Una storia aperta

Al Salone Internazionale del libro! Domenica parliamo di diritti con Laura Boldrini!

“Dobbiamo fare un passo inusuale”: il messaggio di una femminista polacca alle sue sorelle americane

Open Democracy – 12 maggio 2022 Klementyna Suchanow 

Ho visto cosa può fare in Polonia una legge draconiana sull’aborto. Ecco cosa penso dovremmo fare

Ho co-fondato lo sciopero delle donne polacche, che ha guidato una serie di manifestazioni anti-governative dopo la quasi totale messa al bando dell’aborto nel 2020. Ho trascorso sei anni della mia vita a protestare contro i tentativi di limitare l’accesso delle donne ad esso e di difendere la democrazia. Ecco perché nulla mi sorprende della situazione Roe v Wade negli Stati Uniti. In effetti, c’è una chiara somiglianza: l’opinione pubblica dice una cosa, mentre un gruppo di fanatici costringe un’intera nazione a fare il contrario.

La Polonia ha in vigore leggi restrittive dal 1993, con l’aborto legalmente disponibile solo in caso di stupro e incesto, minaccia alla vita della madre o grave anomalia fetale. Dopo un tentativo fallito di limitare ulteriormente l’aborto nel Sejm polacco (la camera bassa del parlamento del paese) nell’ottobre 2016, il 22 ottobre 2020 è finalmente entrata in vigore una legge che vieta l’aborto di feti non vitali. È stata imposta dalla Costituzione Tribunale, un’istituzione la cui indipendenza e legalità è essa stessa in discussione. La nuova legge significa che le donne sono ora costrette a portare a termine la gravidanza e a dare alla luce un feto morto.

Il primo tentativo di introdurre ulteriori restrizioni all’aborto nel 2016 ha innescato una diffusa mobilitazione di massa delle donne, che è diventata lo sciopero delle donne polacche. La seconda, nel 2020, ha innescato manifestazioni di proporzioni enormi. In tutta la storia della Polonia – compresa l’era Solidarność – le autorità non avevano mai affrontato un tale grado di opposizione di massa. Anche circa il 27% dei sostenitori del partito populista e di destra Law and Justice Party (PiS) si è opposto alla nuova legge.

La pubblicazione della decisione è stata ritardata di diversi mesi, presumibilmente perché le autorità avevano paura della rabbia della gente. A un certo punto il governo ha persino considerato l’utilizzo dell’esercito contro le donne e i giovani che protestavano.

Nella Polonia “cattolica” il pubblico è contrario alle restrizioni all’aborto, eppure il contrario è diventato legge. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, la maggioranza è a favore del diritto all’aborto, quindi la bozza del parere della Corte Suprema a favore del ribaltamento di Roe v Wade non rappresenta il punto di vista della gente .

Ma molti di coloro che si dedicano alla causa contro l’aborto non si preoccupano del punto di vista della maggioranza. Prendiamo il manifesto di un piccolo e riservato gruppo estremista cristiano chiamato Agenda Europe (che ha membri anche da USA e… Russia), che recita: “I veri precetti morali non si basano su ‘valori’ soggettivi ma sulla verità oggettiva, e questo è perché non è solo legittimo, ma anche necessario, imporle a chi non le accetta».

La composizione paneuropea di questo gruppo ci porta al nocciolo della questione. Il femminismo è sempre stato considerato una questione politica, ma oggi è diventata una questione geopolitica. Nel corso della ricerca per il mio libro ‘This is War ‘ (pubblicato in Polonia nel 2020), mi sono imbattuto in informazioni che inquadrano la questione dei diritti delle donne sotto una luce diversa e mostrano quanto questi diritti siano inseparabili dalla politica internazionale di oggi.

Nel caso della Polonia, l’Istituto russo per gli studi strategici (RISS) è stato accusato di interferire nei diritti delle donne e LGBTIQ e nelle azioni anti-ucraine.

Nota per la sua posizione filogovernativa e anti-occidentale, la RISS è stata anche accusata di essere responsabile dell’idea di interferire nelle elezioni americane del 2016.

