, per poter individuare le risorse necessarie per la propria autonomia e tutela: senza nessun obbligo o sollecitazioni verso azioni che non siano espressamente richieste da ogni singola donna.

Ecco perchè il “codice rosso” è inefficace e insufficiente

Laura Onofri

Partiamo da una premessa, che sembra una questione di lana caprina, ma è invece, come tutte le questioni linguistiche, importante per capire il senso reale e profondo della legge 1445 approvata il 17 luglio e conosciuta con il nome “codice rosso” che dovrebbe aiutare a combattere la violenza contro le donne.

Codice rosso evoca uno stato di emergenza, un pericolo imminente, ma passeggero, che va affrontato con misure eccezionali fino a che il pericolo perdura.

Non è ancora chiaro, a questo governo, che la violenza contro le donne, domestica, sessuale con maltrattamenti di qualsiasi natura, non è un fenomeno emergenziale e da affrontare con misure repressive e securitarie, ma è una discriminazione profondamente radicata nella nostra società, basata sul genere e spesso derivante da atteggiamenti patriarcali e dalle norme sociali correlate.

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