Le equilibriste e il costo della maternità in Italia

Le equilibriste e il costo della maternità in Italia   – Dai numeri di Save The Children alle azioni per eliminare gli ostacoli

di ENRICA GUGLIELMOTTI

pubblicato su il PUNTO  confronti su medicina e sanità  20 luglio 2026

L’XI edizione del dossier “Le equilibriste – La maternità in Italia”, pubblicata a maggio da Save the Children, restituisce l’immagine di un Paese in cui diventare madri resta una sfida complessa. La scelta di avere figli si confronta infatti con disuguaglianze di genere radicate, condizioni lavorative precarie e un welfare che fatica ancora a sostenere adeguatamente le famiglie.

Il dossier: struttura e dati principali

Il dossier “Le equilibriste” che tutti gli anni Save the Children redige sulla condizione delle donne e delle madri nel nostro Paese, è un documento particolarmente interessante non solo in quanto fornisce molti dati demografici, ma perché avvia ragionamenti e considerazioni sia sulle condizioni materiali e socioculturali che consentono o ostacolano la scelta di avere figli, sia su come la genitorialità si collochi nei contesti di vita e su come questi siano cambiati nel corso del tempo.

I dati numerici più evidenti sono noti: nel 2025 sono nati in Italia 1,4 figli per donna (la soglia di sostituzione, quella cioè che garantisce una popolazione numericamente stabile, è di 2,1 figli per donna), in donne con età media al parto di 32,7 anni. Il numero totale di nuovi nati è di 355.000, con una diminuzione del 3,9% rispetto all’anno precedente. Si configura quindi un calo demografico importante, comune a molti Paesi ad alto reddito e non solo, ma particolarmente accentuato in Italia.

Le cause del rinvio della maternità sono molteplici e intrecciano dimensioni strutturali e culturali

Il dossier è strutturato in tre parti. Nella prima vengono analizzate non solo le condizioni materiali che favoriscono o ostacolano la scelta della maternità, ma anche il carico mentale, il benessere emotivo e il ruolo delle reti di supporto familiari e comunitarie. La seconda parte è dedicata al rapporto tra maternità e lavoro, e viene analizzata la child penalty, cioè la penalizzazione occupazionale, di reddito e di carriera che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio; è interessante il focus sulle madri della generazione Z, per le quali la penalizzazione lavorativa e l’inattività assumono dimensioni particolarmente acute. Viene inoltre affrontato il fenomeno dello spostamento delle giovani donne sia all’interno dell’Italia, da sud a nord, sia verso Paesi esteri. La terza parte è dedicata all’analisi dei servizi e delle politiche pubbliche: dai congedi parentali ai trasferimenti monetari, dal welfare aziendale ai servizi educativi per la prima infanzia.

I dati salienti del rapporto sono il costo occupazionale della maternità per le donne e lo spostamento della maternità dalla fase iniziale della vita adulta all’età matura – l’età media al parto, che negli anni ‘70 era di 24-25 anni, si è spostata a 32,7 anni – periodo in cui formazione e inserimento nel mondo del lavoro si sono presumibilmente conclusi. Questo fenomeno è avvenuto rapidamente, compiendo l’intero arco del cambiamento nel giro di sole due generazioni. La consapevolezza del costo occupazionale della maternità per le donne, così come la sua assenza nelle carriere dei padri, è ampiamente riconosciuta e anticipata. Questo spiega come il desiderio di genitorialità, che risulta elevato nei giovanissimi, decresce man mano che ci si avvicina all’età lavorativa, in sintonia con una maggiore presa di coscienza della realtà dei problemi di inserimento lavorativo e dei costi che la genitorialità comporta per le donne.

Oltre alla consapevolezza dei costi lavorativi, è cambiata l’attitudine verso la genitorialità. Una quota rilevante di giovani senza figli – circa quattro su dieci tra i 18 e i 34 anni – ritiene di potersi realizzare pienamente anche senza diventare genitori, indipendentemente dall’avere o meno intenzione di averne.

Il costo occupazionale della maternità e – in minor misura – il cambiamento dell’attitudine verso la genitorialità risultano quindi essere i due principali determinanti del calo demografico. Conseguenza dello spostamento in avanti della scelta di avere figli è che la ricerca della maternità viene affrontata in una fase della vita riproduttiva della donna che vede un calo fisiologico della fertilità, come testimonia l’aumento delle procreazioni medicalmente assistite.