Il Cremlino sta conducendo una guerra contro l’Occidente su molti fronti e sostenere le richieste ultra-conservatrici – niente aborto e niente parità di trattamento per le persone LGBTIQ – ne è un elemento strategico. La Russia sta cercando di cooptare le cosiddette “guerre culturali” all’interno dei paesi nella propria guerra globale anti-occidentale. Una guerra in cui ora muoiono gli ucraini, ma anche di cui le vittime sono le donne: tre donne sono morte in Polonia da quando è entrata in vigore la legge del 2020, a causa di infezioni da feti morti che gli ospedali si erano rifiutati di rimuovere.

Ricordo come noi del Women’s Strike abbiamo assistito alla Women’s March a Washington, tenutasi subito dopo l’elezione di Donald Trump, sapendo che i suoi organizzatori sarebbero presto caduti nella stessa depressione che abbiamo fatto noi. E quando guardo a cosa sta succedendo ora alla Corte Suprema, sono quasi sicura che nessun movimento di massa potrebbe cambiare la situazione perché quei giudici conservatori sono più appassionati di fare riferimenti al Medioevo che alla nostra vita nel 21° secolo. Perché semplicemente non gliene frega niente di noi. E le nostre potenziali morti sono meri danni collaterali costruiti nella loro convinzione nella loro superiorità morale.

Quando guardo alla situazione negli Stati Uniti ora, mi sembra che come movimento femminile, oltre a protestare, dobbiamo fare un altro passo che è insolito per noi. Dobbiamo guardare geopoliticamente. Ma prima dobbiamo diventare investigatori per la nostra stessa causa. Dobbiamo dimostrare a coloro che parlano di “valori tradizionali” che sono sostenuti da forze discrete ma potenti, il cui intento è fomentare la discordia.

Dobbiamo guardare a questi “attivisti”, esaminare le loro connessioni e flussi di cassa ed esporre ogni organizzazione “pro-vita”. In primo luogo, dobbiamo eliminare coloro che hanno legami con il Cremlino, attraverso il quale la Russia persegue i suoi obiettivi imperiali, e riconquistare la nostra “sovranità”, per usare un termine molto abusato dalla destra al giorno d’oggi. Sovranità nel decidere come dovrebbe essere la vita riproduttiva nei nostri paesi.

E poi sogno che le nostre autorità avranno il coraggio di fare ciò che ha fatto il presidente ucraino Zelenskyi: mettere fuori legge tali organizzazioni come agenti che agiscono a danno della società.

Siamo realistici e chiediamo l’impossibile: abbiamo il diritto di farlo, dal momento che i nostri corpi sono diventati un campo di battaglia.

qui il link all’articolo

Le sorelle di AGL: «Per noi la maternità non è un criterio di scelta»

Corriere della sera – La 27 ora – 11 maggio 2022 – Greta Privitera

Il video della stilista Elisabetta Franchi che durate l’evento «Donne e moda: il barometro 2022», organizzato dal quotidiano Il Foglio, ha detto «Assumo solo donne “anta” così possono lavorare h24» ha scatenato un terremoto.

Non è stato facile ascoltare parole come: «Non si può restare per due anni con un buco nell’organigramma se una donna con un ruolo di responsabilità va in maternità». Rita Querzè, giornalista della redazione Economia del Corriere della Sera che da sempre si occupa di questi temi, ha scritto un articolo molto interessante dall’attacco eloquente: «Benvenuti nel mondo reale. Le parole dell’imprenditrice Elisabetta Franchi  suonano come una spietata sveglia per tutti quelli che si erano illusi che il mercato del lavoro marciasse a grandi passi verso l’equità di genere». Ma poi ha sottolineato che «tutto questo non alleggerisce le responsabilità di Franchi. Il “così fan molti” non è un’attenuante».

Quel «così fan molti» ci ha fatto venir voglia di parlare con coloro che «così non fanno» e che passo dopo passo provano a invertire la rotta.

Abbiamo raggiunto Sara, 44 anni, Vera, 42, e Marianna, 39, Giusti, tre sorelle a capo dell’azienda AGL, marchio di scarpe di alta moda con base nelle Marche. 
Siete madri? «Sì. Io, Vera, ho tre figli, Sara ne ha due e Marianna tre».

 Come avete fatto a gestire otto maternità e un lavoro di così alta responsabilità?
«Organizzandoci. Abbiamo scelto liberamente quanto stare a casa, ma noi siamo in una posizione abbastanza privilegiata». 

