di MARIA GRAZIA ALEMANNO
Come ogni anno le tracce della prima prova dell’esame di Stato che è tornato a chiamarsi “di maturità” hanno conquistato per qualche giorno le pagine di quotidiani e social. Quest’anno il dibattito verteva per lo più su due aspetti: da un lato, l’appiattimento del contesto storico delle varie citazioni, il moralismo e i richiami neanche troppo velati al sovranismo nella citazione di un passo di Frank Furedi dal saggio “I confini contano”, seppure nella declinazione psicologica di confini generazionali dell’identità adulta, dall’altro l’assenza, ormai cronica (da 27 anni!), delle scrittrici nel tema “letterario” di analisi del testo; peraltro anche le altre tracce non brillavano per presenza femminile.
Rimando al commento generale di Galatea Vaglio, insegnante, saggista, e blogger che, con la consueta ironia, scrive su Valigia blu: “Maturità, le tracce della prova di italiano sembrano il pranzo di Natale con i parenti. A cosa serve l’esame di maturità? A valutare i candidati? A temprare il carattere dei giovani? No. La sua unica utilità sociale è che attraverso l’esegesi delle tracce proposte per i temi di Italiano si può tracciare, anno dopo anno, un identikit politico perfetto di chi è al potere in quel momento.”
Vorrei invece soffermarmi sulla patologica invisibilità delle scrittrici e sul problema del canone letterario.
Va detto che nella tipologia C della prima prova fa capolino una donna, Wenke Husmann, vicecaporedattrice della sezione “Famiglia” di Die Zeit e autrice dell’articolo proposto ai maturandi e pubblicato pochi mesi fa su Internazionale (Funziona a meraviglia). Commenta la Vaglio: “A questo punto gli esperti del Ministero devono bere l’amaro calice anche loro. La cultura woke impone purtroppo che ci debba essere una quota rosa obbligatoria. Quindi una donna ce la devono mettere. E allora sia.” Va anche detto che nella seconda prova del Liceo Linguistico è stato proposto, ovviamente in lingua originale, un brano tratto da “On Beauty” di Zadie Smith, talentuosa scrittrice britannica, di padre inglese e madre giamaicana, interessata al tema del multiculturalismo e delle relazioni umane.
Insomma riflettori su una giornalista e un’autrice meritevoli di attenzione ma che non intaccano un quadro sconfortante: il canone letterario (e scolastico in generale) in Italia vede una sorprendente assenza delle donne, è quindi doveroso sottrarle all’esclusione. Non sarebbe bello che una maturanda potesse leggere una scrittrice, forse riconoscersi in lei, e sentirsi, attraverso di lei raccontata, quindi visibile, meglio, vista? No, i funzionari del Ministero si aggrappano alla consuetudine e ai rassicuranti ricordi di scuola. Non un pensiero per Grazia Deledda di cui ricorreva quest’anno l’assegnazione del Nobel. Peccato, perché scrivere e leggere sono atti di libertà e di mediazione tra il mondo fuori e la nostra interiorità, significano rappresentare e interpretare il mondo e l’esperienza femminile della realtà amplifica le possibilità di pensiero, di identità e di cambiamento. L’emancipazione femminile passa anche di qui.
Certo il silenzio parla e Nicoletta Vallorani, scrittrice e docente di Letteratura inglese contemporanea all’Università degli studi di Milano afferma: «Un pezzo di mondo culturale è stato completamente cancellato. Ma è un’assenza così evidente che credo che gli stessi studenti se ne rendano conto». Carolina Capria, responsabile della pagina social (FB e IG) lhascrittounafemmina conferma il senso comune: «Persino i bambini, lo vedo nel mio lavoro, pensano che un libro scritto da “una femmina” sia un libro “per femmine” È un pregiudizio che nasce a scuola». Ancora: «Il maschile è percepito come neutro, universale: è l’essere umano. Le donne invece sono l’altro, ciò che non è maschio: un derivato connotato» (entrambe citate da Francesca Fulghesu, Domani, 18/06/’26). Insomma gli scrittori scrivono per tutti, le scrittrici solo per le donne, un’opinione diffusa che il canone letterario e i programmi scolastici (e le prove d’esame) consolidano, senza contare le scelte di marketing dell’editoria non solo scolastica, anche se fortunatamente e grazie alle pressioni del mondo culturale femminile, alcune autrici sono tornate negli scaffali.
Il canone letterario, per inciso, dovrebbe individuare i testi e gli autori/le autrici che, per qualità e rappresentatività della cultura ufficiale, sopravvivono al loro tempo (“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, Italo Calvino, Perché leggere i classici). Grave che un pezzo del mondo culturale sia cancellato. identificare l’altro pezzo come universalità mantiene inalterati i rapporti di forza.