Le cause del rinvio della maternità sono molteplici e intrecciano dimensioni strutturali e culturali. L’allungamento dei percorsi di istruzione, l’instabilità occupazionale giovanile, la diffusione di contratti temporanei e precari, nonché l’elevata età di uscita dalla famiglia di origine costituiscono elementi centrali nel caso italiano. È inoltre cambiata la rappresentazione del lavoro, non solo fonte di reddito per le donne, ma dimensione centrale dell’identità e dell’autonomia della persona. La maggiore lunghezza del percorso di formazione e i tempi per la realizzazione lavorativa contribuiscono al rinvio della maternità.

A ciò si aggiunge:

  • una transizione alla vita adulta con prolungato periodo di dipendenza dai genitori;
  • un sistema di welfare fortemente familistico, in cui il sostegno pubblico alle giovani coppie e ai servizi per l’infanzia è stato storicamente limitato, con la conseguenza che il costo dell’autonomia e della genitorialità tende a concentrarsi sulle famiglie stesse;
  • una persistente asimmetria nella divisione del lavoro domestico e di cura, che investe in percentuale maggiore le donne rispetto agli uomini.

La nascita di un figlio è uno snodo del percorso lavorativo in cui diventano particolarmente evidenti le disuguaglianze di genere, con una grave penalizzazione per le donne sia in termini di occupazione sia di retribuzione. A fronte dell’affermarsi del modello di famiglia a doppio reddito, sia come garanzia di stabilità economica sia come dimensione di aspirazione individuale, si riscontra regolarmente la differenza nei percorsi di carriera tra uomini e donne negli anni prima e dopo l’arrivo del primo figlio.

Non si tratta di una flessione temporanea della presenza sul mercato del lavoro, ma di una discontinuità che ridefinisce in modo duraturo le opportunità lavorative delle donne. È interessante l’analisi della child penalty sulle famiglie omogenitoriali, che evidenzia come la penalità in questi casi tenda a rientrare molto più velocemente dopo la nascita del figlio, mostrando quindi un legame netto tra la child penalty e le disuguaglianze di genere. Lo stesso tipo di analisi sulle famiglie adottive mostra che la penalità permane anche quando non è il legame biologico a definire la genitorialità. Entrambe le analisi suggeriscono che la costruzione sociale dei ruoli di genere nella cura rappresenti un fattore chiave nel definire la penalità sul lavoro a seguito della nascita di un figlio.

Dalle analisi emerge che la costruzione sociale dei ruoli di genere nella cura rappresenti un fattore chiave nel definire la penalità sul lavoro a seguito della nascita di un figlio. Nel caso italiano, circa il 60% del gender gap occupazionale è spiegato proprio dalla child penalty. La nascita di un figlio rappresenta uno dei principali meccanismi attraverso cui si generano e si consolidano le disuguaglianze tra donne e uomini nel lavoro. Circa la metà delle donne ritiene che l’arrivo di un figlio possa peggiorare le proprie opportunità di lavoro, percentuale che sale al 65% tra le giovanissime di 18-24 anni.

Nel caso di permanenza sul lavoro, la nascita di un figlio ha comunque un impatto sulle retribuzioni delle madri rispetto a quelle dei padri, che mostrano già un divario in partenza. Il lavoro nel settore pubblico si evidenzia come più protettivo dal punto di vista retributivo rispetto al lavoro nel settore privato. Il part time, che tra le donne con figli è elevato mentre tra gli uomini con figli è basso, si configura come un meccanismo di conciliazione tra lavoro e lavoro di cura, ma pone le basi di una diminuzione di reddito della donna sia nella vita lavorativa sia in termini pensionistici. Inoltre influisce sulla divisione del lavoro di cura all’interno della coppia, fattore che a sua volta contribuisce a rafforzare le diseguaglianze di genere.

Con questi fattori generali (minor partecipazione al mercato del lavoro e penalizzazione retributiva) si intersecano età, provenienza territoriale e il livello di istruzione. Nella generazione Z (20-29 anni) si riscontra un forte divario nella partecipazione al lavoro in relazione alla presenza di figli. Se tra gli uomini il tasso di occupazione è più elevato tra chi ha figli rispetto a chi non ne ha (87,2% contro il 52,6%), per le donne quelle senza figli hanno tassi di occupazione più alti rispetto a quelle con figli (42% versus 33,4%).

Le differenze territoriali amplificano il divario di genere già osservato. Tra le madri con figli minori il tasso di occupazione si mantiene su livelli relativamente elevati nel centro-nord (oltre il 70%), mentre nel Mezzogiorno scende sotto il 50%. Al contrario, tra i padri i livelli restano molto elevati in tutte le aree del Paese, con variazioni contenute. I dati sull’inattività confermano con chiarezza come le disuguaglianze legate alla maternità si concentrino soprattutto tra le donne con minore titolo di studio.