E le vostre dipendenti?
«Alcune hanno preso solo tre mesi, altre un anno». 

Anche chi ricopre ruoli dirigenziali?
«Certo. Siamo un’azienda di 130 dipendenti, il 65% è donna. Quasi tutta la parte dirigenziale è femminile. Essendo un’azienda medio piccola, abbiamo pensato che fosse una buona idea lavorare in gruppi, prediligendo il lavoro orizzontale invece che quello verticale per venire incontro alle esigenze di tutti e di tutte.
Così quando qualcuno ha necessità di stare a casa per qualsiasi motivo – gravidanza, motivi familiari, malattia –  il team riesce a coprire il ruolo della persona e aiutarla nel momento in cui non c’è. Ricordiamo che anche gli uomini stanno a casa e hanno il diritto di stare a casa». 

Qual è il criterio con cui scegliete una donna da assumere? 
«È lo stesso con cui scegliamo un uomo: competenza e capacità di aiutare il gruppo». 

Quindi non guardate l’età.
«No, guardiamo il talento personale. Quando inseriamo delle persone di talento per noi è benzina. Abbiamo appena assunto una persona di quasi 60 anni e ne abbiamo di 20».  

Molti dicono che è ipocrita non ammettere che una donna che partorisce o che ha figli piccoli non sia un problema per un’azienda. Come rispondete?
«Siamo imprenditrici donne, capiamo come funziona il mondo e la vita reale al di fuori del lavoro. Crediamo fermamente che un approccio umano al lavoro renda l’ambiente molto più sereno. Fermarsi qualche mese per la maternità non può essere un criterio di scelta né di valutazione della lavoratrice. La vita professionale di una persona non può essere giudicata dai mesi che sceglie di prendersi per la maternità. Noi puntiamo su un sano equilibrio tra vita privata e lavoro».  

Come?
«In diversi modi. Per esempio, qualche anno fa abbiamo fatto un sondaggio tra i lavoratori ed è uscita la necessità di cambiare gli orari di ingresso. Oggi abbiamo orari che seguono quelli delle scuole, cosicché i nostri dipendenti – tutti e tutte – riescono ad accompagnare i figli. Genitori e non possono anche scegliere di fare orario continuato e uscire presto per avere una parte del pomeriggio libero». 

Che cosa può fare lo Stato per aiutare le aziende su questi temi?

«Si possono pensare a dei fondi per delle forme di flessibilità a tempo. I nostri dipendenti hanno tutti usufruito del bonus babysitter, un contributo che è stato molto apprezzato».

Chi ha fondato l’azienda?
«Nostro nonno Piero, nel 1958. Poi è stata portata avanti da papà Attilio con l’aiuto di mamma, entrambi ancora molto presenti». 

Che cambiamenti avete portato voi tre?
«Il lato molto umano lo abbiamo ereditato dalla famiglia. Ma quando è nata l’azienda era gestita e vissuta soprattutto da uomini: questo era un lavoro maschile. L’80% dei lavoratori era uomo. Una volta, le donne erano assunte dall’azienda ma lavoravano da casa. Poi, dopo le lauree e le esperienze all’estero, siamo arrivate noi». 
 

#catcalling

Noi donne, lo impariamo in fretta: che è meglio non girare da sole per strada, che è meglio farsi accompagnare da qualcuno. Che sul treno è meglio sedersi vicino a famiglie coi bambini. Che la nostra paura vale meno di niente.

Lo impariamo in fretta e lo impariamo da ragazze, alla scuola media o forse anche prima, quando i ragazzi si sentono autorizzati ad allungare le mani, quando per strada gli uomini ti gridano parole che neppure conosci.

Quando senza pensare spingi via chi sull’autobus ti mette le mani addosso, e tutti prendono in giro te: che non sei spiritosa, che non sai stare al gioco. Qual è il gioco?

Quando si accosta un’auto, e dal finestrino arrivano proposte o richieste, e finalmente riparte ma poi accosta di nuovo. E la paura, e il cuore in gola. Qual è il gioco?

Quando affretti il passo e poi corri, e ti inseguono gli insulti gridati e le risa. E l’affanno, e l’eco degli insulti nella testa. Qual è il gioco?

Non è un gioco, non è divertente, non è giusto!