Il pregiudizio nasce da lontano, tanto da aver indotto molte scrittrici, aspiranti all’universalità, ad adottare pseudonimi maschili (sorelle Brontë) o a preferire la definizione di “scrittore” (Elsa Morante). Tuttora quando si parla di letteratura (“al”) femminile spesso la si identifica con quella sentimentale e con il romance, con la letteratura “rosa”. Per non parlare di celebri denigratori: Luigi Pirandello in una lettera definì la collega Deledda «una brava massaia sarda», Benedetto Croce, sia pure riferendosi alla produzione (para)letteraria otto-novecentesca e generalizzando, parlò di “infinito pulviscolo di instancabili romanzatrici”.
Gli studi però – e molto lentamente il senso comune -procedono, anche se non hanno ancora riscontri nel canone e nei programmi scolastici. Bene afferma l’ADI (Associazione degli Italianisti) nel commentare, il 29 maggio scorso, il testo delle NIN – Nuove Indicazioni Nazionali per i licei (ah, questi benedetti acronimi, sempre rinnovati, per indicare il nuovo che avanza): “colpisce particolarmente la pressoché totale assenza, in queste “Nuove Indicazioni”, delle scrittrici: risulta evidente la sproporzione tra lo spazio marginale a loro riservato (con minimi accenni ai soli nomi di Deledda, Ginzburg e Morante) e l’attuale avanzamento degli studi sulle scritture femminili, la rilevanza delle opere letterarie scritte dalle donne, soprattutto nel Novecento, tanto nel campo della poesia che della prosa, senza dimenticare l’opportunità di inserire le scrittrici nel novero delle letture integrali consigliate nel primo biennio (proprio per il carattere esemplificativo dichiarato)”.
Del problema si sono occupati in recenti saggi due italianisti, accanto a tante studiose e scrittrici (cito tra le molte soltanto Caminito e Petrignani a cui dobbiamo “Amatissime” e “Le signore della scrittura”, due atti di amore verso le scrittrici): Federico Sanguineti (scomparso nel 2025), con Per una nuova storia letteraria (Argo 2022), e Johnny Bertolio, autore di Controcanone. La letteratura delle donne dalle origini a oggi (Loescher) e di L’ha scritto lei, ma… Perché a scuola non si studiano le autrici (Tlon, 2026, con prefazione di Maura Gancitano). Sanguineti considera la rimozione delle donne dal canone, “un vero e proprio femminicidio culturale”, intenzionale, complice l’adozione nella “storiografia borghese” del Regno d’Italia del modello di Francesco De Sanctis, primo ministro dell’istruzione italiano, sbrigativo liquidatore delle scrittrici, il quale piuttosto invitava a ritrovare nelle pagine dei grandi scrittori maschi le “figure femminili” esemplari di un mondo ideale (patriarcale). Eppure tra le vittime di questa esclusione (anzi Sanguineti parla di più radicale “forclusione”) ci sono figure di grande interesse critico fin dal Medio Evo. Provate a farvi un giro in rete e a cercare Christine de Pizan e Isotta Nogarola, due tra le tante. Johnny Bertolio invita invece a recitare come un mantra il primo comma dell’articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” e a superare la visione misogina dei padri fondatori del canone letterario italiano nato in un periodo dominato da una forte spinta identitaria e dai valori risorgimentali. Consiglio di leggere il suo gustoso commento sulle tracce della prima prova “La prima prova di maturità 2026: alla maturità con l’andrologo” (La ricerca /Loescher).
Già, ma come rifare il canone?
Per un nuovo canone bisognerebbe imparare “l’arte di disfare le maglie” (per citare Luisa Muraro). Il punto non è aggiungere i nomi delle donne a una lista, includerle in un olimpo di “meritevoli” pensato dagli uomini ma decostruire i criteri di scelta del canone, disfare e rifare un tessuto tramato, nel tempo, di esclusioni e gerarchie, da mani per lo più maschili e di una certa classe e cultura. Capire il perché dei silenzi, dei giudizi di valore mascherati da oggettività estetica. Non si tratta di cambiare un elenco ma la tessitura. Un’impresa da fare tremare le vene e i polsi, che deve coinvolgere l’accademia e la critica, le /gli insegnanti, gli scrittori e le scrittrici, le case editrici, le reti e gli enti culturali, i media. Per citare Daniela Brogi (“Lo spazio delle donne” bisogna esercitare il “fuori campo attivo”: “Per illuminare uno spazio così fuori campo non basta aggiungere nomi, né la soluzione è cancellare il passato. Piuttosto, servono altre parole e nuove inquadrature”.