La costruzione sociale dei ruoli di genere nella cura rappresenti un fattore chiave nel definire la penalità sul lavoro a seguito della nascita di un figlio

Il fenomeno migratorio

Nel decennio dal 2014 al 2024 le donne con meno di 35 anni che si sono spostate come residenza dal Sud al Nord sono state oltre 200.000, con una migrazione divenuta progressivamente più qualificata. L’incidenza delle laureate sulle giovani migranti meridionali è passata dal 47% del 2014 al 70% nel 2024, contro un aumento dal 33% al 50,7% per la componente maschile.

Questi dati segnalano due fattori rilevanti:

  • se in passato gli spostamenti delle donne erano principalmente condizionati alle opportunità occupazionali di padri o mariti, oggi le giovani sono sempre più protagoniste autonome delle proprie traiettorie, spinte dalla ricerca di opportunità professionali e di indipendenza economica;
  • il marcato divario di genere a favore delle donne nel contributo della componente qualificata alle migrazioni interne da sud a nord sembra suggerire che il possesso di titoli di studio elevati non assicura alle laureate meridionali le stesse prospettive di realizzazione professionale dei colleghi uomini.

Ciò può essere dovuto a una strutturale scarsità di domanda di lavoro ad alta qualificazione nell’economia meridionale, e al fatto che queste competenze tendono a essere assorbite in maniera predominante dalla componente maschile, nonostante non vi sia un uguale divario di genere nei percorsi formativi. La scarsità di domanda si trasforma quindi in corsia preferenziale per il genere maschile, sia perché si tratta di aree con norme di genere persistenti, sia per la scarsità locale dei servizi di cura.

L’emigrazione di giovani donne comporta una perdita selettiva di popolazione in età fertile che contribuisce ad accelerare il declino delle nascite. Molte di loro formeranno famiglia e avranno figli nei territori di destinazione – nel centro-nord o all’estero – dove risultano più favorevoli le condizioni per la maternità, grazie a una maggiore disponibilità di servizi di cura e a sistemi di welfare, pubblici e aziendali, più sviluppati.

Politiche pubbliche e welfare: luci e ombre

Le misure di sostegno alla genitorialità confermano la mancanza, in Italia, di una strategia organica e lungimirante. È stata recentemente bocciata la proposta di legge sul congedo paritario tra madri e padri, e l’insieme di misure introdotte nelle varie leggi di bilancio ha un impatto limitato nei settori che influenzano la scelta della maternità: occupazione delle madri, accesso ai servizi per la prima infanzia, bilanciamento dei carichi di cura tra padri e madri e stereotipi che li influenzano.

Sicuramente interessante la “Valutazione sull’impatto di genere delle misure legislative e dei programmi di investimento”, una nuova prassi volta a supportare la pubblica amministrazione nella valutazione dell’impatto di genere nei processi di programmazione economica. Alcune piccole modifiche migliorative sui congedi parentali mostrano tuttavia il limite di non essere state estese al settore privato, e la dotazione finanziaria è comunque molto ridotta.

Appare chiaro che “sanare il gap fra l’Italia e il resto dell’Europa nel sistema di congedi legati alla presenza di figli piccoli, favorire e incoraggiare la partecipazione dei padri alla cura dei piccoli fin dalla nascita” non è ancora nell’agenda politica, “malgrado la forte domanda sociale e le prove dell’importanza di un’equa condivisione della cura, condizione per garantire una effettiva parità di genere, in famiglia e sul lavoro”.

A questo proposito è opportuno richiamare le conclusioni del Rapporto sulla popolazione del mondo 2025 dell’Unfpa, un’agenzia delle Nazioni Unite che mira a migliorare la salute riproduttiva e materna in tutto il mondo, secondo cui la vera emergenza non riguarda il numero assoluto delle nascite, bensì l’impossibilità per molte persone di realizzare i propri progetti riproduttivi. In Italia, solo il 36% della popolazione prevede di avere il numero di figli desiderato, mentre il 34% degli over50 dichiara di averne avuti meno rispetto alle proprie intenzioni. Questo certifica che in Italia molti non riescono a fare i figli che desiderano, e che non è colpevolizzando le donne che si incrementa la natalità, ma dando sicurezze lavorative e abitative.

La crisi reale della fecondità non è un problema di sottopopolazione o sovrappopolazione: risiede nell’impossibilità di esercitare l’autonomia riproduttiva.