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Pubertà precoce

 
Pubertà precoce, raddoppiati i casi durante il lockdown. «Mia figlia ha nove anni e si comporta come un’adolescente»

Corriere della sera La 27 ora – 3 maggio 2022 Virginia Nesi

Una volta al mese sa che deve fare l’iniezione. Ma non si lamenta. Per Alice, 9 anni, quella puntura è una pratica diventata abitudine. I genitori le hanno spiegato cosa succederebbe al suo corpo se rifiutasse il trattamento. Anche sua sorella Irene, 11 anni, ha ricevuto una cura. Adesso l’ha sospesa perché ha l’età giusta per procedere con lo sviluppo. Alice e Irene sono due nomi di fantasia per tutelare la loro privacy. 

A 7 anni iniziano ad avere i primi segni della pubertà precoce, una malattia rara che in Italia riguarda da 1 a 6 nati ogni mille. «Le mie figlie non si sentivano diverse, non lo erano ancora, perché abbiamo interrotto subito l’accelerazione dello sviluppo», racconta Domenico. Quando sul petto di Alice e Irene compaiono i primi segni dello sviluppo mammario fanno alcuni esami.

Ma in entrambe, assicura Domenico, non c’è stato alcun risvolto psicologico, «le bambine sono state visitate in tempo e sottoposte a una cura».  Nel semestre marzo-settembre 2020, in Italia  i casi di pubertà precoce, soprattutto nelle bambine, sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2019. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma che ha coinvolto i centri di endocrinologia pediatrica dell’Ospedale Gaslini di Genova, del Policlinico Federico II di Napoli, dell’Ospedale Pediatrico Microcitemico di Cagliari e della Clinica Pediatrica Ospedale di Perugia. «C’è una questione di genere: l’incremento significativo riguarda esclusivamente il sesso femminile», dice Carla Bizzarri, pediatra endocrinologa dell’Ospedale Bambino Gesù e coordinatrice dello studio. Nelle bambine si considera precoce l’inizio dello sviluppo mammario prima degli otto anni. Da lì decorre la pubertà femminile e termina con il primo ciclo mestruale, due anni dopo circa.

«Lo sviluppo mammario precoce viene associato a una rapida accelerazione della crescita staturale e a una veloce maturazione dell’osso, dunque a un sostanziale anticipo della comparsa del menarca, ovvero le prime mestruazioni.  – spiega Bizzarri–. Le bambine con pubertà precoce sono più alte rispetto alle coetanee ma la loro crescita si conclude prima negli anni, diventano quindi delle adulte con una statura ridotta. Un’altra conseguenza è il disagio psichico che può causare loro problematiche di adattamento sociale». 

Per rallentare il processo puberale è necessaria una terapia. Ma solo alle bambine in cui la pubertà è veramente precoce, non quando hanno un’età vicina allo sviluppo, precisa la dottoressa. Secondo lo studio, oltre ad abitudini alimentari e stress, i due fattori più influenti per l’accelerazione della pubertà sono: l’assenza o l’estrema carenza di attività fisica e il tempo trascorso davanti agli schermi. Anche Noemi (nome di fantasia), 9 anni, sa che ogni 28 giorni deve andare dal pediatra per ricevere l’iniezione. I primi segni della pubertà precoce – dolori al seno e odore forte del sudore- li ha a 7 anni. A quell’età la sua altezza è uguale a quella di una bambina di tre anni più grande. Da dicembre 2020, con la didattica a distanza e il computer che diventa il suo hobby, Noemi trascorre davanti allo schermo almeno sette ore al giorno.  «In cinque mesi mia figlia è cresciuta di cinque centimetri– racconta Wioletta –.

Ad aprile 2021 ha avuto le prime perdite ma un mese dopo ha iniziato il trattamento. Per fortuna siamo arrivati in tempo. Eppure Noemi si comporta come un’adolescente, non come una bambina di 9 anni: è sempre scontenta e arrabbiata». «È molto probabile che l’attivazione primaria della pubertà precoce avvenga a livello del sistema nervoso centrale attraverso un’interazione complessa tra diversi neurotrasmettitori– commenta Bizzarri-,  è quindi plausibile che stress, sedentarietà e tempo trascorso davanti agli schermi alterino l’equilibrio di questi neurotrasmettitori».

