Un passo avanti

La parità di salario è legge. Il Senato ha approvato all’unanimità il Ddl che modifica il Codice  per le pari opportunità  e introduce novità legislative che hanno l’intento non solo di contrastare il fenomeno del gender pay gap, ma anche di far emergere le discriminazioni sul luogo di lavoro.
Ne parliamo il 16 novembre con la promotrice della Legge, Chiara Gribaudo.Webinar  su Zoom ID riunione 894 96 98 25 80Vi aspettiamo!

Cognome dei figli, ultima chiamata per la legge sulla libertà di scelta

Il Sole 24 ore – 9 novembre 2021 Marco Ludovico

La riforma del cognome non è un fatto burocratico. Sono in gioco la tutela dell’identità personale e l’attuazione del principio della pari dignità e dell’uguaglianza tra i sessi. Neanche cinque anni, però, sono bastati a Governo e Parlamento per dare seguito non a un impulso improvviso dettato dalla moda del momento, ma alla sentenza storica della Corte Costituzionale dell’8 novembre 2016. Quando la Consulta dichiarò illegittima l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio.

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Reddito di libertà: come richiederlo, istruzioni Inps

LeggiOggi.it 8 novembre 2021 – Paolo Ballanti

Pubblicato in Gazzetta ufficiale del 20 luglio scorso il DPCM che istituisce il Reddito di libertà, un contributo di 400 euro mensili con lo scopo di favorire l’indipendenza economica e l’autonomia delle donne vittime di violenza in condizioni di povertà.

Il Decreto del presidente del consiglio dei ministri, datato 17 dicembre 2020, attua le misure previste dal D.l. “Rilancio” (Decreto legge n. 34/2020 convertito in Legge n. 77/2020), con cui sono stati riconosciuti tre milioni di euro di risorse aggiuntive a beneficio del “Fondo per il reddito di libertà per le donne vittime di violenza”, nell’ambito del già attivo “Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità” creato presso la Presidenza del consiglio dei ministri.

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La coscienza collettiva e il niente del Senato

Il Manifesto 31 ottobre 2021 – Fabrizio Filice*

https://ilmanifesto.it/la-coscienza-collettiva-e-il-niente-del-senato/

Ddl Zan. Il movimento che si è creato in sostegno del progetto di legge ha dato vita a una vera e
propria politica di riconoscimento: essenziale, come ci insegnava la luminosa Letizia Gianformaggio,
per portare la differenza nell’uguaglianza e per realizzare la missione più alta che il diritto possa
avere nella storia: far sentire la persona radicata in e per ciò che è, permetterle di essere sua e
sottrarla alla violenza che si alimenta solo dell’urgenza ontologica di distruggere

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La morte di una donna incinta rinnova la polemica sul divieto di aborto in Polonia

Politico 2 novembre 2021 DI ZOSIA WANAT E CARLO MARTUSCELLI

L’aborto è consentito nel Paese solo in caso di stupro o incesto, o se la vita della madre è in pericolo.

La morte di una donna incinta in Polonia ha scatenato nuove polemiche politiche mentre i gruppi per i diritti delle donne e i politici dell’opposizione puntano il dito contro il divieto quasi totale degli aborti nel paese. 

È passato un anno da quando il Tribunale costituzionale polacco ha stabilito che le donne possono interrompere la gravidanza solo in caso di stupro o incesto, o se la vita della donna è in pericolo. La sentenza esclude i difetti fetali, che rappresentano la stragrande maggioranza dei licenziamenti nel paese.

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La Cura

Saluteinternazionale.info – Benedetto Saraceno

La Cura è azione pratica e affettiva al tempo stesso. Questa doppia natura
richiede competenze pratiche e competenze affettive. Spesso i famigliari
mancano delle prime e gli operatori sanitari delle seconde. La Cura è il nuovo
nome della pace.

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“Hanno paura del genere” perchè temono la libertà