La narrazione oggi più diffusa si concentra sui tassi di fecondità troppo bassi – o troppo alti, a seconda dei contesti – contribuendo all’adozione in numerosi Paesi di misure che limitano e forzano le scelte riproduttive, soprattutto di donne e persone giovani. Attraverso un’indagine condotta in quattordici Paesi di diverse regioni, tra cui l’Italia, il Rapporto rileva come sia preoccupante la percentuale di coloro che non riescono a realizzare le proprie intenzioni di fecondità. Se da un lato persiste un numero elevato di gravidanze non desiderate, dall’altro, sono numerose le persone che desiderano avere figli e figlie senza averne, o vorrebbero averne di più. Ne consegue che la crisi reale della fecondità non è un problema di sottopopolazione – o sovrappopolazione – piuttosto risiede nell’impossibilità di esercitare l’autonomia riproduttiva.

Il Rapporto dell’Unfpa evidenzia quindi come sia necessario adottare politiche che mettano al centro i desideri di fecondità di ogni persona ed eliminino gli ostacoli – disuguaglianze di genere, barriere economiche, sociali e sanitarie – che impediscono l’esercizio della libera scelta rispetto alle proprie decisioni riproduttive.

In questo senso, interrogarsi sulla maternità oggi vuol dire ragionare sulla fecondità non soltanto nell’ottica di misurare lo scarto rispetto alla soglia di sostituzione, ma cercando di comprendere come cambiano i significati della genitorialità tra le generazioni più giovani, per creare le condizioni che favoriscano la realizzazione concreta del progetto genitoriale desiderato.

La tematica del lavoro, in tutte le sue declinazioni, rappresenta un nodo centrale. Una migliore redistribuzione del lavoro di cura tra padri e madri, il superamento degli stereotipi sui ruoli femminili e maschili e di tutti quei meccanismi che rendono il lavoro femminile più oneroso per le aziende – primo tra tutti l’assenza del congedo paritario – è la conditio sine qua non per facilitare l’ingresso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro senza penalizzarle dal punto di vista retributivo.

Ma non sono solo queste le considerazioni che vanno fatte: la diminuzione dei salari reali, l’incertezza lavorativa, la necessità di lavorare più ore creano una situazione di precarietà in cui è difficile progettare la genitorialità. Sovente questo comporta la necessità di affidare ad altri il lavoro di cura, in genere a donne immigrate che, per accudire bambini e anziani nel Nord globale, scaricano le proprie responsabilità familiari su caregiver più poveri.

Le caratteristiche che ha assunto l’attività lavorativa retribuita, la pressione produttiva all’interno delle situazioni lavorative, le difficoltà a rimanere sul mercato del lavoro hanno introdotto variazioni importanti in termini di percezione di sicurezza e di possibilità di fare progetti di vita. In questo contesto viene compromessa non solo la tranquillità in cui programmare la genitorialità, ma la tenuta sociale stessa e la salute degli individui, in un contesto orientato decisamente alla produzione e in cui sono saltati molti meccanismi di salvaguardia delle persone.

Come medici, che abbiamo in carico la salute delle persone, non possiamo non rilevare quanto sia patogena una situazione di precarietà e di incertezza estesa, determinata dalla diminuzione delle salvaguardie sociali che ha avuto luogo negli ultimi anni.

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È necessario avviare ragionamenti sul rapporto tra lavoro retribuito e lavoro riproduttivo, intendendo come lavoro riproduttivo non solo quello specificamente dedicato alla nascita e alla crescita dei bambini, ma tutte quelle attività volte alla cura, alla manutenzione e al sostegno dei legami sociali. Per una società equilibrata la capacità di tutelare quella che viene definita la riproduzione sociale è altrettanto importante della capacità produttiva.

Si può definire riproduzione sociale quel complesso di attività attorno a cui ruotano un lavoro stabile con la certezza di un reddito dignitoso, la disponibilità dell’abitazione, orari di lavoro accettabili, la cura degli anziani e, in generale, la manutenzione dei legami sociali: sono questi i fattori che consentono di programmare la genitorialità e, in generale, di vivere con fiducia la vita.

Come medici, che abbiamo in carico la salute delle persone, non possiamo non rilevare quanto sia patogena una situazione di precarietà e di incertezza estesa, determinata dalla diminuzione delle salvaguardie sociali che ha avuto luogo negli ultimi anni.

È necessario avviare un confronto strutturato sul tema del rapporto tra attività lavorativa e tutela di tutte quelle attività legate alla cura, alla vita, alla coesione e al benessere sociale, all’interno delle quali si collocano anche la cura e la possibilità dell’attività riproduttiva. Ed è altrettanto necessario un confronto per ripensare l’organizzazione del lavoro all’interno delle singole realtà lavorative, comprese quelle sanitarie, per coniugare un servizio efficiente per i pazienti con condizioni di vita umane per gli operatori e le operatrici sanitarie.

Enrica Guglielmotti
Medica, attivista e volontaria
Associazione Camminare insieme odv di Torino

 

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