Il rapporto tra pubertà precoce femminile e maschile è circa 9 a 1. Su nove femmine, un maschio. Allo sviluppo anticipato delle bambine hanno correlato uno stress cronico, specifica la dottoressa. Si riferisce così a problematiche ambientali e sociali come delle condizioni di vita precarie o il dolore per un trauma. Spiega ancora Bizzarri: «Nel maschio la pubertà precoce è più spesso legata a un problema organico: ciò significa che non è semplicemente l’anticipo di un processo fisiologico, ma il risultato o di una malattia del sistema ipotalamo ipofisario -per esempio un tumore- oppure la conseguenza di una mutazione genetica». 

Nella femmina invece avviene un processo distinto: «È di tipo idiopatico, ovvero non c’è una causa nota o una patologia che lo scatena, ma risulta un anticipo».  Come dice il titolo del nuovo libro dell’immunologa Antonella Viola, il sesso è (quasi) tutto. Perché bambini e bambine sono diversi. Ci sono differenze nei loro corpi. Recuperare la medicina di genere risulta ancora una volta sempre più necessario.  
   

Il femminismo nei media

in.Genere – 29 aprile 2022 – Sara Bichicchi

Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: a partire dagli anni 70 il discorso femminista ha cambiato e sta ancora cambiando i rapporti tra i sessi, passando per redazioni e nuovi media. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista vicepresidente di GiULiA

Il racconto giornalistico delle donne e delle questioni di genere è cambiato nel corso del tempo, così come la presenza femminile all’interno delle redazioni dei giornali. Alcune criticità, tuttavia, devono ancora essere superate. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista con un passato da attivista e ora vicepresidente di GiULiA (Giornaliste Unite Libere e Autonome), associazione che si batte per l’utilizzo di un linguaggio libero da stereotipi e per le pari opportunità nel mondo del giornalismo.

Gli anni Settanta sono stati un momento di svolta nella narrazione mediatica della violenza sulle donne: prima il massacro del Circeo (1975) con lo stupro di due ragazze e l’uccisione di una di loro, poi il documentario Processo per stupro (1978) di Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti e Anna Carini. Da giornalista, come hai affrontato quei casi? Che impatto pensi che abbiano avuto sul racconto giornalistico della violenza di genere?

Processo per stupro ha avuto un impatto fortissimo. Il massacro del Circeo anche, però nel racconto era molto più presente, stanti gli anni, la dimensione sociopolitica, o almeno questa è stata la mia sensazione. Cioè, due ragazze povere violentate e una uccisa da ragazzi della Roma bene, quindi di una classe più elevata. In questo caso, dunque, all’efferatezza della violenza si aggiungeva, a mio parere, una componente sociale. Questo adesso si capisce un po’meno, ma quelli erano anni in cui la dimensione dello scontro tra classi era molto forte. Però è Processo per stupro che ha portato il vero cambiamento: mentre nel caso del massacro del Circeo il racconto giornalistico era ancora cronaca nera, la dimensione politica, nel senso femminista del termine, è venuta fuori con questa splendida trasmissione che ha consentito di sottolineare quello che fino ad allora non era stato sottolineato, cioè la contrapposizione tra uomini e donne. La dimensione di genere è venuta fuori in modo molto forte con questo documentario che è stato una delle cose più potenti dal punto vista dell’impatto, della presa di coscienza della violenza maschile. I giornali, infatti, avevano parlato diffusamente del massacro, ma attraverso la televisione il processo è arrivato in tutte le case. È stato un momento fondamentale per il movimento delle donne.

Le lotte di quegli anni hanno cambiato i rapporti tra uomini e donne? Come?