Il Riformista 29 ottobre 2021 – Lea Melandri

Anche se probabilmente non fermerà il difficoltoso iter parlamentare della legge Zan, la votazione che c’è stata in Senato il 27 ottobre 2021, segna comunque una battuta d’arresto e apre nuovi interrogativi sul variegato fronte che oggi si oppone a riconoscere il salto della coscienza storica del nostro Paese, per quanto riguarda i pregiudizi e le imposizioni di una millenaria cultura patriarcale.Negli interventi della mattinata non poteva non stupire il richiamo alla minaccia che la legge Zan rappresenterebbe per la “libertà” di chi inneggia ai valori della famiglia tradizionale, alla naturalizzazione del destino del maschio e della femmina, all’imposizione dell’eterosessualità come norma e del ruolo della donna come moglie e madre, garante della continuità della specie e, in particolare, della “specie italica”.Pervertire l’uso di alcuni termini, sperando di volgere e usare a proprio favore le ragioni che hanno permesso alle vittime di liberarsi delle loro catene, è sempre stata l’arma con cui il potere ha legittimato le sue ritorsioni vendicative, le sue rappresaglie, i suoi orrori. Oggi si potrebbe dire che se ne fa un uso generalizzato, dai manifestanti contro il Greenpass a chi si oppone a una legge che dovrebbe, al contrario, garantire sicurezza da soprusi, discriminazioni e violenze.La parola “libertà” si svincola dai suoi fondamenti storici per assumere il potere di un amuleto da sventolare davanti all’esercito nemico, e riportare, quasi per incantamento, la responsabilità del male su cui lo ha subito. Le norme, imposte e purtroppo interiorizzate, trasmesse inconsciamente di generazione in generazione e mantenute nell’immobilità delle leggi di natura, sono quelle che hanno garantito finora al sessismo una sorta di ‘invisibilità’, e oggi alle destre più vicine al fondamentalismo religioso, di contrabbandarlo come difesa di valori essenziali dell’umano. A chi sta sostenendo la necessità di una legge destinata a proteggere, più di quanto non si sia fatto finora, l’ inviolabilità di donne, omosessuali, lesbiche e trans, e tutti gli atti che si possono riportare all’odio per un sesso considerato di “natura inferiore” o un orientamento sessuale catalogato come “deviante”, viene persecutivamente imputata la volontà malvagia di attentare alle sue scelte esistenziali e alle sue convinzioni. Nelle parole dei senatori contrari alla legge Zan, la paura che il riconoscimento delle “identità di genere” significhi di fatto aprire alle problematiche e all’educazione di genere le porte della scuola, è stata nominata in modo esplicito, così come è stato purtroppo innegabile il supporto che la posizione di alcuni gruppi e associazioni femminili e femministe hanno offerto alle peggiori destre del nostro Paese che siedono in parlamento.A chi ha conosciuto il lungo percorso che ha portato il femminismo a svelare le tante “illibertà” che hanno fatto forzatamente e loro malgrado delle donne uno degli anelli di trasmissione delle legge dei padri, non può che apparire incomprensibile il fatto che venga scambiata una legge, che intende prevenire la misogina e tutte le forme consequenziali di discriminazione e violenza contro le soggettività che non rientrano nelle norme del binarismo sessuale, per una prevaricazione volta a cancellare il corpo delle donne e la storia dei diritti da loro conquistati. Che l’approfondimento delle analisi e delle pratiche politiche, volto a includere vite, come quelle Lgbtqui+, altrettanto segnate dall’odio, dal disvalore e dalla sofferenza che ne consegue, potesse fare ombra al femminismo, tanto da essere preso per una “cancellazione della donna”, si può ricondurre solo al maternalismo atavico che ha radici profonde nella nostra storia, all’identificazione della donna col corpo capace di procreare, a quel rapporto confuso tra sesso e genere che non ha mai smesso di attraversare il femminismo.Ma c’è un altro aspetto inquietante che è emerso, indirettamente, solo da alcuni interventi, e cioè lo scollamento tra ciò che si muove e che sta rapidamente cambiando nella vita delle persone e della società e il riscontro, mancato, nelle istituzioni che dovrebbero dargli voce e rappresentarlo. La libertà oggi, che si tratti dei corpi, della salute, della sessualità, dei vissuti soggettivi, dei ruoli e delle identità di genere ereditate come “naturali”, dei rapporti familiari, parla di una cultura, per non dire di un modello di civiltà, che sta mostrando il suo retroterra di barbarie e il suo potenziale distruttivo, per l’umanità come per la natura. Da un salto della coscienza, così radicale e ormai acquisito, è difficile tornare indietro.