Sì, le lotte di quegli anni sicuramente hanno cambiato molto. Erano anni in cui finalmente approdavano all’università moltissimi giovani, non solo uomini ma anche donne, e questo fu il primo step nella direzione di un avvicinamento tra i due sessi. Gli “studenti” che lottavano per il diritto allo studio erano studenti e studentesse, con i maschi che prevaricavano, come al solito. La famosa battuta degli “angeli del ciclostile”, frutto di una lettura dei giornali “borghesi” che a me irritava molto, un po’ di verità ce l’aveva, perché i leader delle proteste studentesche erano praticamente tutti maschi. Da queste cose venivano fuori le profonde contraddizioni dell’Italia di allora, e una di queste, forse la più radicale, era proprio quella tra uomini e donne. Anche nei movimenti che nacquero (Servire il popolo, Lotta continua, Avanguardia Operaia ecc.) il discorso femminista, come diremmo adesso, era considerato laterale: la cosa più importante era liberarsi dall’oppressione del capitalismo e della cultura borghese; il resto sarebbe venuto di conseguenza. Poco dopo partì anche il grande periodo dell’autocoscienza e man mano che si procedeva le contraddizioni diventavano sempre più evidenti, cioè si capiva che la cultura apparentemente era una, ma nei fatti c’erano due culture, una per le donne e una per gli uomini.

Secondo te, tutto ciò ha cambiato anche il modo di raccontare le donne sui giornali? Se sì, come?

I giornali “borghesi” all’inizio scrissero delle cose orrende. Ad esempio, Indro Montanelli fece un fondo in prima pagina sul Corriere, che allora era il quotidiano per antonomasia, in cui attaccava la sua editrice dicendo espressamente che lei, avendo una certa età, per effetto della menopausa era attirata da Mario Capanna, leader del movimento studentesco della Cattolica e poi, dopo la cacciata, della Statale. Delle lotte femministe alcuni giornali si occuparono poco, altri continuarono a ironizzare. Ci furono però delle situazioni editoriali avanzate, come Effe, e un approfondimento nelle testate specializzate, in alcune pubblicazioni di sinistra e sui periodici femminili. Ad esempio, alcune riviste femminili a volte infilavano nelle loro sezioni di moda qualcosa sui nostri vestiti larghi e sgargianti, ma era un’attenzione, a mio parere, superficiale e poco nel merito. Si guardava all’abito senza indagarne le motivazioni (il senso dei vestiti larghi, ad esempio, era nascondere le forme, non accettare di essere interpretate come animali desiderabili). Questo fino a quando gli ex studenti e le ex studentesse entrarono nel mondo del lavoro. Io, ad esempio, quando sono diventata giornalista ho portato con me un modo di vedere la realtà che viene dal movimento studentesco e dal movimento femminista. Solo quando divenimmo protagoniste del nostro stesso racconto questo cambiò radicalmente. 

L’associazione GiULiA, di cui sei vicepresidente, si batte perché le giornaliste possano avere pari opportunità di lavoro, senza soffitti di cristallo. Ci sono stati miglioramenti su questo fronte?

La situazione è questa: a un certo punto ci fu una grande presenza di donne nelle redazioni, soprattutto nel periodo del boom editoriale delle riviste, non solo riviste femminili ma tutti i cosiddetti “illustrati”. Allora dalle statistiche dell’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, ndr) risultava che c’erano molte caporedattrici e che cresceva anche il numero delle direttrici, però le statistiche avevano la benda sugli occhi perché la guida dei quotidiani, i “giornaloni” di livello nazionale, era sempre saldamente in mano agli uomini. In più, l’arrivo delle donne nelle redazioni aprì una doppia contraddizione, perché le donne dovevano competere con strumenti maschili in un ambiente maschile. Allora ci trovammo di fronte al problema di sviluppare un nuovo modo di scrivere e di raccontare le cose. I tempi, però, sono cambiati rispetto al passato e lo dimostra anche il fatto che GiULiA, che ormai ha dieci anni, è stata accolta con una certa benevolenza da parte di molti uomini. 

Un altro obiettivo di GiULiA è la promozione di un linguaggio privo di stereotipi. Credi che ci siano stati dei cambiamenti rispetto al passato?

Quando GiULiA è nata, restava la struttura gerarchica della lingua come ultimo caposaldo degli uomini che volevano mantenere la supremazia maschile e su cui anche i “democratici” non mollavano. Allora abbiamo organizzato dei corsi con l’Ordine dei giornalisti, perché la lingua è importantissima, “vestendo” il mondo. L’italiano in particolare, che è una lingua binaria, cioè non ha il neutro. Ma non è stato facile, né con gli uomini – ora non succede più, ma nei primi corsi che tenevamo ai colleghi c’era sempre quello che ridacchiando chiedeva “allora io sono un giornalisto?” – né con le donne. Molte donne, ad esempio, avevano raggiunto, magari con grandissima fatica, dei ruoli e ritenevano che declinarli al femminile sarebbe stato come svalutarli. Perché la società italiana, illustrata dalla lingua, racconta questo: “segretario” è il segretario generale dell’Onu, mentre “segretaria” è la donna che porta il caffè al capo. Nonostante tutto, però, la mia generazione un cambiamento lo ha visto eccome. Non è sufficiente, ma oggettivamente c’è stato. 