Il Riformista – 29 ottobre 2021 Lea Melandri

Anche se probabilmente non fermerà il difficoltoso iter parlamentare della legge Zan, la votazione che c’è stata in Senato il 27 ottobre 2021, segna comunque una battuta d’arresto e apre nuovi interrogativi sul variegato fronte che oggi si oppone a riconoscere il salto della coscienza storica del nostro Paese, per quanto riguarda i pregiudizi e le imposizioni di una millenaria cultura patriarcale.Negli interventi della mattinata non poteva non stupire il richiamo alla minaccia che la legge Zan rappresenterebbe per la “libertà” di chi inneggia ai valori della famiglia tradizionale, alla naturalizzazione del destino del maschio e della femmina, all’imposizione dell’eterosessualità come norma e del ruolo della donna come moglie e madre, garante della continuità della specie e, in particolare, della “specie italica”.Pervertire l’uso di alcuni termini, sperando di volgere e usare a proprio favore le ragioni che hanno permesso alle vittime di liberarsi delle loro catene, è sempre stata l’arma con cui il potere ha legittimato le sue ritorsioni vendicative, le sue rappresaglie, i suoi orrori. Oggi si potrebbe dire che se ne fa un uso generalizzato, dai manifestanti contro il Greenpass a chi si oppone a una legge che dovrebbe, al contrario, garantire sicurezza da soprusi, discriminazioni e violenze.La parola “libertà” si svincola dai suoi fondamenti storici per assumere il potere di un amuleto da sventolare davanti all’esercito nemico, e riportare, quasi per incantamento, la responsabilità del male su cui lo ha subito. Le norme, imposte e purtroppo interiorizzate, trasmesse inconsciamente di generazione in generazione e mantenute nell’immobilità delle leggi di natura, sono quelle che hanno garantito finora al sessismo una sorta di ‘invisibilità’, e oggi alle destre più vicine al fondamentalismo religioso, di contrabbandarlo come difesa di valori essenziali dell’umano. A chi sta sostenendo la necessità di una legge destinata a proteggere, più di quanto non si sia fatto finora, l’ inviolabilità di donne, omosessuali, lesbiche e trans, e tutti gli atti che si possono riportare all’odio per un sesso considerato di “natura inferiore” o un orientamento sessuale catalogato come “deviante”, viene persecutivamente imputata la volontà malvagia di attentare alle sue scelte esistenziali e alle sue convinzioni. Nelle parole dei senatori contrari alla legge Zan, la paura che il riconoscimento delle “identità di genere” significhi di fatto aprire alle problematiche e all’educazione di genere le porte della scuola, è stata nominata in modo esplicito, così come è stato purtroppo innegabile il supporto che la posizione di alcuni gruppi e associazioni femminili e femministe hanno offerto alle peggiori destre del nostro Paese che siedono in parlamento.A chi ha conosciuto il lungo percorso che ha portato il femminismo a svelare le tante “illibertà” che hanno fatto forzatamente e loro malgrado delle donne uno degli anelli di trasmissione delle legge dei padri, non può che apparire incomprensibile il fatto che venga scambiata una legge, che intende prevenire la misogina e tutte le forme consequenziali di discriminazione e violenza contro le soggettività che non rientrano nelle norme del binarismo sessuale, per una prevaricazione volta a cancellare il corpo delle donne e la storia dei diritti da loro conquistati. Che l’approfondimento delle analisi e delle pratiche politiche, volto a includere vite, come quelle Lgbtqui+, altrettanto segnate dall’odio, dal disvalore e dalla sofferenza che ne consegue, potesse fare ombra al femminismo, tanto da essere preso per una “cancellazione della donna”, si può ricondurre solo al maternalismo atavico che ha radici profonde nella nostra storia, all’identificazione della donna col corpo capace di procreare, a quel rapporto confuso tra sesso e genere che non ha mai smesso di attraversare il femminismo.Ma c’è un altro aspetto inquietante che è emerso, indirettamente, solo da alcuni interventi, e cioè lo scollamento tra ciò che si muove e che sta rapidamente cambiando nella vita delle persone e della società e il riscontro, mancato, nelle istituzioni che dovrebbero dargli voce e rappresentarlo. La libertà oggi, che si tratti dei corpi, della salute, della sessualità, dei vissuti soggettivi, dei ruoli e delle identità di genere ereditate come “naturali”, dei rapporti familiari, parla di una cultura, per non dire di un modello di civiltà, che sta mostrando il suo retroterra di barbarie e il suo potenziale distruttivo, per l’umanità come per la natura. Da un salto della coscienza, così radicale e ormai acquisito, è difficile tornare indietro.

A proposito dell’EIGE

Chi siamo

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (European Institute for Gender Equality — EIGE) è stato fondato nel 2010 per rafforzare e promuovere la parità di genere in tutta l’Unione europea (UE).

Con 10 anni di esperienza nella raccolta di dati, nella conduzione di ricerche e nello sviluppo di risorse, l’EIGE è diventato il centro di conoscenza dell’UE per la parità di genere.

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