Credi che le donne possano fare la differenza nelle redazioni? Se sì, in che modo?

Le donne fanno la differenza ovunque, sempre. Il problema è se sono donne consapevoli o meno. Mettere nelle redazioni donne che utilizzano schemi, criteri e obiettivi maschili non cambia niente, ma se le donne portano con sé la loro cultura e la loro consapevolezza, che è la chiave di tutto, insieme alle proprie capacità, allora il mondo cambia.

La sentenza sull’aborto Usa e il ruolo della Corte Suprema

Il sole 24 ore 3 maggio 2022

Graziella Romeo*

La Corte Suprema ha votato, a maggioranza, per il rovesciamento dei precedenti giurisprudenziali che riconoscono il diritto all’aborto

La Corte Suprema ha votato, a maggioranza, per il rovesciamento dei precedenti giurisprudenziali che riconoscono il diritto all’aborto (Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey), rifiutandosi di dichiarare incostituzionale una legge dello Stato del Mississippi che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo la quindicesima settimana. Questo, almeno, è ciò che emerge da una bozza della tanto attesa sentenza nel caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization che Politico.com ha pubblicato ieri in esclusiva. Per ora non sono giunte smentite ufficiali. La versione della decisione che circola sui siti è redatta dal giudice conservatore Alito e dichiara apertamente che i precedenti in tema di aborto sono “evidentemente sbagliati” perché la Corte si è arrogata il potere di decidere dell’esistenza di un diritto non contenuto nella Costituzione.

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Una storia aperta. Diritti da difendere, diritti da conquistare di Laura Boldrini

Al Salone Internazionale del Libro

22 maggio, Ore 18:30-19:30

Laura Boldrini

Autrice di Una storia aperta. Diritti da difendere, diritti da conquistare (Edizioni Gruppo Abele)

Sala BiancaAREA ESTERNA PAD 3

Con Eleonora Camilli e Laura Onofri

In collaborazione con Livio Pepino

Attraversiamo una fase storica delicata, di regressione e di crisi della democrazia. Il Novecento è stato il secolo in cui i diritti umani (dopo due terribili conflitti mondiali) si sono affermati attraverso la Dichiarazione Universale del 1948 e molte delle coeve Costituzioni dei Paesi che uscivano dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Il tempo che viviamo sembra, invece, quello della loro erosione, in particolare sul fronte dei diritti civili, delle donne, delle minoranze e dei migranti. Contro il diritto d’asilo abbiamo visto formarsi all’interno dell’UE delle vere cordate di Stati con l’intento di sbarrare l’ingresso ai richiedenti che, in base ai trattati, avrebbero il diritto di entrarvi. Anche l’Italia non è immune dal rischio di retromarcia su questo terreno e ciò riguarda ovunque pure i diritti sociali, il diritto al lavoro e alla salute. Intervistata dalla brava giornalista Eleonora Camilli, la competente deputata italiana Laura Boldrini descrive la situazione internazionale attuale e sollecita ciascuno a mobilitarsi per la difesa, la conquista o la riconquista, dei diritti e delle libertà di tutti. Prima di suggerire attività pubbliche, collettive e associative solidali e coerenti parte sempre dall’analisi dei principali fenomeni globali in carne e ossa: popoli in fuga, migranti e rifugiati; populismo, nazionalismo, neofascismo; ruolo delle istituzioni e della politica; invadenza dei social e dei messaggi d’odio. Possiamo immaginare un futuro diverso, più inclusivo e sostenibile, se i giovani si faranno carico dei diritti e della loro salvaguardia. Se saranno loro a cambiare le priorità dell’agenda politica e a rafforzarle con la loro attiva partecipazione. Sono tante le ragazze e i ragazzi che si mobilitano per la libertà di Patrick Zaki e per la verità su Giulio Regeni. E questo ci fa ben sperare, conclude Boldrini…